Discovery Oligopoly: l’oligopolio della scoperta

discovery-oligopoly

Che cos’è l’oligopolio della scoperta (discovery oligopoly)? Forse rende peggio in italiano, ma ho preferito mantenere la traduzione letterale, perché si è parlato tanto di contenuto libero di raggiungere le persone, di persone che possono scoprire questi contenuti e invece la realtà – che è sotto gli occhi di tutti – è che questa liberazione dei contenuti e la conseguente loro scoperta è nelle mani di un gruppo di monopolisti.

Lo spiega molto bene Michael Wolf: una manciata di piattaforme digitali controllano ciascun passo del viaggio del consumatore. Dalla visibilità dei contenuti preferiti alla ricerca, dai risultati correlati e curati alle promozioni sui contenuti,dagli annunci sponsorizzati alla fruizione su piattaforme proprietarie.

Sono Google, Facebook, Amazon, Apple, Microsoft (piattaforme USA espanse in tutto il mondo occidnentale) e Alibaba, Baidu e Tencent, QQ e (per il mercato cinese). Queste strane sette sorelle detengono un oligopolio di fatto del viaggio del consumatore, dall’accesso alla scoperta al consumo.

discovery-oligopoly

Ecco perché, se il 2017 sarà, per forza di cose, l’anno della convivenza con questo oligopolio (tocca imparare a conviverci e forse non è troppo tardi per farlo), il 2018 dovrà per forza di cose essere l’anno dell’exit strategy (o almeno della pianificazione, prima che sia troppo tardi per farlo). Che pure non è sufficiente, da sola, a sistemare le cose (non può esserlo, in un regime di oligopolio).

[Se vuoi approfondire, abbonati a Wolf]

deeds

Mettendo insieme una serie di considerazioni proposte ai lettori di Wolf, mi sono inventato la DeedS.

Deed è una parola inglese che, letteralmente, significa «azione compiuta intenzionalmente, scientemente». Ma anche “azione nobile o coraggiosa”.

È una parola che mi piace molto. Ed è anche un acronimo perfetto per quello che mi sembra essere l’approccio più corretto al digitale. Deeds è un acronimo che sta per Digital Entry, Exit and Detox Strategy

Non ha senso parlare di detox digitale o di exit strategy se non si parla anche di alfabetizzazione al digitale e di comprensione del digitale come elemento del reale. Di come essere digitali da esseri digitali. Di come esserci. Non ha senso disintossicarsi se non si prende coscienza del fatto che digitale è reale. Ma non ha nemmeno senso parlare di realtà del digitale senza essere consapevoli delle patologie che comporta (per esempio, il FOMO, fear-of-missing-out), che esistono e sono peculiari. La Deeds funziona sia per le persone sia per le aziende (la cui presenza nel digitale è spesso affidata a improvvisazioni o – peggio – a venditori di fuffa), che devono trovare la loro strada per essere, esistere anche nel digitale, cercando di sfruttare le aperture che lasciano, giocoforza, gli oligopolisti (è la loro convenienza specifica).

Prendere coscienza dell’oligopolio è un primo passo per capire l’ecosistema nel quale viviamo e operiamo. Applicare le azioni della DeedS, cioè capire come essere digitali, come uscire dall’oligopolio, come disintossicarsi dagli elementi tossici (come le breaking news, per esempio, o il flusso continuo dei social) e agire di conseguenza dovrebbe essere alla base di una strategia chiara e sana per le proprie attività (e anche per la propria vita).

[Se vuoi approfondire, abbonati a Wolf]

TAL – Che cos’è?

TAL - Il comunicato stampa con cui Audiweb ha annunciato, nel 2014, il nuovo regolamento sulle aggregazioni di traffico.
TAL – Il comunicato stampa con cui Audiweb ha annunciato, nel 2014, il nuovo regolamento sulle aggregazioni di traffico.

Che cos’è la TAL? Cosa c’entra con la misurazione del traffico su internet e con i dati Audiweb?

La risposta è semplice: TAL è un acronimo che significa Traffic Assignment Letter. Con la lettera di assegnazione del traffico, in USA, si comunica a ComScore che il traffico del proprio sito si può considerare aggregato a un certo network o a una certa proprietà.

Più genericamente, TAL è passata a indicare per metonimia l’aggregazione di audience online.

La tecnica, ovviamente, è rimbalzata in tutte le nazioni e si fa anche in Italia.

Ecco l'header del sito aranzulla.it che contribuisce al traffico di ilessaggero.it
Ecco l’header del sito aranzulla.it che contribuisce al traffico di ilessaggero.it

Perché si fa TAL? Be’, è semplice: i grandi network o editori lo fanno per ingrandire il proprio bacino di visitatori unici e dunque per vendere meglio la pubblicità. E i siti che contribuiscono al loro traffico possono beneficiare, in alcuni casi, di un accordo presumibilmente anche economico.

A gennaio 2014, in Italia, dopo molte polemiche sul tema, il cda di Audiweb ha introdotto un nuovo regolamento sulle aggregazioni di traffico. Di fatto, fino a quel momento i dati proponevano il totale del traffico di un sito, senza tener conto delle aggregazioni.

Dal 24 gennaio, invece, si decise di operare così:

Il nuovo regolamento prevede modifiche che garantiranno una maggiore trasparenza nella rappresentazione delle componenti di audience di ogni editore, distinguendo le audience ”organiche” da quelle ”aggregate o non organiche” derivanti da accordi editoriali di cessione traffico (TAL – Traffic Assignment Letter) attraverso una riorganizzazione del catalogo di Audiweb e le regole di composizione delle brand e dei channel.

Da un punto di vista organizzativo, Audiweb gestira’ direttamente la documentazione sulle aggregazioni e sulle cessioni del traffico (TAL – Traffic Letter Assignement) degli editori presenti nell’Audiweb Database.

In alcuni casi, il traffico con o senza TAL aumenta o diminuisce significativamente.

Da febbraio 2015, poi, il dato è stato definitivamente disaggregato.

 

OKR, Objectives and Key Results

OKR - Objectives and Key Results
OKR – Il metodo objectives and key results

Che cos’è il metodo OKR? E perché ne parliamo su Wolf?

