Terremoto, giornalismo e comunicazione in emergenza

Ho letto parecchio, in questi giorni, e seguito il flusso delle conversazioni sui social (in particolare su Facebook), dalle quali mi sono rigorosamente astenuto, eccezion fatta per un editoriale su Blogo che, tristemente, è lo stesso editoriale che segue ogni catastrofe naturale in Italia: ricordare che la messa in sicurezza del territorio, degli edifici e del cittadino è un dovere di uno stato e che la mancata prevenzione è il fallimento dello stato.

Mi interessa molto seguire la conversazione in tema di giornalismo e comunicazione in emergenza.

In questo post su Medium, per esempio (molto interessante), leggo anche che «Comunicare bene significa evitare danni e disorganizzazione. Significa rassicurare. Significa dare anche il giusto risalto al lavoro oscuro (e quasi sempre eccellente) della Protezione Civile».

Andrea Iannuzzi, su Facebook, propone: «Immagino un luogo digitale, coordinato dallo Stato, nel quale tutti possano trovare informazioni utili sul terremoto del 24 agosto 2016, ma anche sulle future emergenze che purtroppo capiteranno». Sul tema si sta svolgendo una conversazione da seguire, perché interessante.

Nella condivisione, viene linkata un’iniziativa molto interessante relativa al terremoto del centro Italia del 24 agosto 2016. Si tratta di un progetto, reperibile alla URL http://www.terremotocentroitalia.info, che

«si pone come scopo quello di aggregare e non disperdere contenuti utili a tutti provenienti da fonti di varia natura (ufficiali e non) al fine creare valore in un momento di crisi per il paese.»

Il progetto è assolutamente encomiabile.

Sulla base del lungo lavoro giornalistico che mi è capitato di fare sul campo, fra il 2009 e il 2010 dopo il terremoto a L’Aquila, mi sento di scrivere alcune cose che, spero, possano essere utili al contesto, al progetto stesso e alla conversazione sul tema.

Comunicazione in area d’emergenza

La comunicazione in una situazione di emergenza è necessaria e deve essere chiaramente rivolta a un destinatario ben preciso: la comunità dei sopravvissuti. Tuttavia, non deve in alcun modo trasformarsi in propaganda del lavoro della Protezione civile, che non è affatto invisibile.

Quel che si è visto a L’Aquila, per esempio, è stato uno spiegamento imponente di forzi e mezzi sia sul locale (manifesti 6×3, una rivista dedicata in quadricromia) sia sul nazionale e internazionale (il G8, operazioni di facciata e simili) che mostravano “l’eccezionale lavoro svolto”. Messi fortemente in dubbio dai giornalisti che lavoravano sul posto (con poca eco mediatica, tranne, a volte, da parte di quelle testate che campavano sull’antiberlusconismo), questi messaggi sono poi stati tragicamente sconfessati dai fatti (e da una relazione puntuale e precisa del Ministro Barca nel 2012, dove, sostanzialmente, si confermavano tutte le critiche mosse all’intervento della Protezione civile a L’Aquila. Fra le altre cose, 3 anni dopo, ancora non era chiaro come fossero stati impiegati gli 87 milioni di euro donati da privati! Ed è solo una marginalità, in confronto agli altri problemi).

Per la gestione delle emergenze, la protezione civile ha un suo documento che si chiama Metodo Augustus.

Nelle integrazioni al metodo in tema di comunicazione si legge una passo che può dar luogo a una duplice modalità comunicativa, a seconda di chi la applica, e che sembra quasi inquietante:

La popolazione è comunque sempre coinvolta nelle situazioni di crisi, sia emotivamente (teme di essere toccata dagli eventi, partecipa ai problemi di chi è coinvolto), sia fisicamente (se non ha subito danni, comunque è costretta a sopportare disagi). […] Se la sua controparte istituzionale sarà sufficientemente autorevole e determinata, la maggior parte dei cittadini sarà disponibile ad abdicare alle proprie autonomie decisionali, a sottoporsi a privazioni e limitazioni, ad “ubbidire” alle direttive impartite. […] Un chiaro piano di comunicazione […] permetterà una più agevole accettazione delle misure adottate. Non solo: qualora il precipitare degli eventi lo rendesse necessario, sarà più facile imporre una disciplina più ferrea e chiedere sacrifici più duri. […] E inutile perdersi in dettagli poco importanti, per esempio parlare della reazione incontrollata di una piccola parte della popolazione, quando la comunità si è comportata, in generale, in maniera corretta.

