Wolf su Slack

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Wolf ha un suo canale Slack aperto esclusivamente agli abbonati. È un luogo dove si svolgono conversazioni ad alto valore aggiunto, divise per argomento di interesse.

Un luogo dove si segnalano letture, offerte (e richieste di lavoro), dove si parla di SEO o di social, di Amazon, di marketing, di startup, di notizie italiane o estere, di giornalismo e giornalisti.ì.

Un luogo dove si possono chiedere pezzi alla redazione di Wolf, dove si possono mandare lettere alla redazione.

Il canale Slack di Wolf, insomma, è il posto in cui la comunità di Wolf si riunisce. È il posto in cui si parla di cose che ti interessano se sei un lavoratore dell’informazione. È il posto in cui si parla anche di te.

Big significant things

Realtà virtuale, realtà aumentata, umanità su Marte, auto che guidano da sole, assistenti personali per domotica spinta. L’evoluzione – qualunque cosa significhi – degli uomini ha sempre avuto bisogno di visionari. Ma, allo stesso tempo, ha avuto bisogno anche di grande concretezza.

La ricerca folle, ossessiva della “next big thing” non è concreta e la proiezione garrula e positivista verso il futuro è utile esattamente quanto il rimpianto nostalgico e pessimista del passato. Cioè, lasciamelo dire con parole semplici: non serve a niente.

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E allora perché Facebook ci riprova, per la terza volta nella storia recente dell’umanità, con la realtà virtuale? Perché Musk vuole andare su Marte?

Su The Information – interessante osservatorio, rigorosamente a pagamento, proprio come Wolf – Sam Lessin, ex Facebook, né luddista né tecnottimista, scrive, nella sua bella rubrica “Modest Proposals”, un pezzo dal titolo Why Today’s Tech Narrative is Way Ahead of Reality [nota: il pezzo è, ovviamente, a pagamento. Ma secondo la policy di The Information, dovrei avere la possibilità di condividerlo con i miei “followers”. Quindi, questo è il link da seguire: go.theinformation.com/RTk5Ru0CAhY. Se non dovesse funzionare, è quasi certo che si possa leggere tutto dalla mia condivisione su Facebook].

Lessin ha una visione molto interessante di quella che chiama la narrativa del mondo tecnologico. La faccio breve e semplifico (mettendoci senz’altro del mio): siamo arrivati ad una specie di plateau della crescita prima dell’internet e poi del mobile e ora, anziché concentrarsi sulle cose che si possono fare sulla base di questo contesto e di lavorare, contestualmente, alla progettualità futura, per alimentare la crescita infinita (o l’illusione della medesima) le “big company” della Silicon Valley esagerano con gli obiettivi e guardano ad un futuro fantascientifico che, molto, probabilmente, si concretizzerà per vari aspetti. Ma che, al tempo stesso, se affrontato in questo modo, ci farà perdere di vista, per forza di cose, il qui e ora.

«Se vogliamo vederla cinicamente», scrive Lessin (la traduzione è del sottoscritto), il gap fra il messaggio del marketing e la realtà dei fatti sta crescendo, non si sta riducendo.

«In più, le grandi società sono diventate così grandi, così di successo e così supervalutate che il tapis roulant sta correndo tropo in fretta. E allora l’unico modo che hanno per restare in corsa è di raccontare la nuova visione, quella definitiva, sperando di riuscire a sostenere il sogno abbastanza a lungo da riuscire a raggiungerlo con i loro team e il mercato. In un mercato competitivo sia da un punto di vista ingegneristico sia da quello dell’attenzione, in un’era in cui la tecnologia è il nuovo “cool”, c’è una vera e propria corsa alle armi per raccontare la più grossa storia possibile. Ciò lascia pensare che più le compagnie spingono in là, verso i lidi della fantascienza, la loro narrativa, più dovremmo preoccuparci che il loro business attuale non sia in grado di tenere il passo con la crescita massiccia, i guadagni e le aspettative per le quali il mondo sta dando loro credito».

Insomma, the next big thing è già fra noi. Ci sono così tante cose da fare per migliorare il presente – penso alle cose più concrete, come per esempio la messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico. O degli edifici dal rischio sismico. Ma penso anche alle cose più astratte da risolvere nella pratica, come l’educazione. Scopro che è possibile che, in una scuola per l’infanzia, il rapporto sia di un educatore per 26 bambini e mi dico che è qualcosa che non può funzionare bene. E penso alla necessità di introdurre buone pratiche e l’ottimizzazione in azienda, la SEO, come questione culturale. Il digitale come elemento del reale. Il sito come fulcro di un’attività semplificata, ottimizzata, ripulita – che guardare al futuro in quel modo ossessivo è un atto di hybris, nel migliore dei casi. Oppure, nel peggiore dei casi, è proprio una narrativa deteriore che maschera la mancanza di sostenibilità a lungo termine e che nega il fatto che esistono altre crescite possibili oltre a quella (utopistica) infinita.

Alberto Puliafito

[Questo è un pezzo gratuito di Wolf. Se vuoi leggere l’archivio e ricevere le tre uscite settimanali, abbonati]

***

A margine.

[1] The Information, per inciso, è un ottimo posto dove trovare opinioni che si confrontano. A differenza della maggior parte dell’ecosistema italiano si dice quel che è evidente, senza quel tono-zerbino nei confronti dell’universo hi-tech e senza quel tono luddista da “oddio mi si è ristretta la democrazia per colpa dell’algoritmo”. È un posto come quello che, in Italia, stiamo cercando di creare qui su Wolf, anche grazie al tuo aiuto. Secondo me ce n’è tanto bisogno.
[2] Il trailer incorporato qui sopra è dal film “Big Significant Things un bel road movie – originale, delicato e angosciato al tempo stesso – visto nel 2014 al Torino Film Festival.

Le breaking news sono tossiche

Le breaking news sono tossiche

Orlando, spari in un locale gay, almeno 50 morti e 53 feriti. Marsiglia, 35 feriti 6 persone fermate, l’Uefa apre inchiesta. Due notizie che una volta successe vanno capite, non solo riportate e raccontate live, minuto per minuto. L’informazione veloce non lo fa.

Il fast journalism ha smesso di cercare di capire. Riporta, quando va bene. Scrive titoli, sceglie foto. Ma non va in profondità, non ci indica mai il punto dSchermata 2016-06-13 alle 11.45.06ove scavare. E soprattutto, non scava. Quindi non solo il giornalismo veloce, cotto e mangiato e aderente alle breaking news non solo non serve: è pericoloso.

È pericoloso perché oggi ci limitiamo a guardare le immagini di Marsiglia — con quella scena pazzesca dell’uomo con la stampella che, colpito da una sedia, da una SEDIA, in testa, rotola dalle scale nel centro storico, a pochi metri dal Vieux Port e dal Panier, il cuore della città — e non le capiamo. Ci sembrano assurde, ma non ci ragioniamo. Pensiamo da mesi che il pericolo siano uomini barbuti e invasati, ma ci ritroviamo a vedere una delle più belle città del Mediterraneo assediata e distrutta da inglesi e russi. Senza barba. Con un sacco di birra in corpo. Per una partita di calcio.

È pericoloso perché oggi ci limitiamo a guardare agli States e a piangere 50, forse più, morti ammazzati da un pazzo omofobo. Senza barba. Senza corano in mano. Ma armato di pistola, un cittadino autorizzato, un pazzo. E cosa succede? Oggi leggiamo la notizia, domani ce ne siamo dimenticati. Oggi hanno ammazzato i gay, domani ci sarà una strage in mare, dopodomani un attentato a Damasco e via, a rincorrere la morte e la distruzione. Per accumulare click.

È che la profondità non va di moda nell’informazione. Perché la convenienza specifica delle testate giornalistiche non è né formare un’opinione pubblica, né informarla. La convenienza specifica dei quotidiani e degli organi di informazione è vendere la pubblicità. È quella la cosa che sta morendo: i contenitori di contenuti informativi allo scopo unico di essere veicoli di pubblicità.

Una volta forse funzionava — erano altri tempi, non c’era la capacità analitica e metrica di oggi (ci ritorniamo un’altra volta) — e quindi bisogna scegliere la propria convenienza specifica e perseguirla. Se si sceglie quella del veicolare la pubblicità, si sta facendo pubblicità. Se si sceglie il veicolare informazione, si fa informazione. E si vende quella.

Il mischiarsi delle due “missioni” — pubblicità e pubblico — in questo particolare momento storico, con le sue congiunture e con le sue caratteristiche ibride e ancora per molti di noi difficile da capire, non funziona.

Il fast journalism, come il fast food, è tossico. La sua agenda non è plasmata su di noi, ma su chi paga. Segui i soldi, e capirai la convenienza specifica che li muove. Segui i soldi che stanno dietro ai banner e alle pubblicità tabellari. Quando sfogli il giornale, se ancora ne compri, guarda di chi sono le pubblicità che appaiono in pagina. Sono loro i mandanti di quello che leggi.

E Slow News? Slow News è il tentativo di costruire qualcosa di diverso. Niente di nuovo, soltanto il ripristinare una relazione senza la quale il giornalismo è pubblicità La relazione tra chi scrive e chi legge, una relazione basata sull’interesse di entrambi e sul confluire delle loro convenienze specifiche.

Essere liberi, entrambi. Ovvero essere (in)formati, e (in)formare.

[Questo è il pezzo free di Wolf del lunedì. Se vuoi provarci, abbonati] [La foto è tratta da Pixabay]

 

(AC)

Cosa c’entra Aranzulla con il giornalismo?

Salvatore AranzullaSono fermamente convinto del fatto che il giornalismo imprenditoriale sia una delle possibili vie d’uscita per progetti di singoli o gruppi di giornalisti.

Ne parlo spesso nei miei corsi, e faccio anche un corso dedicato integralmente al tema, cercando di capire come si possano progettare, gestire, promuovere, finanziare e migliorare progetti di giornalismo digitale (il tema è anche al centro del mio libro DCM – Dal giornalismo al digital content management, prossimamente in uscita per il Centro Studi).

Contestualmente, mostro anche alcuni esempi virtuosi di progetti sostenibili, digitali o cartacei, italiani o stranieri, sottolineando come valga per tutti l’economia delle soluzioni parziali.

Fra questi progetti, spesso mostro anche – a sua insaputa – il sito di Salvatore Aranzulla, spiegando la sua idea, semplice e vincente.

Durante uno di questi corsi, un collega, anche piuttosto piccato, mi ha chiesto senza mezzi termini: «Ma cosa c’entra Salvatore Aranzulla col giornalismo».

Per rispondere, prima ho aperto una homepage di un noto quotidiano italiano mainstream, ho letto tutti i titoli della colonna di destra e ho detto: «E questi cosa c’entrano col giornalismo?»

Poi, siccome non bisogna fare solo esempi deteriori e secondo me, per capirci, quello di Salvatore è un ottimo lavoro, ho spiegato come la vedo: il sito aranzulla.it è un servizio. Funziona, serve alle persone, è fatto bene, io stesso l’ho utilizzato più volte (in alcune occasioni ci sono capitato per caso, grazie all’ottimo posizionamento SEO del sito in questione. In altre ci sono andato senza passare da Google). Se lo vogliamo vedere da un punto di vista giornalistico, è senz’altro un servizio basico, per carità. Ma sfigurerebbe, forse, all’interno di un magazine dedicato alla tecnologia? Sarebbe un problema se un quotidiano nazionale proponesse un servizio analogo?

La verità, per quel che mi riguarda, è che Salvatore Aranzulla ha avuto un’ottima idea. Un’idea imprenditoria, che poteva farsi venire anche un giornalista. Grazie a questa idea ottiene un ottimo fatturato, a quanto risulta in costante aumento, ed è un progetto sostenibile.

No, non è giornalismo d’inchiesta, no. Ma è comunque un ottimo lavoro. Che potrebbe anche essere giornalistico. E le etichette, lasciatemelo dire da blogger / giornalista / imprenditore / regista, non contano proprio niente. Superarle significa aprire la mente, non certo violare la deontologia. Anzi. Come al solito, offrire un servizio ai lettori richiede etica.

A margine dell’incontro in cui ho spiegato queste cose, un altro collega ha fatto una battuta molto bella, perfetta per chiudere questo semplice Wolf del lunedì:

«È vero, c’è un’enorme differenza fra le guide di Aranzulla e il giornalismo. La differenza è che le guide di Aranzulla sono sempre accurate».

Se vuoi scoprire i contenuti a pagamento di Wolf, abbonati.

(AP)

Da Wolf, un modello di business per il giornalismo del futuro

L'immagine è tratta da Wikipedia, alla voce Journalism. È il tesserino da giornalista di Simon Wim, olandese. È stato caricato su Wikipedia dalla figlia con licenza CC 3.0,
L’immagine è tratta da Wikipedia, alla voce  Journalism. È il tesserino da giornalista di Simon Wim, olandese. È stato caricato su Wikipedia dalla figlia con licenza CC 3.0,

Individuare un modello di business per il giornalismo del futuro è senza dubbio un’impresa. Il tema interessa senz’altro gli addetti ai lavori, ma dovrebbe interessare anche i lettori. Perché un giornalismo sostenibile che abbia i lettori al centro del proprio progetto e che produca contenuti di qualità è un buon giornalismo. Il resto è flusso tossico.

A novembre 2016, insieme a Pier Luca Santoro, ho tenuto, al Glocal di Varese, un incontro dal titolO “Nuovi modelli di business per il giornalismo”. Qui le slide.

Su IL di maggio 2016 si parlava (di nuovo) di futuro dei giornali.

Il libro di Pier Luca Santoro (I Giornali del Futuro, il Futuro dei Giornali: Chi vincerà la sfida dell’informazione tra carta e web) pubblicato con Informant resta lettura imprescindibile e d’ispirazione.

Qui, sulla base di questa e altre letture (da Julia Cagè a Marco Dal Pozzo, da Andrea Signorelli a Frédéric Martel) e di altre considerazioni che derivano dalle sessioni di domande-e-risposte che si svolgono durante i miei corsi provo a delineare le caratteristiche che dovrebbe avere, secondo me, un modello di business plausibile, mutuandolo fondamentalmente da tre ambiti (il settore terziario, quello sportivo e quello dell’industria discografica) e valorizzando le peculiarità del giornalismo. È il modello Wolf e l’obiettivo è di metterlo online per poi accrescerlo e integrarlo.

Premessa al modello Wolf – La premessa necessaria è che è molto difficile che gli editori tradizionali – leggi anche “grossi” – possano o vogliano davvero sfruttarlo, soprattutto in Italia. Forse potrebbero, ma sono troppo legati al modello volume-non-valore dell’advertising, hanno costi troppo alti da sostenere e non hanno dimostrato, negli anni, la dovuta flessibilità e capacità di investire in ricerca e sviluppo. La crisi non è una crisi che si consuma solo nel mondo dell’editoria e del giornalismo. È una crisi di modello e dentro a quel modello non ha soluzione.

Invece, il modello Wolf che si delinea qui di seguito è adatto, senza ombra di dubbio, a qualsiasi progetto medio-piccolo di giornalismo imprenditoriale.

Concetti fondamentali del modello Wolf – I tre concetti fondamentali su cui si basa il modello sono:

  • il servizio a una comunità, in tutte le forme possibili. Questo significa individuare una o più nicchie di riferimento (secondo il principio della verticalità) e servirne i bisogni, differenziando e specializzando l’offerta sia da un punto di vista dei contenuti sia da un punto di vista delle modalità di accesso ai medesimi;
  • lo stadio di proprietà. Si veda in merito l’apposita analisi riservata agli abbonati di Wolf, dove si racconta perché è meglio avere un proprio “posto” dove portare i lettori anzichenò;
  • la sostenibilità. Per raggiungerla, vanno utilizzate tutte le forme di monetizzazione possibili, traendo ispirazione dall’industria discografica (vendita del singolo brano, abbonamenti, edizioni limitate per appassionati su supporti differenti, eventi dal vivo, eventi a sorpresa, clinic…)
    I contenuti nel Modello Wolf –
    «Content is King» – Il mantra che deriva dal celeberrimo scritto di Bill Gates è stato svuotato di significato, a furia di ripeterlo. Ma dovrebbe essere un faro. Con un’avvertenza. Contenuti, distribuzione e promozione devono essere interpretati come parti integranti del prodotto. I vari reparti dell’impresa editoriale (redazionale, tecnico, marketing, commerciale) si confrontano per creare in sinergia un prodotto in cui la somma delle esigenze diverse offre un unicum che mette il lettore al centro, attraverso una misurazione attenta della reale esperienza utente e senza partire da preconcetti o da convinzioni auto-generate su “quello che vuole il lettore”.

    I contenuti, intesi nel senso più “lato” possibile, sono il servizio che si offre alla comunità. La coerenza editoriale deve riguardare tutti gli aspetti del servizio.

    La distribuzione sfrutta tutti i canali possibili, con l’obiettivo di servire la comunità quanto più possibile all’interno di spazi propri. Anche la promozione deve avvenire attraverso tutti i canali possibili (online, sfruttando ovviamente le leve SEO e social, che non vengono interpretati come piattaforme distributive ma, fra le altre cose, anche come canali di promozione).

    Le metriche di analitica digitale devono essere utilizzate in maniera diversa da quella preponderante. Attualmente vengono utilizzate come convenzione per il mercato degli investitori. Questa tendenza deve essere sostituita da un unico scopo: comprendere le abitudini dei nostri pubblici.I lettori nel Modello Wolf – L’algoritmo è il lettore.

    Le leve del Modello Wolf – Questo modello prevede che si adotti in maniera virtuosa l’economia delle soluzioni parziali per alcuni. Ciò significa diversificare quanto più possibile, appunto:

  • le fonti di ricavi (in particolare quelle alternative all’advertising. Cioè: premium, pay per read, membership, subscription, crowdfunding e via dicendo)
  • le modalità di promozione dei contenuti
  • le fonti di traffico

    Analisi e conoscenza nel Modello Wolf – Il modello richiede un’accurata analisi delle cosiddette over the top per individuarne e sfruttarne le convenienze specifiche. Google e Facebook – per fare due esempi pratici – vanno utilizzati non come badanti o come promotori di novità: vanno utilizzati, come qualsiasi altro strumento, in modo coerente con la propria identità editoriale. Inoltre, qualsiasi strumento o tecnologia va utilizzato se ci serve, se è coerente con l’identità editoriale, se è gestibile (sia in termini economici sia in termini di tempo), se può generare ricavi.

    La serendipità – Qualcuno potrebbe pensare che limitarsi a servire i “bisogni” delle persone non sia giornalismo. Lo è, invece. In un senso alto e anche imprenditoriale. Servizi “banali” possono diventare importanti fonti di fatturato ed essere utilizzati per finanziare inchieste, per esempio. E se, per serendipità, si riesce a convincere un lettore interessato a un certo tema che gli interessa, più in generale, il nostro modo di fare giornalismo, ecco che abbiamo ottenuto un membro in più della nostra comunità.

    Approfondiremo questi punti nei prossimi numeri di Wolf, riservati ai nostri abbonati.

(AP)

Le video views sono una puttanata

video views metricheLe video views sono una puttanata.

Cosa sono le video views? Sono una metrica di analitica digitale. In parole povere, servono per misurare – almeno negli intenti – il successo o l’insuccesso di un contenuto digitale.
Premesso che le metriche sono importanti se e solo se vengono utilizzate per capire realmente come si comportano i fruitori di un contenuto digitale, stiamo assistendo a una progressiva esplosione dell’ossessione per le video views, alimentate prima dalla necessità di vendere i preroll pubblicitari (i formati di pubblicità video che precedono i video che guardi. Sempre che tu non abbia installato AdBlock), poi dai video su Facebook (che Facebook premia col suo algoritmo) quindi dai video live sempre su Facebook live.

Il fatto è che le video views non misurano proprio niente. E misurano ancora meno se, per caso, hai fatto una campagna per promuoverle. 4% di riproduzione dei video dopo click. 12% di visualizzazioni con audio attivo. video views metriche

Sono numeri veri, che abbiamo raccontato il 5 aprile su Wolf, nel numero 31, in un pezzo dal titolo Videoviews / La verità, vi prego, sulle metriche di Facebook (e non solo). [Il pezzo, come al solito, è riservato agli abbonati. Se vuoi provarci, abbonati].

Adesso, per fortuna e per l’igiene dell’ecosistema dei contenuti digitali, l’idea comincia a diffondersi. Su Gawker lo scrivono (anche loro) chiaro e tondo. Internet Video Views Is A 100 Percent Bullshit Metric.

Ma non c’era bisogno del video di Buzzfees dell’anguria che esplode. Bastava fare 4 click 4 sulle metriche di Facebook o di qualsiasi strumento di analitica digitale per rendersene conto.

Anzi. Bastava conoscere la storia. Per esempio l’Auditel. E il fatto che se le famiglie con il meter per campionare gli ascolti, per dire, lo lasciano acceso anche di notte, va a finire che il monoscopio – cioè quella cosa che i millennials non conoscono – fa 57mila telespettatori.

Le video views sono sempre state una puttanata. Ma sono una convenzione per un modello che cerca volume e non valore. Un modello agonizzante e moribondo.

 

Blendle: i primi a usarlo in Italia. Ma serve la massa critica

Blendle cos'è - ItaliaSu Wolf, il magazine di Slow News e DataMediaHub, siamo i primi a usare Blendle in Italia.

Cos’è Blendle? È una start-up olandese. Anzi, forse sarebbe bene non chiamarla più start-up. Blendle è una piattaforma online per le news. Fondata da Marten Blankesteijn e Alexander Klöpping, finanziata anche dal governo olandese durante il lancio (aprile del 2014).

Come funziona Blendle?  Hai presente iTunes? Netflix? Spotify? Be’, per farla molto breve, Blendle funziona così: se vuoi leggere, paghi per il singolo articolo che vuoi leggere, attraverso un micropagamento. Fine della storia.

E dal punto di vista degli editori? Gli editori fanno un accordo con Blendle e cominciano a mettere i loro articoli sulla piattaforma. I prezzi vanno da 0,99 euro a 1,99 euro a pezzo.

Chi ci guadagna? Gli editori e Blendle, che si prende il 30% della singola transazione.

Dov’è disponibile? Nata in Olanda, poi espansa in Germania, il 23 marzo del 2016 è sbarcata – in beta – anche negli U.S.A.

E in Italia? Il discorso è complicato. Cerchiamo di farlo semplice. Come spiegava Pier Luca Santoro ad aprile del 2015, perché Blendle possa funzionare

bisogna necessariamente fare degli accordi con gli editori italiani. Non credo che esistano le condizioni nel breve, per i prossimi 12/24 mesi, per la sua introduzione in Italia.
Quindi, manca l’accordo con gli editori, in Italia? Ovvio che manca. Blendle non è ancora sbarcato nel nostro paese.
E allora come fate a essere i primi in Italia a usare Blendle? Ecco, questa è la parte interessante. Praticamente, una piattaforma che racchiude una serie di giornalisti in rete (si chiama Reporters Online), con il supporto di Blendle, ha sviluppato un plugin per WordPress (ecco la guida di Wolf, solo per abbonati) cheBlendle il plugin per WordPress consente di vendere i propri pezzi su Blendle. Si chiama Blendle Button.
Dopo che Pierluigi Vitale ne ha parlato su DataMediaHub, ne abbiamo fatto richiesta per Wolf. In meno di quarantott’ore abbiamo avuto accesso al plugin, lo abbiamo installato e abbiamo pubblicato il nostro primo articolo accessibile attraverso micropagamento. È una guida SEO, pratica e teorica, su un caso di studio reale, curato dal sottoscritto (questo sito sul Giubileo).
Il plugin funziona in tutto il mondo. Anche in Italia. Naturalmente, come scrivono sulla sezione del sito ufficiale di Reporters Online, «le persone che vogliono pagare per un articolo devono avere un account Blendle, e il bottone stesso non è ancora stato tradotto: è solo in olandese». La pagina delle FAQ del plugin, comunque, fa ben sperare. E non solo quella. La nostra iniziativa è stata ripresa su Facebook, sia dalla pagina ufficiale di Reporters Online sia da Jan-Jaap Heij, fondatore di Reporters Online.

Proprio Jan-Jaap Heij mi ha scritto, nei commenti alla sua condivisione, che a breve arriverà il plugin ufficiale di WordPress e che il bottone verrà tradotto almeno in inglese. Naturalmente mi sono offerto per una traduzione in italiano: è questo lo spirito con cui sono nate Slow News e il suo supplemento Wolf.

Blendle salverà il giornalismo? Non esiste una risposta a questa domanda, perché la domanda è malposta. Nulla salverà il giornalismo, se non il giornalismo stesso, con le sue buone pratiche. Blendle può essere un’importante leva su cui poggiare alcuni progetti. Non la sola, per carità (vale la cara, vecchia regola dell’economia delle soluzioni parziali per alcuni). Siamo convinti che alcuni pezzi che proponiamo agli abbonati di Wolf (per esempio. Ma è un esempio non esaustivo) possano funzionare anche con l’offerta e l’acquisto del singolo articolo, e intendiamo percorrere anche quella strada.

E gli editori tradizionali? È vero. Se ci fossero gli editori grossi la strada sarebbe percorribile in maniera più semplice. Ma in assenza dei medesimi, ecco che gruppi di giornalisti, professionisti dell’informazione, della comunicazione, analisti, produttori di contenuti digitali che possano essere venduti a un pubblico interessato hanno una grande occasione. Quella di unirsi per creare, attraverso i propri pubblici di riferimento, una massa critica di potenziali acquirenti/lettori attraverso Blendle.

Vale la pena di provare. Se vuoi provare insieme a noi, scrivici.

(AP)

[E se ti è piaciuto questo pezzo, se pensi anche tu che ci sia bisogno di uno spazio di analisi e di conversazione sui media – che non siano le solite liste-di-cose-da-fare – e vuoi provare Wolf, qui ti puoi abbonare per un mese o per un anno. Abbiamo anche un gruppo di conversazione su Facebook, che presto diventerà un forum]

Il futuro è il passato

«Il futuro è passato. E non ce ne siamo nemmeno accorti»
(Gianni Perego, interpretato da Vittorio Gassman
in C’eravamo tanto amati (1974), di Ettore Scola)

In questi giorni, mesi, anni di frenetico cambiamento[1], una delle più grandi ossessioni di tutti, analisti, guru, para-guru, influencer e influenti, è quella di cercare di capire come sarà il futuro. Come sarà il futuro della comunicazione. Come sarà il futuro del giornalismo. Come sarà il futuro delle pr, quello del marketing e via dicendo.

Il 2016, che secondo Slow News doveva essere l’anno dei lettori, viaggia verso la sua prima metà e per il momento possiamo dire – parliamo, naturalmente, della situazione italiana – che è l’anno dei lettori a parole. I fatti, be’, quelli sono sempre meno interessanti di quel che si vorrebbe far credere.

Non paghi di questa ossessiva ricerca della predizione – che spesso si traduce in scivoloni clamorosi e profezie sbagliate, talmente sbagliate che poi, per restar coerenti, si rischia di diventari ridicoli – ci riempiamo la bocca di analisi su fenomeni “nuovi” e ci perdiamo in deleteri confronti con un “prima” che, tutte le volte che lo si nomina, ha un po’ il sapore dell’Arcadia.

Il clickbait, per esempio. Un fenomeno terribile, inventato con i social network per molti ma che in realtà è sempre esistito. Basta pensare alle civette delle edicole. Agli strilloni.

Più in generale, basta pensare a tutti i modelli che cercano volume e non valore: non sono mica invenzione dei giorni nostri, purtroppo.

Dire che nulla è cambiato, però, sarebbe ingeneroso nei confronti della tecnologia e dell’evoluzione.

I contenuti digitali rappresentano un cambiamento. La possibilità di misurarli (è quel che fa l’analitica digitale), di commentarli (è quel che fanno gli utenti), di indicizzarli, scansionarli, ordinarli secondo valori di merito (è quel che fa un motore di ricerca), spacchettarli, condividerli o farli condividere attraverso i canali più vari, è obiettivamente un cambiamento rispetto a “quando non c’era il digitale”.

Prima che esistessero i contenuti digitali cosa avrei potuto fare, di un singolo articolo di giornale? Fotocopiarlo e spedirlo a casa di una decina di amici? Potevo forse stabilire quante persone lo avessero letto e per quanto tempo? Quante persone lo avessero utilizzato per approfondire altre storie? [2] Ora gli usi di una singola pagina web (che peraltro può contenere foto, video, a sua volta altri contenuti incorporati) sono molto più vari e complessi.

Quindi, forse, quando parliamo del “prima” ci riferiamo a quel mondo in cui la comunicazione era analogica e/o stampata. E quando parliamo del futuro, allora? Semplicemente stiamo scappando dal presente. Siccome non lo capiamo bene, proviamo a immaginarci cosa avverà poi.

Il punto è che i professionisti della comunicazione (in qualsiasi sua declinazione) dovrebbero sapere che le buone pratiche non si inventano adesso: sono radicate nelle fondamenta delle nostre professioni. Nei servizi che offriamo[3]. Nel loro valore, nell’etica, nell’attenzione per i pubblici e per i clienti, nella trasparenza e nell’onestà intellettuale.
Se vogliamo generalizzare e banalizzare, nel “fare bene il proprio lavoro”. Nel buonsenso. Allo stesso modo, le cattive pratiche sono sempre presenti nella storia stessa dei mestieri connessi con la comunicazione e l’informazione.

Il futuro è il passato. [4]

(AP)

[1] Oh, wait! non è che il cambiamento c’è da sempre? Viene il dubbio, vero? E se c’è sempre stato, non è che non è cambiato niente?
[2] Sì, certo: l’analitica digitale non è una scienza esatta e certe metriche sono “taroccabili”
[3] Un ottimo Ben Thompson, oggi, 3 maggio 2016, parla dell’offrire servizi e del cambiamento, guarda caso.
[4] Per inciso, è da quel passato, da questo presente e da tutti i futuri possibili che prendiamo spunto, su Wolf, per realizzare il nostro magazine, conversando con i nostri abbonati e producendo tre numeri a settimana di notizie, analisi, guide, riflessioni, spunti. Se vuoi provarci, abbonati.

il futuro è il passato