Studiando il contesto attuale dei media, occupandomi di gestione dei contenuti digitali e, soprattutto, sperimentando nuove (o vecchie) forme di approccio al lavoro giornalistico e della comunicazione con Slow News e con altre iniziative personali, è venuto naturale cominciare a studiare anche metodi di gestione dei flussi di lavoro, di organizzazione aziendale, di tecniche di gestione aziendale e di metodologie per fissare obiettivi e per misurarli.

Mi sono così imbattuto – anche grazie a una delle mie consulenze – nel metodo OKR, estremamente interessante e utile, da conoscere e da applicare.

Uno dei principali problemi del lavoro con la comunicazione o con il giornalismo, infatti, soprattutto online, riguarda la capacità di fissare obiettivi, misurare risultati, valutarli e proseguire in un circolo virtuoso che sia anche motivazionale per chi lavora.

Cosa significa OKR

OKR è un acronimo che significa objective and key-results. In italiano, Obiettivi e risultati chiave.

Sorprendentemente – o forse no. Vedremo poi perché – è poco noto in Italia. Quando ho provato a chiedere sul mio profilo Facebook se qualcuno dei miei contatti avesse esperienze di aziende italiane che lo applicano, non ho ricevuto alcuna risposta.

Cercando OKR su Google, a parte Wikipedia non si trovano risultati in italiano. Il che la dice lunga.

In questo breve pezzo (gli approfondimenti usciranno su Wolf, solo per abbonati. Per riceverli, abbonati) verrà usato indistintamente OKR al singolare o al plurale, sostanzialmente come sinonimo.

In inglese si scrive anche OKRs (plurale, appunto)

OKR: breve storia

Gli OKR sono stati inventati in Intel. La loro popolarità è dovuta perlopiù a John Doerr, un venture capitalista della Silicon Valley.

Oggi lo utilizzano, fra gli altri, Uber, Google, LinkedIn, Twitter, Zynga, General Assembly.

In un pezzo di Businessinsider del 2014 viene spiegato che Google ha iniziato ad utilizzare l’OKR proprio su spinta di John Doerr (che, fra l’altro, aveva investito proprio su Google) Adesso, con il cambio al vertice del reparto HR (risorse umane), sarà interessante verificarne il mantenimento o eventuali cambiamenti.

Chiaramente, viste le realtà che lo applicano, è un metodo di moda presso le startup tecnologiche (e questo lo rende potenzialmente pericoloso e ad alto rischio “fuffa”).

Oltre ad essere uno strumento di definizione degli obiettivi e misurazione del raggiungimento dei medesimi, l’OKR è anche qualcosa di più, come spiega bene questo articolo su Firstround in cui si racconta la sua implementazione in una compagnia medio-piccola che stava crescendo velocemente come Swipely.

È un metodo che può essere utilizzato per compagnie grandi e piccole, ma anche per riorganizzare in maniera semplice e senza troppa fatica la propria vita personale.

Metodo OKR: come funziona

Il funzionamento del metodo è molto semplice ma, al tempo stesso, richiede un approccio filosofico radicalmente differente rispetto a quello che si riscontra nella maggior parte delle aziende italiane (a volte per cultura, a volte per imperizia o incompetenza, a volte perché si ritiene che si debba puntare su valori molto diversi rispetto a quelli che stiamo per vedere).

Objective – L’obiettivo (o gli obiettivi).
L’azienda deve avere un suo obiettivo generale (che va fissato nel lungo periodo e molto ambizioso).
Poi ci vogliono gli obiettivi fissati per i vari reparti dell’azienda stessa.
Gli obiettivi sono, generalmente, soggettivi e qualitativi. E, appunto, ambiziosi. Possono essere annuali e poi suddivisi, per esempio, per trimestri.

Key ResultsI risultati chiave
I singoli reparti, a cascata e con un’organizzazione divisa secondo cicli (trimestri o semestri o annuali), dall’amministratore delegato in giù, devono avere dei compiti da raggiungere (i key results), chiari, definiti, misurabili, specifici, concreti.
I key results devono essere coerenti con l’obiettivo primario aziendale. E devono essere trasparenti.
Significa che tutti devono conoscere gli obiettivi e i risultati chiave di tutti.

Misurazione – Il raggiungimento o meno dei key results va misurato, motivato e compreso. La misurazione non deve mai e poi mai avvenire con scopi punitivi o premiali. Non si deve terrorizzare il dipendente. Anche perché lo scopo ultimo del processo obiettivi-risultati chiave-misurazione è che i singoli migliorino il proprio apporto per il raggiungimento degli obiettivi aziendali e che siano in grado di fissare i propri OKR autonomamente.
OKR non è sinonimo di valutazione del lavoro.
La trasparenza si estende anche alla misurazione e allo storico: in azienda, cioè, tutti devono conoscere non solo gli OKR di tutti, ma anche le performance presenti e passate.

Si capisce, da questa breve descrizione, che il metodo è per prima cosa filosofico, e che molte aziende potrebbero addirittura averne paura.

Chiaramente, è un metodo che va introdotto con lentezza. Va capito, chiarito a tutti in azienda, applicato in maniera semplice.

Come si fissano gli OKR?

Ovviamente per fissare gli OKR bisogna aver introiettato il metodo, conoscerlo e capirlo fin dalle fondamenta. Che in realtà sono molto semplici. Talmente semplici che viene da chiedersi perché non sia così ovunque. Più si studia l’OKR più si capisce che applicarlo è puro buonsenso.

In questo video, Rick Klau lo spiega molto bene (c’è anche un post su Medium).

Ma in concreto cosa vuol dire applicare il metodo OKR?

Sostanzialmente, OKR è sinonimo di quanto segue.

Si vuole far crescere l’azienda, perseguendo il suo scopo primario, il suo obiettivo, il suo sogno. Bisogna dunque fare in modo che tutti lavorino per uno scopo comune. L’unico modo per farlo è palesare l’obiettivo dell’azienda, gli obiettivi di tutti i reparti aziendali, dalle dirigenze in giù, i risultati da ottenere per raggiungere gli obiettivi e la misurazione di questi risultati. Se i risultati non si raggiungono, occorre capire perché e raffinare il proprio metodo di lavoro (o di individuazione dei risultati da raggiungere, che potrebbero essere stati fissati in maniera sbagliata».

OKR: esempi

Uno schema che rappresenta in maniera semplificata la cascata che traduce il "sogno" (o missione aziendale) in obiettivi e poi risultati chiave e "cose da fare".
Uno schema che rappresenta in maniera semplificata la cascata che traduce il “sogno” (o missione aziendale) in obiettivi e poi risultati chiave e “cose da fare”.

Come al solito, servono esempi. Vediamone uno, che riguarda Youtube (tratto da questo post su Medium)

Obiettivo: aumentare il tempo medio di visualizzazioni video per utente

Risultati chiave:

– aumentare il totale delle visualizzazioni di X minuti al giorno
– espandere le applicazioni native di YouTube a 2 nuovi sistemi operativi
– ridurre il tempo caricamento dei video del X%

Questo esempio è molto semplice. A cascata, avrà delle conseguenze sui “key results” dei vari reparti di Youtube e si innesta perfettamente nella missione generale di Youtube, il suo “sogno”. Che sarà, più o meno: «Essere il punto di riferimento globale per tutti i tipi di informazioni video».

Per altri esempi, più concreti e dettagliati, abbonati a Wolf.

Nello schema, molto semplice, ecco come si passa dall’obiettivo generale dell’azienda (che ho chiamato sogno. Altri la chiamerebbero missione, per esempio. Ma volevo uscire dalla nomenclatura tradizionale che ha, troppo spesso, devastato le aziende per la ripetizione sistematica di concetti e modi di dire mai introiettati). Chiaramente, dal Sogno fino al “da fare”, tutto è trasparente.

OKR: libri, testi, slide

OKR - La guida di Qulture.Rocks all'applicazione del metodo. Un libro chiaro, semplice, facile da capire: ottimo per iniziare
OKR – La guida di Qulture.Rocks all’applicazione del metodo. Un libro chiaro, semplice, facile da capire: ottimo per iniziare

Il testo più interessante che ho trovato in merito (in lingua inglese) si intitola The Ultimate Guide to OKRs: How Objectives and Key-Results can help your company build a culture of excellence and achievement. (English Edition) (*)

Qui di seguito, invece, una decina di slide, semplicissime da capire anche per chi non conosce l’inglese.

Perché in Italia non se ne trova traccia?

Cercando su Google si vede bene che non c’è letteratura in merito al metodo OKR.
Perché? Io mi sono fatto un’idea.
Penso che sia un insieme di fattori che fanno sì che sia meglio non applicare un metodo simile.

Nel discorso di Francesco Starace, a.d. di ENEL, alla Luiss. Quando starace risponde a una domanda sul “cambiamento” in un’azienda, ha dichiarato:

«Vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e bisogna distruggere, fisicamente, questi centri di potere. Per farlo ci vogliono cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando ad essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno dell’organizzazione, del ganglio che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento. E questa cosa va fatta in maniera più plateale e manifesta possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta velocemente, con decisione, senza nessuna requie. E dopo pochi mesi l’organizzazione capisce. Perché alla gente non piace soffrire. E quando capiscono che la strada è un’altra, tutto sommato si convincono miracolosamente e vanno tutti lì. Cioè, è facile».

Segue risata e applausi.

Poi l’a.d. ha chiesto scusa, perché ci sono state polemiche. Ma come possiamo pensare che un metodo come l’OKR possa funzionare in un paese dove si fanno dichiarazioni del genere?

Alla fine, Starace ha dovuto scusarsi, sì. Con una lettera ai dipendenti.

Ma quante volte si sentono casi analoghi? Quante volte vengono assunti tagliatori di costi che poi si prendono ricche buone uscite (spesso senza aver risolto nulla)? Quante volte si sente parlare di questo o quel manager esaltato perché “ha le palle” e non per le sue reali competenze specifiche?

In un paese dove la mediocrazia è imperante (ma il problema non riguarda solo l’Italia: non facciamo gli esterofili), cialtronismo e incompetenza verrebbero smascherati troppo facilmente, se si applicasse la trasparenza.

È chiaro che in alcune aziende potrà anche essere applicato “di facciata”.
Mi pare evidente che, se applicato in maniera coerente, non possa che fare il bene di dipendenti e aziende.

[Nota operativa: Temo che il metodo OKR non possa funzionare in presenza di stronzi]

(*) Il link rimanda al programma di Affiliazione di Amazon UE (significa che se compri il libro, a Wolf arriva una piccola percentuale della transazione: è uno dei modi che utilizziamo per rendere sostenibile la nostra attività.

Formazione professionale continua: regolamenti e concretezza

Formazione professionale continua giornalistiFormazione professionale continua – Con il nuovo regolamento per l’acquisizione dei crediti in vigore dal 31 maggio 2016 l’Ordine dei Giornalisti ha accontentato moltissimi iscritti che, finalmente, possono maturare il numero di crediti obbligatori fruendo corsi solamente via web, in remoto, a distanza, online.

Devo ammettere che la decisione – che sicuramente avrà le sue brave ragioni logistiche e deriverà anche da un consuntivo dei primi tre anni, probabilmente deprimente quanto a numeri di crediti erogati e effettivamente percepiti dai singoli – mi ha rattristato parecchio.

Sappiamo tutti molto bene che un corso online con test finale a risposta multipla si può, di fatto, anche non seguire  Sappiamo tutti che l’apprendimento da un corso online possa dare risultati concreti solo in caso di particolare buona volontà da parte di chi si sottopone al corso medesimo.

In altre parole, se la vediamo da questo punto di vista, consentire di ottenere i crediti da casa potrebbe diventare, per molti, un incentivo a considerare la formazione obbligatoria come un orpello inutile. Un percepito che, in effetti, è piuttosto diffuso.

Qualcuno potrebbe dire che anche ai corsi “dal vivo” c’è chi, semplicemente, si porta il portatile e fa altro. Mette la firma all’ingresso, la firma in uscita e arrivederci e grazie. È vero anche questo, e se questa è la prassi si capisce, insomma, che l’Ordine voglia anche trovare un modo per semplificare.

Si capisce, ma fino ad un certo punto.

Quello che mi sarei aspettato dal nuovo regolamento era ben altro.

Mi sarei aspettato un tentativo di far capire – anche con misure molto molto meno “popolari” di questa – a tutti noi lavoratori dell’ecosistema giornalistico che la “combo” crisi-cambiamento che caratterizza il nostro lavoro è una combinazione potenzialmente letale, se non si innova, se non ci si forma, se non si studia.

Quel che cerchiamo di fare qui su Wolf, per esempio, è proprio di mettere insieme i pezzi per acquisire e offrire soluzioni, strumenti e un substrato di conoscenze condivise e utili. Utili a creare anche conversazione e a far circolare idee.

Schermata 2016-06-13 alle 11.45.06Penso, sinceramente, che un giornalista, oggi, abbia un bisogno vitale di formarsi e di essere formato, di studiare, imparare, capire, aggiornarsi. E penso che il “problema” dovrebbe interessare molto da vicino sia l’Ordine sia i giornalisti stessi sia gli editori.

Penso, sinceramente, che l’Ordine dovrebbe accompagnarci tutti verso questa consapevolezza e che sarebbe necessario rendere operativo – non per regolamento, ma con i fatti – un sistema di formazione che fornisca competenze reali, attuali, concrete.

Che dia, insomma, i mezzi per andare avanti in questa professione, che di certo non morirà mai ma sta facendo di tutto per suicidarsi, online e offline.

(AP)

Content marketing, notizie, marchette, sciatteria o tutto insieme?

Che cos’è il content marketing? È una forma di marketing che prevede la creazione e la diffusione di contenuti. Lo scopo? Attirare nuovi clienti (nel senso più ampio del termine), mantenere quelli che ci conoscono già, informando e con strategie comunicative diverse da forme pubblicitarie dirette.

Facciamo un paio di esempi.

Per Slow News, abbiamo creato un decalogo+1 sulla filosofia Slow News. Lo abbiamo chiamato manifesto per un giornalismo sostenibile. Eccolo.

decalogo-di-Slow-News-3 (1)

Idem come sopra per Wolf.

decalogo-Wolf (1)

Con il lancio di Wolf, ho scritto un pezzo per Linkiesta dal titolo Siamo pronti per il giornalismo del futuro. Era chiaramente sponsorizzato da Slow News.

È content marketing. È un progetto giornalistico che promuove sé stesso con contenuti coerenti con la propria filosofia e “missione”. Si può fare, si deve fare.

Anche i pezzi gratuiti su Wolf, quelli sulla nostra filosofia e quelli che finiscono – come questo che stai leggendo – nel nostro glossario di analisi dei media, di fatto, sono content marketing: sono articoli che parlano di argomenti che poi vengono trattati anche nella versione a pagamento di Wolf, e che fanno circolare il “marchio”.

Content marketing e giornalismo: gli studi dei centri studi

Il problema nasce quando non è il giornalismo a doversi promuovere ma quando sono gli altri che cercano di usare il giornalismo per fare content marketing. Facciamo un esempio pratico (altri li trovi sul pezzo di Lelio Simi per DataMediaHub dal titolo Come ti maschero una pubblicità (sponsored content de noantri))

Il 5 aprile 2016, su Repubblica Motori, lanciato dalla homepage di Repubblica.it, usciva questo articolo dal titolo Spazio in autostrada? Ogni auto ne ha solo 18 centimetri…Schermata 2016-06-02 alle 18.57.52

Più che un articolo sembra un paradosso: il parco auto tutto insieme in circolazione è uno scenario da film di fantascienza, sostanzialmente irrealizzabile. E comunque, qualora tutti decidessero contemporaneamente di prendere la macchina, lo spazio si esaurirebbe ben prima di arrivare ai 18 centimetri. Curiosità. Costume. Società. In realtà, a ben guardare, si cita uno studio del Centro Studi Continental.

Per chi non lo sapesse, Continental produce pneumatici. Già qui al giornalista dovrebbe suonare un campanellino d’allarme. Ma è il finale del pezzo che fa suonare le campane a lutto. Eccolo:

Schermata 2016-06-02 alle 19.02.04

Non ha alcuna attinenza col pezzo. Si avverte che è qualcos’altro, no?

Allora ho provato a prendere questa intera frase e a cercarla su Google. Risultato? Imbarazzante. La medesima frase chiudeva un pezzo di dicembre 2015 su h24notizie. Quattro mesi prima. E si parlava di un altro studio. Sull’investimento dei pedoni.

Schermata 2016-06-02 alle 19.20.39

Il 5 aprile 2016 esce un pezzo su Pneunews. Cita lo stesso studio che è piaciuto a Repubblica.it. La frase finale è identica.

Cosa significa? Semplice. Il Centro Studi Continental offre ai giornali una serie di contenuti che sono puro content marketing e che potrebbero essere ritenuti notiziabili. Su Repubblica, alla fine, hanno pubblicato anche la chiosa del contenuto preparato da Continental (evidentemente copia-incollata, visto che era la stessa di un articolo di mesi prima) a proposito del suo progetto di sicurezza. Che, va ripetuto, non c’entra proprio niente con la curiosità dei 18 centimetri.

Altri (vedi per esempio Gazzetta.it) hanno pubblicato lo studio senza quella parte. Facendo comunque – è ovvio – un enorme favore a Continental.

Questa è prassi. Aziende che pubblicizzano i loro prodotti hanno centri studi più o meno grandi che producono report più o meno interessanti e li mandano in massa a testate e giornalisti, che poi possono decidere o meno se pubblicarli. Il problema è che quando li pubblichi, poi, i pezzi sono – per forza di cose – tutti uguali e non è affatto detto che tu stia facendo giornalismo ad alto valore aggiunto. Anzi.

E non è nemmeno detto che l’azienda che ha prodotto quel contenuto ne benefici così tanto: il lettore non è stupido. Soprattutto quando il copia-incolla è spudorato, il servizio che si offre a tutte le parti in causa (giornale, lettore, azienda) è pessimo. Ma anche quando si rielabora, non è forse soltanto l’ennesimo contenuto che si infila all’interno del flusso e del sovraccarico informativo? E come fa, il lettore, a capire che non si tratta di una marchetta ma di una scelta?

Content marketing, notizie e marchette: il “caso Buffon”

A fine maggio 2016, del tema, ha parlato Anna Masera su La Stampa, in un pezzo dal titolo La differenza fra notizie e marchette. Il pezzo è importante, perché stabilisce una serie di cose. Primo: non è che i giornalisti siano per forza naif. Lo sappiamo, che il giornale deve fatturare. E anche i lettori lo sanno. Masera scrive:

L’azienda fattura attraverso le vendite del giornale (in edicola e in abbonamento) e la raccolta pubblicitaria. Il reparto marketing si occupa della raccolta pubblicitaria, ben separato dalla redazione. E c’è un codice deontologico che aiuta a monitorare questa separazione.

Ecco. Questa è la parte fondamentale. Perché se i reparti si devono parlare e lavorare in maniera sinergica, ciò deve avvenire nel rispetto delle reciproche peculiarità e dei doveri. Del resto, le marchette non fanno bene a nessuno.

Quando un articolo giornalistico è considerato pubblicitario,

(scrive ancora Anna Masera)

in gergo viene deriso come «marchetta», termine dispregiativo nato ai tempi del fascismo per designare con una marca da bollo l’avvenuto pagamento di una prestazione (in particolare, quelle sessuali a pagamento nei bordelli). Può essere che il malcostume di qualche collega abbia infangato l’intera categoria diffondendo convinzioni errate, ma è bene chiarirlo: per un giornalista – che ha ben presenta la separazione necessaria tra notizie e pubblicità – sentirsi trattare come un «marchettaro» è un insulto che disonora la professione e può valere una causa per diffamazione.

Aggiungerei anche, così chiudiamo il cerchio, che la marchetta, siccome si scopre piuttosto facilmente, è oggetto di scherno non solo per quanto riguarda la dimensione del giornalista. Anche l’editore si sottopone al ridicolo. E anche l’azienda che ne approfitta. Il circolo vizioso, insomma, non fa proprio bene a nessuno. E rovina anche il content marketing.

Nel post su Facebook in cui Anna Masera ne parla (dalla sua pagina di Public Editor de La Stampa), un lettore le fa notare quanto occorso a proposito di un video pubblicitario di una carta di credito il cui testimonial è Gianluigi Buffon.

Schermata 2016-06-03 alle 10.23.27

Su La Stampa è apparso così come si vede nell’immagine (link). Su Tuttosport, così. Su Gazzetta così. Su Corriere così. In tutti e quattro i casi si precisa, nel pezzo ma non nel titolo, che si tratta di uno spot, ma  naturalmente, quando parte il video, lo sponsor è ben visibile.

Sulla pagina Facebook de La Stampa è stato lanciato senza alcun riferimento al fatto che fosse content marketing.

Ecco cosa spiega Masera.

Schermata 2016-06-03 alle 10.33.48

Il content marketing e i lettori

Cose importanti da notare:

  • i lettori si accorgono di tutto
  • ammettere un errore e prendere decisioni drastiche (far rimuovere un contenuto, per esempio) si può
  • i lettori non si accontentano. E giustamente uno di questi fa notare ad Anna Masera: «Anche sul sito: evidente sarebbe stato “Guarda lo spot Mastercard con Buffon” o “contenuto sponsorizzato”, invece il titolo è il solito trucco: che si tratti di una reclame lo scopri quando hai già bello e abboccato»
  • a volte il content marketing è fatto talmente male che diventa sciatteria e può far pensare ai lettori che si stia facendo una marchetta

    Il content marketing e le scelte

    Il fatto è che chi legge veramente (una nicchia di nicchie) vuole di più dai giornali, ma anche dalle aziende. “Di più” significa che il content marketing va calibrato, gestito, fatto bene, mai nascosto. Significa che scivoloni da copia-incolla vanno evitati, banditi, biasimati. Significa anche che la notiziabilità di un Buffon che fa uno spot (che pure è ben costruito, per carità), va soppesata e valutata.

    Significa che bisogna fare delle scelte e ricordarsi che l’algoritmo è il lettore.

    Scegliere significa che scelgono le aziende, scelgono gli editori, scelgono i giornalisti. E che i lettori sono davvero messi al centro di un progetto di comunicazione, informazione e giornalismo.

    Così, quando i lettori sceglieranno, si ricorderanno di chi aveva avuto il coraggio di fare delle scelte.

    Abbonati – Questa voce del glossario sull’analisi dei media di Wolf è anche l’uscita gratuita di Wolf del lunedì. Se vuoi provare la nostra newsletter a pagamento (esce dal martedì al giovedì), abbonati.

(AP)

 

 

 

 

 

Le video views sono una puttanata

video views metricheLe video views sono una puttanata.

Cosa sono le video views? Sono una metrica di analitica digitale. In parole povere, servono per misurare – almeno negli intenti – il successo o l’insuccesso di un contenuto digitale.
Premesso che le metriche sono importanti se e solo se vengono utilizzate per capire realmente come si comportano i fruitori di un contenuto digitale, stiamo assistendo a una progressiva esplosione dell’ossessione per le video views, alimentate prima dalla necessità di vendere i preroll pubblicitari (i formati di pubblicità video che precedono i video che guardi. Sempre che tu non abbia installato AdBlock), poi dai video su Facebook (che Facebook premia col suo algoritmo) quindi dai video live sempre su Facebook live.

Il fatto è che le video views non misurano proprio niente. E misurano ancora meno se, per caso, hai fatto una campagna per promuoverle. 4% di riproduzione dei video dopo click. 12% di visualizzazioni con audio attivo. video views metriche

Sono numeri veri, che abbiamo raccontato il 5 aprile su Wolf, nel numero 31, in un pezzo dal titolo Videoviews / La verità, vi prego, sulle metriche di Facebook (e non solo). [Il pezzo, come al solito, è riservato agli abbonati. Se vuoi provarci, abbonati].

Adesso, per fortuna e per l’igiene dell’ecosistema dei contenuti digitali, l’idea comincia a diffondersi. Su Gawker lo scrivono (anche loro) chiaro e tondo. Internet Video Views Is A 100 Percent Bullshit Metric.

Ma non c’era bisogno del video di Buzzfees dell’anguria che esplode. Bastava fare 4 click 4 sulle metriche di Facebook o di qualsiasi strumento di analitica digitale per rendersene conto.

Anzi. Bastava conoscere la storia. Per esempio l’Auditel. E il fatto che se le famiglie con il meter per campionare gli ascolti, per dire, lo lasciano acceso anche di notte, va a finire che il monoscopio – cioè quella cosa che i millennials non conoscono – fa 57mila telespettatori.

Le video views sono sempre state una puttanata. Ma sono una convenzione per un modello che cerca volume e non valore. Un modello agonizzante e moribondo.

 

Blendle: i primi a usarlo in Italia. Ma serve la massa critica

Blendle cos'è - ItaliaSu Wolf, il magazine di Slow News e DataMediaHub, siamo i primi a usare Blendle in Italia.

Cos’è Blendle? È una start-up olandese. Anzi, forse sarebbe bene non chiamarla più start-up. Blendle è una piattaforma online per le news. Fondata da Marten Blankesteijn e Alexander Klöpping, finanziata anche dal governo olandese durante il lancio (aprile del 2014).

Come funziona Blendle?  Hai presente iTunes? Netflix? Spotify? Be’, per farla molto breve, Blendle funziona così: se vuoi leggere, paghi per il singolo articolo che vuoi leggere, attraverso un micropagamento. Fine della storia.

E dal punto di vista degli editori? Gli editori fanno un accordo con Blendle e cominciano a mettere i loro articoli sulla piattaforma. I prezzi vanno da 0,99 euro a 1,99 euro a pezzo.

Chi ci guadagna? Gli editori e Blendle, che si prende il 30% della singola transazione.

Dov’è disponibile? Nata in Olanda, poi espansa in Germania, il 23 marzo del 2016 è sbarcata – in beta – anche negli U.S.A.

E in Italia? Il discorso è complicato. Cerchiamo di farlo semplice. Come spiegava Pier Luca Santoro ad aprile del 2015, perché Blendle possa funzionare

bisogna necessariamente fare degli accordi con gli editori italiani. Non credo che esistano le condizioni nel breve, per i prossimi 12/24 mesi, per la sua introduzione in Italia.
Quindi, manca l’accordo con gli editori, in Italia? Ovvio che manca. Blendle non è ancora sbarcato nel nostro paese.
E allora come fate a essere i primi in Italia a usare Blendle? Ecco, questa è la parte interessante. Praticamente, una piattaforma che racchiude una serie di giornalisti in rete (si chiama Reporters Online), con il supporto di Blendle, ha sviluppato un plugin per WordPress (ecco la guida di Wolf, solo per abbonati) cheBlendle il plugin per WordPress consente di vendere i propri pezzi su Blendle. Si chiama Blendle Button.
Dopo che Pierluigi Vitale ne ha parlato su DataMediaHub, ne abbiamo fatto richiesta per Wolf. In meno di quarantott’ore abbiamo avuto accesso al plugin, lo abbiamo installato e abbiamo pubblicato il nostro primo articolo accessibile attraverso micropagamento. È una guida SEO, pratica e teorica, su un caso di studio reale, curato dal sottoscritto (questo sito sul Giubileo).
Il plugin funziona in tutto il mondo. Anche in Italia. Naturalmente, come scrivono sulla sezione del sito ufficiale di Reporters Online, «le persone che vogliono pagare per un articolo devono avere un account Blendle, e il bottone stesso non è ancora stato tradotto: è solo in olandese». La pagina delle FAQ del plugin, comunque, fa ben sperare. E non solo quella. La nostra iniziativa è stata ripresa su Facebook, sia dalla pagina ufficiale di Reporters Online sia da Jan-Jaap Heij, fondatore di Reporters Online.

Proprio Jan-Jaap Heij mi ha scritto, nei commenti alla sua condivisione, che a breve arriverà il plugin ufficiale di WordPress e che il bottone verrà tradotto almeno in inglese. Naturalmente mi sono offerto per una traduzione in italiano: è questo lo spirito con cui sono nate Slow News e il suo supplemento Wolf.

Blendle salverà il giornalismo? Non esiste una risposta a questa domanda, perché la domanda è malposta. Nulla salverà il giornalismo, se non il giornalismo stesso, con le sue buone pratiche. Blendle può essere un’importante leva su cui poggiare alcuni progetti. Non la sola, per carità (vale la cara, vecchia regola dell’economia delle soluzioni parziali per alcuni). Siamo convinti che alcuni pezzi che proponiamo agli abbonati di Wolf (per esempio. Ma è un esempio non esaustivo) possano funzionare anche con l’offerta e l’acquisto del singolo articolo, e intendiamo percorrere anche quella strada.

E gli editori tradizionali? È vero. Se ci fossero gli editori grossi la strada sarebbe percorribile in maniera più semplice. Ma in assenza dei medesimi, ecco che gruppi di giornalisti, professionisti dell’informazione, della comunicazione, analisti, produttori di contenuti digitali che possano essere venduti a un pubblico interessato hanno una grande occasione. Quella di unirsi per creare, attraverso i propri pubblici di riferimento, una massa critica di potenziali acquirenti/lettori attraverso Blendle.

Vale la pena di provare. Se vuoi provare insieme a noi, scrivici.

(AP)

[E se ti è piaciuto questo pezzo, se pensi anche tu che ci sia bisogno di uno spazio di analisi e di conversazione sui media – che non siano le solite liste-di-cose-da-fare – e vuoi provare Wolf, qui ti puoi abbonare per un mese o per un anno. Abbiamo anche un gruppo di conversazione su Facebook, che presto diventerà un forum]

Anchor Text: che cos’è

L’anchor text (o testo del link) è il testo visibile e cliccabile in un hyperlink. Generalmente viene visualizzato vediamo blu e sottolineato.

Facciamo un esempio pratico e semplicissimo: abbonati a Wolf.

Le parole “abbonati a Wolf.” sono l’anchor text dell’hyperlink che rimanda alla pagina di abbonamento a Wolf.

Facile, no?

Il codice con cui si genera è questo:

<a href="http://wolf.slow-news.com/abbonati-a-wolf/m">abbonati a wolf</a>

Ovviamente, l’anchor text rimanda, se cliccato, a una pagina, che si chiama “pagina target”.

Le parole contenute nell’anchor text sono rilevanti per la pagina target da un punto di vista SEO.

Walled Garden: che cos’è (e l’esempio di Facebook)

Walled garden cos'è - FacebookUn walled garden, o piattaforma chiusa, o ecosistema chiuso, è un servizio che restringe la fruizione a prodotti autorizzati o rende difficile ai propri “utenti” la possibilità di raggiungere contenuti o applicazioni su fonti esterne.

Su Pcmag ci sono ottimi esempi di walled garden. Le tv via cavo e le tv via satellite lo sono. AOL lo era: «quando era il re dei provider», si legge su PcMag, «faceva un ottimo lavoro per mantenere gli utenti sui siti affiliati ad AOL».

Altri esempi? Il Kindle di Amazon è un giardino con i muri. Lo sono le console per i videogiochi.

Il più grosso walled garden di oggi è Facebook. Erroneamente interpretato da molti (in primis gli editori, ma non solo) come una piattaforma di distribuzione dei propri contenuti (in virtù del fatto che ha rappresentato e rappresenta o può rappresentare una fonte di traffico consistente per i siti, anche per quelli di informazione), Facebook ha una sua convenienza propria che sta sviluppando senza mezzi termini. Mantenere l’utente al proprio interno.

L’illusione che Facebook potesse essere un volano gratuito di traffico dovrebbe essere finita (e se non lo è, dovrebbe essere evidente a chiunque ne verifichi i cambi di algoritmo con i quali, da Palo Alto, regolano sistematicamente le riduzioni di portata delle pagine con più fan, checché ne dicano e stabilendo, arbitrariamente, su cosa si deve puntare per aver successo “organico” (oggi va di moda dire: facciamo video live). Vuoi traffico stabile e garantito da Facebook? Paga. (È una scelta anche quella, basta saperlo).

Persino gli Instant articles (qui la prima guida, riservata agli abbonati di Wolf), che secondo alcuni dovrebbero essere un esempio di open web, sono in realtà parte di questo progetto a lungo termine (come scrive, giustamente, Dan York che, in contrapposizione all’entusiasta Dave Winer, vede sì qualcosa di positivo nel prodotto di Palo Alto, ma ne rileva anche gli elementi “negativi”).

Facebook non vuole mangiarsi internet (come scriveva in maniera un po’ naif il Corriere). Facebook vuole diventare internet, o almeno, un pezzo consistente di internet. Il suo miliardo e mezzo di utenti è una ricchezza enorme dal punto di vista del database. Più riesce a recintarne al suo interno, meglio è per Facebook. Facebook ti vuole tenere dentro. Ed essersi proposto come fonte di traffico per poi chiudere progressivamente i rubinetti è una strategia perfetta e coerente. Si può sceglere di farne parte, ma bisogna esserne consapevoli.

Tutti gli sviluppi annunciati da Zuckerberg nella F8 vanno in questa direzione: dall’uso di Messenger per acquisti in-app (con l’orpello spesso inutile dei bot) all’altro gigantesco walled garden della realtà virtuale (qui lo speciale Wolf sulla RV, sempre per abbonati).

Facebook ti vuole tenere lì. Se trovi un modo utile al tuo business per starci, fallo. Se no, meglio costruire il tuo stadio di proprietà. Che, se vuoi, è un misto fra il walled garden e il farsi distribuire i propri contenuti.

Il disegnino brutto che illustra questa voce di glossario avrebbe dovuto essere una gif animata: quello spazietto dal quale si può ancora uscire verso l’open web era molto più ampio nel 2007 e lo è stato fino al 2011. Poi si è progressivamente ristretto.

(AP)

 

Chi ha paura dell’algoritmo?

Algoritmo Democrazia Giornalismo Facebook GoogleChe cos’è un algoritmo? La definizione della Treccani prevede tre ambiti di riferimento: matematica, informatica e logica matematica. In informatica, che è quel che ci interessa, sia perché in questi giorni si parla, ossessivamente, di algoritmo di Facebook, algoritmo di Google, algoritmo di Instagram, algoritmo di Twitter e via dicendo, ma anche perché ci conduce alla definizione più semplice e facilmente comprensibile, l’algoritmo è

insieme di istruzioni che deve essere applicato per eseguire un’elaborazione o risolvere un problema.

Una delle rappresentazioni grafiche più tradizionali di un algoritmo è quella offerta dai diagrammi di flusso.

Un esempio? Eccolo.

Ho sete? –> Sì / No –> Bevo.

Semplice, vero? È un algoritmo.

Tutta la nostra esistenza si basa su decisioni che vengono prese – spesso in maniera inconsapevole, tanto sono radicate nelle nostre abitudini comportamentali – seguendo insiemi di istruzioni.

Chi ha paura dell’algoritmo? – Sul Wall Street Journal Jeffrey Herbst scrive (un paio di giorni dopo ripreso dal Foglio) che Facebook e compagnia non possono più far finta di non essere editori. Lo sono, perché l’algoritmo è un editore.

Massimo Mantellini, su Il Post , qualche tempo fa argomentava a proposito di Twitter che stava abbandonando la somministrazione cronologica del flusso di Tweet ai suoi utenti. Secondo Mantellini c’è stato un momento, che individua nel secolo scorso, in cui gli utenti «scapigliati» «si trovavano gli amici e desideravano parlare solo con loro, sceglievano da soli quali notizie leggere, a quali discussioni partecipare, quali foto guardare, quali imbecilli ignorare». Poi sono arrivati gli algoritmi: « le bolle che oggi le piattaforme di rete sociale scrivono per noi tolgono le pile al nostro telecomando Internet: selezionano contenuti evidenziandone alcuni ed ignorandone altri, suggeriscono amicizie e idee, ammettono profili e ne cassano altri, incidono potenzialmente anche sui nostri stati d’animo mediante la semplice imposizione di una timeline al posto di un’altra […] L’ordine cronologico era un impiccio che andava rimosso. Piano piano se ne stanno occupando un po’ tutti».

Io devo essere sincero: non credo alle età dorate. E non credo a questa storia dell’internet buono e bello in cui tutti ci cercavamo fra tutti e ci sceglievamo in maniera indipendente. Quando ero “blogger” sceglievo le mie letture in base ai miei gusti. Oggi scelgo le letture in base ai miei gusti. Gusti che, senza dubbio allora come oggi, sono influenzati non solo dalla genetica e dalle mie convinzioni, ma anche dall’ambiente che mi circonda.

Welcome to the jungle – La cosa non dovrebbe stupirci. A meno che non si siano travisati completamente i ruoli delle compagnie che dominano sul web, transcontinentali. A volte viene il dubbio che si cominci a tuonare contro gli algoritmi (o contro qualsiasi cosa, alla bisogna) quando ci toccano da vicino o quando intaccano qualcosa che secondo il nostro modo di vedere è intoccabile, o quando ledono diritti che consideriamo acquisiti (ma, santo cielo, essere in ordine cronologico su una piattaforma privata di social network non è un diritto fondamentale dell’uomo)

La colpa, gravissima, è proprio quella di non essersene accorti prima o di aver finto che non fosse un argomento di conversazione o di aver finto che non fosse niente o che fosse buono e giusto ad ogni costo. Colpa che a tratti rasenta la connivenza e in altri casi, invece, è pura incomprensione del mezzo web e degli strumenti che nascono in esso.

Il cyberottimismo (esattamente come il luddismo) è ridicolo.

Non c’è mai stata una rivoluzione su Twitter. Facebook e Google non hanno mai avuto a cuore la democrazia.
Facebook e Google e le altre OTT (le Over The Top) hanno altri interessi: fare profitto, controllare, sopravvivere, farsi concorrenza.

Il giornalismo, invece, è un’altra cosa.
L’algoritmo che compone le prime pagine dei giornali o i titoli dei Tg – In tutte queste esternazioni contro gli algoritmi c’è una componente che a tratti mi sembra naif, a tratti fortemente costruita.

Parliamo di algoritmi in un motore di ricerca? Google, per funzionare – cioè per soddisfare la sua convenienza specifica – deve scansionare, indicizzare, posizionare, proporre come risultati secondo un criterio di ordinamento. Ergo: un motore di ricerca ha bisogno di un algoritmo.

Parliamo di Facebook, Twitter, Instagram? Davvero pensiamo che a un servizio che offre una piattaforma per reti sociali virtuali importi qualcosa della cronologia intesa come espressione di democrazia? Se la cronologia fosse redditizia per Facebook, Twitter, Instagram, allora manterrebbero la cronologia. Non lo è, perché i social hanno bisogno di tenerti dentro di loro. Non lo è, perché Facebook vuole diventare internet (lo scrive persino il Washington Post, quindi riteniamo il concetto sdoganato). Non lo è perché per monetizzare Facebook ha bisogno di usare un algoritmo, che ti tenga al suo interno, che limiti il traffico in uscita (ciao, editori grandi e piccoli che pensate di poter usare Facebook come volano di traffico), che soddisfi la sua convenienza propria.

Ci stupisce davvero? Ma cosa vogliamo dire allora delle prime pagine dei giornali? O dei “sommari” dei telegiornali? O della gerarchia delle notizie? Non sono, forse, frutto di scelte algoritmiche? Chi li compone non ha forse ricevuto, fin da quando esiste il giornalismo, un

insieme di istruzioni che deve essere applicato per eseguire

l’impaginazione della prima pagina, per la gerarchizzazione, per i sommari?

Quell’impaginazione veniva (viene) decisa arbitrariamente da un direttore che in teoria dovrebbe essere il contraltare dell’editore, ma che molto difficilmente risponde solo a esigenze di puro giornalismo. Lo vediamo tutti, giusto, quanto viene oscurato, in questi giorni, il referendum sulle trivelle? È solo un esempio di sostanza e nel merito. Se ne potrebbero fare a decine.  Un altro esempio? Perché nessuno – su Wolf ampia disamina in merito: è il momento di abbonarti! – ha scritto che Facebook, con l’e-commerce integrato in Messenger, sta copiando WeChat, la app di messaggistica istantanea cinese, che ha integrato questa funzione da almeno due anni?

Io non sono così preoccupato da un algoritmo che ordina i contenuti su un motore di ricerca o da un altro che mi propone le sue scelte su un social – a proposito: si può imporre l’ordine cronologico, volendo.

Non più di quanto ero (e sono) preoccupato al pensiero di quanto l’algoritmo umano controlli il modo in cui le notizie appaiono su una testata. Da quando esiste il giornalismo e senza che nessuno abbia mai tuonato contro i giornali non democratici.

Ma loro sono OTT – Sì, è vero, sono over the top. Ma ai giornalisti, al giornalismo, agli editori, dovrebbe importare trovare le proprie strade per parlare delle OTT e servire il proprio pubblico di riferimento. Non, come invece accade, andare a braccetto con le big company nella speranza – illusoria – di poterne trarre un profitto almeno nel breve periodo.

Giornalismo algoritmico – Non dobbiamo avere paura dell’algoritmo. L’algoritmo è il lettore. Bisogna usare i servizi online se ci servono, e poi uscirne, per continuare a servire al meglio il nostro pubblico di riferimento. Per farlo non c’è bisogno di farci dettare la linea editoriale dagli algoritmi: basta conoscere quel pubblico e dimenticarsi di Facebook e compagnia come piattaforme di distribuzione e utilizzarle per intercettare altri lettori, finché sarà possibile.

Bibliografia:
The Algorithm Method, Michael Schudson e Katherine FinkStrictly algorithm: how news finds people in the Facebook and Twitter age, Stuart Dredge
If you use Facebook to get your news, please — for the love of democracy — read this first, Caitlin Dewey
Poynter at SXSW: Algorithms, Journalism and Democracy
Perché l’algoritmo di Faceebook dovrebbe essere pubblico
Facebook news algorithm – good or bad for democracy?
How Google Could Rig the 2016 Election

(AP)