A L’Aquila è stata applicata questa parte in tutto il suo significato deteriore. La popolazione è rimasta per mesi e mesi (forse anni) in uno stato drammatico di incertezza, che questa campagna non ha fatto che coprire.

Uno dei manifesti 6x3 che si vedevano a L'Aquila
Uno dei manifesti 6×3 che si vedevano a L’Aquila alcuni mesi dopo il terremoto: slogan e scarse informazioni.

Il lungo preambolo è necessario per sgomberare il campo dagli equivoci e per chiarire cosa si debba intendere per comunicazione in emergenza.

Schematizzando, ecco come penso si dovrebbe immaginare la comunicazione in emergenza

Emittente: le istituzioni preposte (la Protezione civile)
Ricevente: la popolazione colpita dall’evento catastrofico e sopravvissuta
Canale di comunicazione: tutti quelli realisticamente utilizzabili dalla popolazione sopravvissuta all’interno, per esempio, del cratere sismico (dal volantinaggio a internet)
Informazione: dev’essere precisa, omogenea, priva di fronzoli e orpelli, rinunciare al catastrofismo ma anche alla rassicurazione fatalista, deve contenere tutti i dettagli essenziali al breve e medio periodo. Deve evitare di alimentare potenziali conflitti all’interno delle vittime
Codice formale: la forma linguistica dev’essere quanto più possibile chiara, semplice, diretta, evitare gli slogan e contenere tutto quanto vuole sapere la popolazione

Giornalismo in area d’emergenza

Un progetto giornalistico che copra un contesto emergenziale deve tener presente due fattori fondamentali:

  • la popolazione è in uno stato di shock
  • anche i giornalisti locali possono essere in stato di shock

    Cosa deve evitare il giornalismo in area d’emergenza

  • evitare di alimentare il complottismo (non significa non coprire le storture, che vanno, anzi, denunciate con documentazioni inoppugnabili)
  • evitare di riportare voci che si susseguiranno ad una velocità spropositata
  • non esagerare con l’emotività
  • non fidarsi ciecamente delle informazioni istutuzionali
  • evitare di concentrarsi sulla spettacolarizzazione (per esempio, ricordo l’inaugurazione delle case di Onna o lo spettacolo di Benigni nella caserma della Guardia di Finanza a L’Aquila)
  • evitare di trovare le magagne ad ogni costo, magari perdendo la visione d’insieme (sempre sull’esempio dell’Aquila, ricordo l’ossessione di alcune testate che mi chiedevano di documentare le “case di Berlusconi che cadono già a pezzi”, quando invece il problema era più ampio e complesso e riguardava la scelta scellerata di delocalizzare, fare interventi definitivi in emergenza e distruggere il tessuto sociale)
  • evitare di creare confusione nelle terminologie usate a caso (leggo già adesso la battaglia container vs. new town: i moduli abitativi removibili non sono cointainer. E la scelta di delocalizzare o meno deve essere lasciata alle comunità locali)

