Convenienza specifica o convenienza propria: che cos’è

Quando utilizziamo un qualsiasi strumento che ci offre oggi la tecnologia online, un servizio, una piattaforma, dobbiamo sempre farci una domanda molto importante: qual è la sua convenienza specifica (o convenienza propria). Se non la comprendiamo, finiremo per entrare in quel numero di persone che utilizzano male i servizi che hanno a disposizione. Che pensano che Google o Facebook siano enti di beneficenza in vena di offrire click facili per i nostri siti. Che si fanno abbindolare da consulenti più o meno abili nell’uso affabulatorio delle parole.

Se invece capiamo il concetto di convenienza specifica (o convenienza propria), facciamo un grosso passo avanti verso la comprensione dei servizi che ci accingiamo a usare.

La genesi di questo termine proviene da una conversazione avuta dal sottoscritto con un autore di Blogo.it, Mirko Nicolino, che – mentre gli esponevo alcune mie teorie sulla SEO – ha usato il termine convenienza specifica per la prima volta.

In un primo momento ho pensato di prendere quel termine e utilizzarlo per i miei corsi di formazione parlando di Google (e ne ho scritto qui, svelando i primi due fattori di posizionamento su un motore di ricerca). Quindi ho deciso di ampliarne l’applicazione e l’uso.

Definizione – Che cos’è la convenienza propria (o specifica)?
È l’interesse, il vantaggio, il tornaconto di qualcuno (persona, gruppo, azienda, servizio) nell’esercizio di una determinata attività o nel proprio funzionamento. Questo interesse è strettamente legato all’attività o al funzionamento ed è valido a prescindere dal profitto (economico o culturale o informativo o di qualsiasi altra natura) che si persegue come persona o gruppo o azienda.

Esempi – Cominciamo con un esempio semplice, che fra l’altro consente di distinguere convenienza propria (o specifica) dal profitto.

La convenienza propria di un utente che fa una ricerca su Google è quella di trovare, nella pagina dei risultati offerta dal motore di ricerca (la SERP) una serie di risultati che rispondano esattamente alle proprie necessità. Il profitto di quell’utente sarà di tipo informativo:
se avrà trovato quel che cercava, avrà informazioni che prima non aveva.

Convenienza Propria di Google
La convenienza propria (o convenienza specifica) di Google è quella di offrire all’utente esattamente quel che cerca, affinché questo utente torni a utilizzare Google come servizio. Come motore di ricerca. Solo se Google continua a funzionare bene (meglio possibile), continuerà a mantenere il proprio monopolio di fatto. In altre parole, Google ha bisogno di massimizzare la propria funzionalità nei confronti dell’utente, di cui deve comprendere alla perfezione le esigenze. Ha bisogno di massimizzare il numero di contenuti pertinenti che mostra all’utente.

Quindi, Google offre risposte istantanee a domande “facili” (con il cosiddetto Google Knowledge Graph) e poi punta tutto sui siti “altri” da sé per offrire agli utenti quel che cercano. L’esempio più interessante che mi viene in mente – anche perché apre a grandi considerazioni teorico-pratiche sula SEO – è quello delle sedie ergonomiche (che ho citato e spiegato in uno dei pezzi di Wolf riservati agli abbonati).

Google è un servizio gratuito per l’utente che lo utilizza come motore di ricerca, ma è anche il principale volano di un’azienda privata che vuole realizzare profitto economico (prima quest’azienda si chiamava Google, oggi si chiama Alphabet, ma poco cambia). Se Google continua a funzionare bene come motore di ricerca, questa azienda continuerà a fare profitto. Non è che Google sia “felice” di far uscire l’utente fuori da sé (infatti, con il Google Knowledge Graph e con l’operazione fatta sulle immagini e con l’inserimento nelle SERP tradizionali – non in quelle video – dei soli video di YouTube ne ha data ampia dimostrazione). Il fatto è che “deve” farlo, per continuare a essere utilizzato dalla maggior parte degli utenti per le ricerche.

Capirle tutto questo aiuta a capire come implementare una strategia SEO sensata.

Visto che Google opera in regime di (quasi) monopolio fra i motori di ricerca, vale l’identità fra la convenienza specifica di Google e quella di un qualsiasi motore di ricerca. Cioè, varrà anche se e quando Google non ci sarà più.

Convenienza specifica di Facebook
La convenienza propria di Facebook è quella di tenere l’utente al proprio interno, quanto più possibile. Facebook, in altre parole, ha bisogno di massimizzare il tempo di permanenza su Facebook. Per farlo, conosce bene la propria natura di piattaforma di intrattenimento e tenta di offrire, attraverso l’algoritmo del News Feed e l’uso delle notifiche, un’esperienza utente che porti a ritornare spesso sul social. Non solo: per massimizzare il tempo di permanenza al proprio interno, Facebook fa in modo che l’algoritmo “premi” maggiormente tutto ciò che non porta l’utente fuori. Quindi: sì alle condivisioni testuali, sì alle foto, sì ai video caricati direttamente su Facebook, sì ai video in live streaming. Ma non mettere troppi link che vanno fuori, altrimenti l’algoritmo ti abbassa ancor di più la portata delle tue condivisioni (già alquanto sofferente).

Capirlo aiuta a capire perché Facebook non sia una piattaforma di distribuzione – e anche perché, verosimilmente, non sia un contesto ideale per le notizie approfondite ma sia, piuttosto, un servizio che può puntare su altro: intrattenimento, (auto)promozione, marketing, vendite e via dicendo.

In un certo senso, Facebook vuole diventare internet.

Il valore fondamentale di Facebook è l’enormità del database.

Il suo profitto deriva, ovviamente, dalla possibilità di monetizzare attraverso la pubblicità che vende (e invogliando ogni tipo di pubblicazione – giornalistica, aziendale, personale) a promuovere i propri contenuti che da tempo non hanno più la visibilità totale nei confronti dei propri fan. Per convincersene basta andare a vedere i numeri di like, reactions (a proposito: anche Facebook sbaglia, e si usto pochissimo) e condivisioni su pagine che hanno milioni di fan. La sorpresa è notevole.

La convenienza specifica di altri servizi di social network non coincide necessariamente con quella di Facebook.

(AP)

 

Un click non vale niente (o vale infinito)

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Illustrazione di Nicola Ferrarese. Abbonati a Wolf.

Quanto vale un click? Se fai questa domanda a Google (vale anche se la fai in inglese) arrivano anche risposte precise (generalmente da parte di siti che offrono guide e suggerimenti, puntano a strategie SEO proprio per attirare visitatori). La risposta più quotata su Quora inizia in un modo che non può che piacerci: dipende.

Ma qui, molto provocatoriamente, vogliamo sostenere che un click non vale niente. Non vale niente da quando i click si comprano. Non vale niente perché i click si gonfiano.

Non vale niente perché un click non vuol dire che hai letto, che ti è interessato il contenuto, che hai un ricordo attivo del contenuto.

Non vale niente perché il 60% dei click su smartphone è accidentale perché abbiamo le dita grosse.

Non vale niente perché esiste il clickbait.

Il terzo punto del decalogo+1 di lancio di Wolf, che abbiamo chiamato “Manifesto per professionisti della comunicazione” diceva: «Oltre il titolo, c’è un articolo. Accalappiare i lettori a colpi di  è truffa, non giornalismo».

Ecco perché pensiamo che il click non valga niente.

È una provocazione e la risposta giusta alla domanda è: dipende. Se il click viene effettuato da un utente che ti cerca, ti vuole, trova il servizio che cerca, se tu non tradisci la sua fiducia, se gli dai quel che desidera, se anticipi le sue richieste, se gli offri una buona esperienza, se in qualche modo hai un impatto positivo sulla sua vita, quel click ha un valore infinito.

Se il click te lo stai procurando per far volume, per te non vale niente. E all’utente fa perdere tempo. Tempo che nessuno gli restituirà, tempo che, la prossima volta, non ti dedicherà.

Un click vale una cifra indeterminata fra o e . Dipende dalla relazione che si instaura fra chi clicca e chi cerca il click.

L’illustrazione è di Nicola Ferrarese.
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CTR – Che cos’è, come si calcola

CTR - Cos'è - La formula

CTR – Click-Through Rate

È il numero dei click che vengono effettuati su un link diviso il numero delle volte in cui quel link è stato visualizzato e moltiplicato per 100.

Si usa nella maggior parte dei casi per misurare l’efficacia di una campagna pubblicitaria su un sito internet o via mail, ma è un valore che si può calcolare per qualsiasi tipo di link.

Per esempio, se utilizzo Google Analytics per misurare la quantità di visualizzazioni che ha avuto questa pagina in cui parlo del CTR e poi calcolo quante volte è stato cliccato questo link che rimanda genericamente al glossario di Wolf, con tutte le nostre guide, posso calcolare il Click-Through Rate di quel link.

Programmi di affiliazione: cosa sono?

I programmi di affiliazione (o affiliate marketing) sono accordi commerciali che riguardano tre soggetti diversi che interagiscono.

  1. Il venditore online crea il proprio programma di affiliazione che riguarda i prodotti che mette in vendita. Lo fa essenzialmente per promuovere la propria attività.
  2. L’editore (o, per dirla all’inglese, il publisher, o per semplificare ulteriormente il titolare del sito, visto che non è necessario essere editori in senso stretto, per poter aderire a un programma di affiliazione).
  3. La piattaforma di affiliazione, che mette a disposizione il servizio facendo da tramite tra venditore e editore.

In alcuni casi, il venditore è talmente grosso da avere la propria piattaforma di affiliazione (come il Programma di Affiliazione Amazon).

C’è poi un quarto soggetto, fondamentale da considerare. Ed è l’acquirente. È colui che atterra sulle pagine web dell’editore e poi clicca sul banner del programma di affiliazione, atterra sulla pagina del venditore e, infine, acquista il prodotto.
L’acquirente, dunque, deve compiere tre azioni distinte:

  • atterrare su una pagina dell’editore (come utente diretto, o referral, o organico o social)
  • cliccare consapevolmente sul banner (evidentemente, per farlo, dovrà trovare qualcosa sul sito che sta visitanto che lo convinca a cliccare)
  • acquistare il prodotto

In ciascuno di questi passaggi il tasso di conversione in percentuale è dell’ordine delle unità, spesso <3%.

Quindi, i programmi di affiliazione non sono la panacea di tutti i mali dell’editoria online e non possono risolvere qualsiasi problema per chi lavora nel mondo dell’informazione o della comunicazione. Ma sono una delle tante soluzioni parziali possibili.

Facebook Reactions – Le reazioni su Facebook

Reazioni su Facebook

Facebook Reactions – Le reazioni di Facebook sono, di fatto, degli emoji che si attivano tramite il vecchio pulsante Like e che consentono di “reagire” alle condivisioni di utenti o pagine con sei diversi stati d’animo. Originariamente erano sette, la faccina sorridente (quella a centro nell’immagine) è stata rimossa dopo la prima fase di test.

Le reactions sono state testate in Spagna e in Irlanda a partire dall’8 ottobre 2015. Sono state introdotte in tutto il mondo a partire dal 24 febbraio 2016.

Qui l’annuncio ufficiale di Facebook.

[Questa voce del glossario è da intendersi, come tutte le altre, in continuo aggiornamento]

Google AMP – Accelerated Mobile Pages

Google AMP - Accelerated Mobile Pages
Google AMP – Accelerated Mobile Pages
Questa pagina non AMP: http://wolf.slow-news.com/google-amp-google-accelerated-pages/
Questa  pagina AMP: http://wolf.slow-news.com/google-amp-google-accelerated-pages/amp/

Google AMPAccelerated Mobile Pages. Si tratta di un progetto di Google, open source, che nasce dalla Digital Initiative, che emerge dal dibattito fra editori e compagnie teclogiche e che si ripropone di migliorare l’intero ecosistema della fruizione dei contenuti da mobile, per tutti: editori, piattaforme, creatori e utenti. «Oggi», si legge sul sito ufficiale, «l’aspettativa è che i contenuti si carichino super-velocemente e che siano facili da esplorare. La realtà è che i contenuti possono metterci anche diversi secondi a caricarsi o, visto che poi gli utenti abbandonano le pagine lente, potrebbero non caricarsi mai del tutto. Le Accelerated Mobile Pages sono pagine web progettate per caricarsi istantaneamente – sono un passo avanti per un web mobile migliore per tutti».

Il progetto è stato annunciato il 7 ottobre 2015 ed è stato lanciato il 24 febbraio 2016.

È dettagliatamente spiegato sul sito ufficiale dell’AMP Project.

Come tutto quel che riguarda Google, il consiglio è: prima di leggere articoli di approfondimento (sì, persino quelli di Wolf.) studia tutto quel che dice Google stesso. Non c’è fonte migliore da leggere in merito e in ogni caso è un punto di partenza da cui non si può prescindere.

Le FAQ, in particolare, sono estremamente istruttive ed esaustive.

In ogni caso, se vuoi una descrizione semplice del funzionamento delle AMP, eccola qui (la traduzione è libera, proprio dalle FAQ):

«Le Accelerated Mobile Pages sono come qualsiasi altra pagina HTML, ma con un gruppo limitato di funzionalità tecniche che è definito e governato dalle specifiche AMP open source. Si caricano in qualsiasi browser moderno o qualsiasi applicazione che consenta di navigare sul web».

Probabilmente dopo aver capito quale sia lo scopo delle AMP, la prima domanda che ti verrà in mente sarà: come faccio, se non so niente di programmazione? Be’, tanto per cominciare, se il tuo sito è su WordPress, c’è già il plugin. Se per caso usi Joomla, John Muller ha segnalato proprio il 24 febbraio e su Google+ la presenza di un plugin proprio per Joomla.

[Questa voce del glossario è da intendersi, come tutte le altre, in continuo aggiornamento]

Engagement

EngagementEngagement: Coinvolgimento. Termine utilizzato in particolare per riferirsi all’interazione fra gli utenti e le condivisioni fatte sui “social”. Una delle frasi più abusate nel mondo del web marketing oggi è «bisogna fare engagement».

Uno degli abbonati di Wolf. ci ha suggerito di creare un vero e proprio glossario di tutti i termini che hanno invaso il mondo digitale. È una buona idea e, in effetti, una delle categorie che abbiamo messo in piedi in questa versione Beta di Wolf., nella sua parte free, si chiama proprio Glossario. Per il momento abbiamo parlato di paywall poroso e di algoritmo (a modo nostro, s’intende).

Abbiamo messo online anche un file su Gdrive dove chiunque può contribuire al glossario di Wolf.

Oggi tocca a engagement. Una delle parole più abusate negli ultimi mesi, forse negli ultimi anni, anche in virtù del fatto che la si utilizza per parlare dei social, quantomai di moda, comunque la si veda in merito.

Engagement significa coinvolgimento. Non c’è bisogno di scomodarsi a tradurlo come “fidanzamento”, non c’è alcun bisogno che i nostri utenti si fidanzino con i nostri contenuti, come sostiene qualcuno cui evidentemente non pareva vero di poter riempire qualche pagina web a spiegare nuove branche del marketing con altri termini inglesi spiegati e/o capiti male.

Come al solito, quando sveliamo la traduzione senza tradire il significato sembra tutto più chiaro. Cosa deve fare, chi produce contenuti digitali, se non pensare a come coinvolgere l’utente?

I like, i commenti, le condivisioni, il traffico, le visualizzazioni, i click, le conversioni, le critiche, i retweet, i cuori, non sono altro che azioni compiute dall’utente con i contenuti che si trova a fruire. Se la vediamo in questo modo sarà molto più facile comprendere la necessità di valutare tutte le metriche senza il filtro dannoso della vanità e per quello che sono: attestazioni di un coinvolgimento più o meno riuscito.

Se è vero – come pensiamo qui – che il lettore (l’utente) sia il vero e unico protagonista indiscusso – in quanto fruitore in grado di effettuare interazioni evolute con i contenuti – dell’intrattenimento, delle informazioni, delle notizie, delle campagne pubblicitarie, ecco che l’engagement sarà un nostro obiettivo, non più fumoso ma mirato.

Come scrivevo altrove, inoltre, una strategia di engagement, cioè di coinvolgimento a lungo termine, non può che avere ricadute positive nel consolidamento del pubblico di riferimento cui ci rivolgiamo e che ci ha scelti.

Attenzione, però. L’engagement è nulla senza comprensione e senza conversione. Cosa significa? Semplice. Significa che tutte le interazioni che dei nostri utenti con i nostri contenuti vanno misurate, capite (per migliorare e servire meglio la comunità di riferimento) e valutate anche in base a quel che si riesce a ottenere, da tutte queste interazioni.

Se ci limitiamo a godere della portata delle nostre condivisioni su Facebook, a valutare i like ricevuti, a gongolare per un meme che è diventato virale, non faremo che cadere nella trappola delle metriche della vanità.

La vera sfida, se si lavora con i contenuti online, è trasformare chi ci mette un like, un cuore, chi ci lascia un commento in un utente fedele, che ritorna, che magari un giorno sarà disposto a sostenere la nostra produzione di contenuti con qualcosa di più tangibile di un like. Oppure che costituirà un pubblico affezionato, sufficientemente ampio da giustificare altre strategie di monetizzazione.

Per esempio. I contenuti di Lercio fanno un engagement pazzesco. E poi? (Qui una divertente intervista a quelli di Lercio su GQ). Gianni Morandi, non ne parliamo. Recentemente, funziona molto bene il lavoro di social media management sulla pagina Facebook di Carlo Verdone (promozione per il film). Chiaramente, anche il ritorno su questo tipo di investimenti andrebbe misurato in qualche modo.giornalismo-online-FQ

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non solo. Fare engagement come questa condivisione del Fatto Quotidiano fa bene al marchio?

Insomma: la parola è facile e abusata. I concetti che implica non sono affatto semplici.

Da chi si può imparare per capire come si fa engagement e come lo si fa fruttare sul serio? Qualcuno probabilmente storcerà il naso. Ma la risposta è: Buzzfeed. Il pragmatismo con cui spiegano come si deve valutare l’engagement e come si debbano trattare le metriche è semplicemente encomiabile.

L’algoritmo è il lettore

Illustrazione © Nicola Ferrarese
Illustrazione © Nicola Ferrarese

Quando si è trattato di prodursi in una previsione per il 2016 – sai, quelle cose che vanno tanto di moda in tutti i settori – per quanto riguarda il rapporto fra i contenuti e gli utenti, ho scritto che il 2016 sarebbe stato l’anno dei lettori.

Non perché credessi veramente che tutti si sarebbero spinti a occuparsi dei lettori, ma perché sono convinto che sia necessario farlo e ci credo io, così come la redazione di Wolf.

Cosa siamo senza lettori? Cosa sono i giornali senza lettori? Cosa sono le marche e i prodotti senza consumatori o utenti? Niente.

Sui tre giornali che di recente hanno cambiato direttore, tutti e tre i nuovi incaricati (Calabresi-Fontana-Montanari) hanno parlato di lettori al centro: non ci sarebbe nulla di nuovo, in realtà. La fiducia dei lettori nei mezzi di informazione è teorizzata e addirittura istituzionalizzata, nel giornalismo, dalla Legge istitutiva dell’Ordine (1969, mica ieri). È un interesse per il momento dichiarato, di cui non si possono ancora verificare i frutti. Il paywall poroso del Corriere, per il momento, non mi sembra affatto un servizio per il lettore, per capirci (e non credo che sia una soluzione alla crisi dei giornali, lo dico come semplificazione).

Il lettore che ci interessa – che ci dovrebbe interessare – è un essere attivo. Un individuo che non si limita ad arrancare «dietro al medium digitale che, agendo sotto il livello di decisione cosciente, modifica in modo decisivo il nostro comportamento, la nostra percezione, la nostra sensibilità, il nostro pensiero, il nostro vivere insieme» (cit. Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale . È uno dei consigli di lettura di Wolf.).

Eppure, cosa succede sul web oggi? Succede che Google, che rimane un fondamentale vettore di traffico per qualsiasi tipo di contenuto, ha un suo algoritmo. Facebook decide cosa mostrare nel News Feed di ciascun utente in base a un algoritmo. Persino Twitter starebbe per cedere alla tentazione algoritmica (o forse no, chissà). Ora, se la convenienza propria di Google sta nel dare all’utente la miglior risposta possibile (ma chi decide qual è la miglior risposta possibile per ciascuno? Diciamo che i dati di cui Google dispone sono un’ottima approssimazione, in senso stretto), almeno finché il motore di ricerca resta il suo prodotto più importante (nota bene: dare la miglior risposta possibile equivale a monetizzare di più e meglio), le convenienze proprie di Facebook e Twitter rimangono di monetizzazione tout court (quindi: necessità di tenerti all’interno e di non farti andare fuori, in perfetto contrasto con le necessità di chi, invece, utilizza i social per generare traffico sulle proprie properties).

Ecco perché, se vogliamo preoccuparci del lettore, bisogna ribaltare la prospettiva. Su Slow News e con Wolf. stiamo lavorando proprio a questo: alla costruzione di una comunità di lettori fedeli e interessati. Su Slow News, si radunano lettori interessati a un certo tipo di lettura, lenta e approfondita. Su Wolf, invece, arrivano interessati a una comunicazione di tipo B2B, fatta da professionisti per professionisti, con l’obiettivo di creare una rete di professionisti che possano anche darsi supporto vicendevolmente, creare conversazioni e opportunità concrete di collaborazioni e di lavoro. Entrambe le tipologie di lettori pagano (perché pagano il lavoro e pagano la qualità. Pagheranno fino a quando saranno soddisfatti del prodotto, quando non lo saranno più smetteranno di pagare: sono le loro scelte che determinano la sostenibilità o meno del nostro progetto. E le loro scelte sono determinate dal nostro lavoro: se risponde alle loro domande, vuol dire che funziona. Se no, dovremo inventarci altro).

È per questo motivo che Wolf ha un suo gruppo di discussione su Facebook (che presto diventerà anche un forum sul sito di Wolf). È per questo motivo che su Slow News stiamo lavorando a un meccanismo di personalizzazione delle newsletter che ci consentirà di offrire a chi ci legge qualcosa di estremamente profilato. Ma non scelto da una macchina.

L’algoritmo è il lettore.

Tutto il resto, per me, è accademia.

(AP)

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Citizen journalism

Il giornalismo dei lettori

Il citizen journalism, o giornalismo partecipativo, è una forma di giornalismo che prevede una partecipazione attiva da parte dei lettori.

Secondo Sergio Luciano su Italia Oggi, il caso del tizio con il fucile a Roma sarebbe un caso che dimostra che con il “giornalismo dei cittadini” bisogna andarci cauti. E, giò che ci siamo, per parlare dei problemi del giornalismo su internet, come se il problema fosse il mezzo distributivo e non una questione a monte, che riguarda il modello di business scelto e l’approccio culturale.

Ma, tanto per cominciare, a me sembra che con il giornalismo partecipativo, quel caso non abbia proprio nulla a che vedere.

Riassumiamo i fatti:
– telecamere di sorveglianza riprendono in stazione un uomo con un fucile
– la stazione viene chiusa, si dirama l’allarme
– la macchina del giornalismo mainstream (altro che citizen) si mette in moto
– 15 ore dopo si scopre che era un padre che aveva comprato un fucile giocattolo per il figlio.

Su Twitter, illustri testate giornalistiche nostrane davano il meglio di loro associando l’hashtag #Termini (che era fra i trending topic) all’hashtag #terrorismo, non solo durante la diffusione della notizia, ma anche dopo, dimostrando, nella migliore delle ipotesi che (generalizzo):
a) i social media, in Italia, si usano solo per acchiappar lettori col clickbait
oppure che
b) i social media, in Italia, non sono affidati a professionisti con competenze giornalistiche e con esperienza ma a profili “junior”
oppure che
c) gli hashtag non li abbiamo ancora capiti bene.
Oppure tutte e tre le cose insieme.

Anche il Segretario Nazionale dell’Odg usava l’hashtag #terrorismo.

In tutto questo, però, Luciano preferisce prendersela col web, ne approfitta per elogiare il paywall del Corriere della sera e per dire “no grazie” a una cosa che – nessuno si offenda – non ha capito bene. Non è colpa dei cittadini che informano, se i giornali pubblicano testimonianze affannate, tweet e tutto quanto possa essere utile per cavalcare una breaking news da scrivere con tantissimi +++++.

È colpa del giornalismo che cavalca – lo ripeteremo all’infinito – il modello della ricerca del traffico ad ogni costo invece di pensare a fare bene.

Tutto sommato, il titolo di Luciano si potrebbe anche salvare. Basterebbe togliere le parole “dei lettori”.

Diventerebbe così: «Occhio al giornalismo perché racconta troppe balle».

Qualche tempo fa, Sergio Luciano aveva scritto un editoriale dal titolo: Le notizie false sono meglio di quelle vere per i social. Anche in quel caso, qualcosa non andava.

Paywall poroso

Finestra anonima

Che cos’è un paywall poroso? Si chiama così un paywall che consente alcune vie per “aggirarlo”. Come quello del Financial Times, per esempio.

Un modo per leggerne i pezzi senza abbonarsi? Molto semplice. Il paywall del FT è tale per cui i lettori di provenienza organica (cioè, da Google o altri motori di ricerca, per capirci), dovrebbe essere consentito l’accesso ai contenuti. Per massima sicurezza si può provare da finestra anonima.

Finestra anonima

La finestra anonima si attiva così: File –> nuova finestra privata (Safari)
File –> nuova finestra anonima (Firefox)
Menù –> Nuova finestra di navigazione in incognito (Chrome)

Poi si va su Google (o si digita direttamente nella barra di ricerca, ormai si può), cerca il titolo del pezzo (e come si fa a conoscerlo? Per esempio, attraverso i post-it di Datamediahub, che dal martedì al giovedì sono riservati agli abbonati a Wolf. Se si segue il link, appare oscurato, almeno parzialmente, sotto alla finestra delle formule di abbonamento).

Titolo ft

Si clicca sul primo risultato di ricerca. Diciamo che se la testata in questione ha un minimo di struttura ottimizzata secondo i dettami Seo, il pezzo sarà il primo. Se no, no. Spero che il FT abbia un bravo Seo. In effetti è così, come vedi.

titolo del pezzo

Voilà, ecco il pezzo.

pezzo financial times

Qualcuno potrebbe dire: ma come? Proprio tu che hai una serie di progetti a pagamento spieghi come si aggirano?
Sì. Certo. Perché il target del Financial Times non è costituito da chi non vuole pagarlo (altrimenti avrebbero fatto un paywall non poroso). Così come il nostro target.

La “pirateria” non si sconfigge facendo finta che non esistano modi per diffondere i contenuti a pagamento. Sappiamo bene che le mail di Wolf si possono inoltrare a terzi. Ma, se ci abbiamo visto giusto, non conviene a nessuno: non conviene a noi, certo, ma non conviene nemmeno ai lettori cui piace il nostro servizio, perché lo renderebbero insostenibile.

Allo stesso modo, il paywall del Financial Times è strutturato così perché se poi avanzi nella navigazione, se clicchi, ti arriva l’invito a pagare.

paywall financial times

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