    Cosa può e deve fare il giornalismo in area d’emergenza
  • informare correttamente fuori e dentro il cratere
  • dare alla popolazione gli strumenti per capire correttamente cos’è successo e cosa succederà
  • ricordare alla popolazione colpita che l’intervento della Protezione civile è limitato al ripristino delle condizioni per la ripresa della normale vita sociale ed economica del territorio e non può in alcun modo prendere decisioni sul lungo periodo, che spettano, invece, alle comunità locali (esiste già un modello virtuoso di gestione del post-sisma, in Italia. È il modello-Friuli. È quello che va studiato e applicato)
  • invitare la popolazione a pretendere informazioni chiare, tempestive, puntuali e con un chiaro svolgimento temporale nel breve e medio periodo
  • invitare la popolazione a essere protagonista diretta della ricostruzione
  • conoscere bene i poteri di protezione civile e il potere derogatorio conseguente alla dichiarazione dello stato d’emergenza
  • leggere attentamente tutte le ordinanze e le deroghe che vengono imposte dalle medesime
  • ricordare che un contesto come quello di una catastrofe è terreno naturale (purtroppo) per le inflitrazioni mafiose, verificare le white list delle ditte ammesse a lavorare anche nell’immediata gestione dell’emergenza (un esempio banale? Verificare le forniture dei bagni chimici) e poi, a maggior ragione, nelle operazioni di messa in sicurezza e di ricostruzione
  • invitare le istituzioni a chiarire le modalità dei bandi per la ricostruzione
  • se tutto procede per il meglio, come ci si augura, il giornalismo può essere un ottimo supporto alle istituzioni, e le istituzioni possono, con la trasparenza Il crateree la correttezza delle informazioni, trovare nel giornalismo un ottimo canale di divulgazione
  • giornalismo e istituzioni, però, anche in un contesto come quello di un cratere sismico, non sono portatori dei medesimi interessi
  • è auspicabile favorire anche la nascita di esperienze giornalistiche locali. A L’Aquila nacque il Cratere, un foglio ciclostilato, e Angelo Venti lavorava sia su internet sia con il ciclostile con il suo Site.it. Alcuni giornalisti aquilani hanno poi creato il bellissimo progetto Newstown
  • è fondamentale studiare. Bisogna conoscere la legge istitutiva della Protezione civile, i tentativi di modifica, il potere di deroga e tutta la terminologia. Per esempio, è molto importante sapere quali sono i compiti della protezione civile, quanto può durare uno stato d’emergenza, cosa comporta, cosa fa parte dell’emergenza e cosa no (la ricostruzione, per esempio, non fa parte dell’emergenza)

Architettura dell’informazione

Anche l’architettura dell’informazione deve essere progettata accuratamente: ci vuole una mappa, una struttura non ridondante, poche pagine di un sito, chiare. Quel che vogliono sapere le vittime di un terremoto è, generalmente e chiaramente, superato l’immediato:

– quanto tempo rimarranno in tende e alberghi
– che tipo di risarcimento avranno
– quando inizierà la ricostruzione

Una questione politica e culturale

Non possiamo dimenticarci che la gestione di un’emergenza è una questione politica. Così come lo sono la previsione e la prevenzione e la messa in sicurezza prima dell’emergenza. Ecco perché il giornalismo non può accontentarsi di lavorare con le istituzioni, nemmeno dopo un terremoto devastante: le istituzioni potrebbero agire con correttezza o potrebbero assumere decisioni e atteggiamenti deleteri per le popolazioni locali (esattamente come possono decidere di prevenire con piani anche decennali o di abdicare a questo ruolo e intervenire a cose fatte).

In un territorio come quello italiano, una delle prime forme politiche di prevenzione sarebbe senz’altro la diffusione di una concreta cultura per la gestione dell’emergenza. La comunicazione dovrebbe dunque operare anche prima delle catastrofi, in “tempo di pace”.

È in “tempo di pace” che si costruisce, si pianifica, si previene.

Note
– Sul tema avevo aperto un sito, poi rimasto non aggiornato, che si chiamava shockjournalism (giornalismo come reazione allo shock, non giornalismo shockante, per carità)
– Ho scritto un libro: Protezione civile Spa. Quando la gestione dell’emergenza si fa business
– Ho girato un film documentario, Comando e controllo.

Il backlink che ho dato al progetto terremotocentroitalia.info è anche a scopo SEO. Se il sito non si”piazza” su Google e se non raggiunge masse critiche, diventa uno sforzo inutile. Al tempo stesso, se si piazza bene e raggiunge il suo scopo, sarà molto importante che sia costantemente aggiornato, chiaro, ben strutturato. Spero che queste righe possano essere utili allo scopo.

Questo è un contenuto free di Wolf. Soluzioni per i professionisti della comunicazione. Se vuoi leggere tutto l’archivio e ricevere i contenuti riservati ai membri della nostra community, abbonati.

AP

5 pensieri riguardo “Terremoto, giornalismo e comunicazione in emergenza”

  1. Suggerisco un ulteriore approfondimento sugli strumenti più adatti a comunicare in queste situazioni con la popolazione. Chi ha perso tutto leggerà le notizie sulla carta o sul telefonino? Vedrà TV e ascolterà la radio insieme agli altri o da solo?
    Suggerisco anche di ricordate che il pubblico non colpito dal terremoto è un destinatario centrale perché dell’opinione collettiva che si genera si ha bisogno per chiedere aiuti adeguati, per ricostruire e per prevenire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *