La donazione di Zuckerberg e il giornalismo

Sulla donazione di Zuckerberg alla CRI si è letto tutto e il contrario di tutto.

PrimaSu Repubblica, prima avevano scritto il pezzo che si legge qui sopra.

Poi, forse la mattina dopo o forse a tarda notte, hanno aggiunto il pezzo che ho evidenziato (senza alcuna avvertenza per il lettore, e dopo che l’articolo era già stato diffuso parecchio).

Dopo

Le considerazioni sull’utilità o meno della donazione di Zuckerberg le ho riservate a un lungo pezzo in cui si parla di Punteruolo rosso, Peter Thiel e modelli di business (numero 94 di Wolf). Tre punti, però, vale la pena di metterli qui:

donare in advertising alla CRI non ha nulla a che vedere con il terremoto del centro Italia (qualsiasi uso possa farne la CRI, sarà sul medio lungo periodo. La CRI non si occupa della ricostruzione. Se attiverà delle campagne che porteranno donazioni, al limite saranno utilizzate in futuro. E sempre se queste campagne avranno successo)
donare in advertising alla CRI è un atto di enorme cinismo, perfettamente coerente con il walled garden in cui si sta trasformando Facebook (Zuckerberg non fa niente che non rimanga dentro Facebook. Nemmeno le donazioni, evidentemente)
donare in advertising alla CRI non ha nulla a che vedere con il creare valore

C’è chi pensa che sia un’enorme opportunità. Sono opinioni, chiaramente. La mia è che un multimiliardario della Silicon Valley che voglia fare del bene potrebbe impegnarsi – facendo anche i soldi, quindi ottenendo profitto – in un’operazione di messa in sicurezza dei territori. Questo creerebbe valore. Non l’advertising su Facebook della CRI.

Quanto al pezzo su Repubblica, l’aggiunta dell’inciso – totalmente acritico – sul tema, aggiunto così, senza colpo ferire, dimostra che il giornalismo italiano ha un enorme problema con la Silicon Valley (in questo è in ottima compagnia, niente paura). E ha un problema anche con i propri lettori, cui, a parole, dice di voler dare un servizio. Ai quali chiede fiducia. Ai quali, però, poi, non evidenzia un’importante correzione e aggiunta ad un pezzo.

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(AP)

Terremoto, giornalismo e comunicazione in emergenza

Ho letto parecchio, in questi giorni, e seguito il flusso delle conversazioni sui social (in particolare su Facebook), dalle quali mi sono rigorosamente astenuto, eccezion fatta per un editoriale su Blogo che, tristemente, è lo stesso editoriale che segue ogni catastrofe naturale in Italia: ricordare che la messa in sicurezza del territorio, degli edifici e del cittadino è un dovere di uno stato e che la mancata prevenzione è il fallimento dello stato.

Mi interessa molto seguire la conversazione in tema di giornalismo e comunicazione in emergenza.

In questo post su Medium, per esempio (molto interessante), leggo anche che «Comunicare bene significa evitare danni e disorganizzazione. Significa rassicurare. Significa dare anche il giusto risalto al lavoro oscuro (e quasi sempre eccellente) della Protezione Civile».

Andrea Iannuzzi, su Facebook, propone: «Immagino un luogo digitale, coordinato dallo Stato, nel quale tutti possano trovare informazioni utili sul terremoto del 24 agosto 2016, ma anche sulle future emergenze che purtroppo capiteranno». Sul tema si sta svolgendo una conversazione da seguire, perché interessante.

Nella condivisione, viene linkata un’iniziativa molto interessante relativa al terremoto del centro Italia del 24 agosto 2016. Si tratta di un progetto, reperibile alla URL http://www.terremotocentroitalia.info, che

«si pone come scopo quello di aggregare e non disperdere contenuti utili a tutti provenienti da fonti di varia natura (ufficiali e non) al fine creare valore in un momento di crisi per il paese.»

Il progetto è assolutamente encomiabile.

Sulla base del lungo lavoro giornalistico che mi è capitato di fare sul campo, fra il 2009 e il 2010 dopo il terremoto a L’Aquila, mi sento di scrivere alcune cose che, spero, possano essere utili al contesto, al progetto stesso e alla conversazione sul tema.

Comunicazione in area d’emergenza

La comunicazione in una situazione di emergenza è necessaria e deve essere chiaramente rivolta a un destinatario ben preciso: la comunità dei sopravvissuti. Tuttavia, non deve in alcun modo trasformarsi in propaganda del lavoro della Protezione civile, che non è affatto invisibile.

Quel che si è visto a L’Aquila, per esempio, è stato uno spiegamento imponente di forzi e mezzi sia sul locale (manifesti 6×3, una rivista dedicata in quadricromia) sia sul nazionale e internazionale (il G8, operazioni di facciata e simili) che mostravano “l’eccezionale lavoro svolto”. Messi fortemente in dubbio dai giornalisti che lavoravano sul posto (con poca eco mediatica, tranne, a volte, da parte di quelle testate che campavano sull’antiberlusconismo), questi messaggi sono poi stati tragicamente sconfessati dai fatti (e da una relazione puntuale e precisa del Ministro Barca nel 2012, dove, sostanzialmente, si confermavano tutte le critiche mosse all’intervento della Protezione civile a L’Aquila. Fra le altre cose, 3 anni dopo, ancora non era chiaro come fossero stati impiegati gli 87 milioni di euro donati da privati! Ed è solo una marginalità, in confronto agli altri problemi).

Per la gestione delle emergenze, la protezione civile ha un suo documento che si chiama Metodo Augustus.

Nelle integrazioni al metodo in tema di comunicazione si legge una passo che può dar luogo a una duplice modalità comunicativa, a seconda di chi la applica, e che sembra quasi inquietante:

La popolazione è comunque sempre coinvolta nelle situazioni di crisi, sia emotivamente (teme di essere toccata dagli eventi, partecipa ai problemi di chi è coinvolto), sia fisicamente (se non ha subito danni, comunque è costretta a sopportare disagi). […] Se la sua controparte istituzionale sarà sufficientemente autorevole e determinata, la maggior parte dei cittadini sarà disponibile ad abdicare alle proprie autonomie decisionali, a sottoporsi a privazioni e limitazioni, ad “ubbidire” alle direttive impartite. […] Un chiaro piano di comunicazione […] permetterà una più agevole accettazione delle misure adottate. Non solo: qualora il precipitare degli eventi lo rendesse necessario, sarà più facile imporre una disciplina più ferrea e chiedere sacrifici più duri. […] E inutile perdersi in dettagli poco importanti, per esempio parlare della reazione incontrollata di una piccola parte della popolazione, quando la comunità si è comportata, in generale, in maniera corretta.

A L’Aquila è stata applicata questa parte in tutto il suo significato deteriore. La popolazione è rimasta per mesi e mesi (forse anni) in uno stato drammatico di incertezza, che questa campagna non ha fatto che coprire.

Uno dei manifesti 6x3 che si vedevano a L'Aquila
Uno dei manifesti 6×3 che si vedevano a L’Aquila alcuni mesi dopo il terremoto: slogan e scarse informazioni.

Il lungo preambolo è necessario per sgomberare il campo dagli equivoci e per chiarire cosa si debba intendere per comunicazione in emergenza.

Schematizzando, ecco come penso si dovrebbe immaginare la comunicazione in emergenza

Emittente: le istituzioni preposte (la Protezione civile)
Ricevente: la popolazione colpita dall’evento catastrofico e sopravvissuta
Canale di comunicazione: tutti quelli realisticamente utilizzabili dalla popolazione sopravvissuta all’interno, per esempio, del cratere sismico (dal volantinaggio a internet)
Informazione: dev’essere precisa, omogenea, priva di fronzoli e orpelli, rinunciare al catastrofismo ma anche alla rassicurazione fatalista, deve contenere tutti i dettagli essenziali al breve e medio periodo. Deve evitare di alimentare potenziali conflitti all’interno delle vittime
Codice formale: la forma linguistica dev’essere quanto più possibile chiara, semplice, diretta, evitare gli slogan e contenere tutto quanto vuole sapere la popolazione

Giornalismo in area d’emergenza

Un progetto giornalistico che copra un contesto emergenziale deve tener presente due fattori fondamentali:

  • la popolazione è in uno stato di shock
  • anche i giornalisti locali possono essere in stato di shock

    Cosa deve evitare il giornalismo in area d’emergenza

  • evitare di alimentare il complottismo (non significa non coprire le storture, che vanno, anzi, denunciate con documentazioni inoppugnabili)
  • evitare di riportare voci che si susseguiranno ad una velocità spropositata
  • non esagerare con l’emotività
  • non fidarsi ciecamente delle informazioni istutuzionali
  • evitare di concentrarsi sulla spettacolarizzazione (per esempio, ricordo l’inaugurazione delle case di Onna o lo spettacolo di Benigni nella caserma della Guardia di Finanza a L’Aquila)
  • evitare di trovare le magagne ad ogni costo, magari perdendo la visione d’insieme (sempre sull’esempio dell’Aquila, ricordo l’ossessione di alcune testate che mi chiedevano di documentare le “case di Berlusconi che cadono già a pezzi”, quando invece il problema era più ampio e complesso e riguardava la scelta scellerata di delocalizzare, fare interventi definitivi in emergenza e distruggere il tessuto sociale)
  • evitare di creare confusione nelle terminologie usate a caso (leggo già adesso la battaglia container vs. new town: i moduli abitativi removibili non sono cointainer. E la scelta di delocalizzare o meno deve essere lasciata alle comunità locali)

    Cosa può e deve fare il giornalismo in area d’emergenza
  • informare correttamente fuori e dentro il cratere
  • dare alla popolazione gli strumenti per capire correttamente cos’è successo e cosa succederà
  • ricordare alla popolazione colpita che l’intervento della Protezione civile è limitato al ripristino delle condizioni per la ripresa della normale vita sociale ed economica del territorio e non può in alcun modo prendere decisioni sul lungo periodo, che spettano, invece, alle comunità locali (esiste già un modello virtuoso di gestione del post-sisma, in Italia. È il modello-Friuli. È quello che va studiato e applicato)
  • invitare la popolazione a pretendere informazioni chiare, tempestive, puntuali e con un chiaro svolgimento temporale nel breve e medio periodo
  • invitare la popolazione a essere protagonista diretta della ricostruzione
  • conoscere bene i poteri di protezione civile e il potere derogatorio conseguente alla dichiarazione dello stato d’emergenza
  • leggere attentamente tutte le ordinanze e le deroghe che vengono imposte dalle medesime
  • ricordare che un contesto come quello di una catastrofe è terreno naturale (purtroppo) per le inflitrazioni mafiose, verificare le white list delle ditte ammesse a lavorare anche nell’immediata gestione dell’emergenza (un esempio banale? Verificare le forniture dei bagni chimici) e poi, a maggior ragione, nelle operazioni di messa in sicurezza e di ricostruzione
  • invitare le istituzioni a chiarire le modalità dei bandi per la ricostruzione
  • se tutto procede per il meglio, come ci si augura, il giornalismo può essere un ottimo supporto alle istituzioni, e le istituzioni possono, con la trasparenza Il crateree la correttezza delle informazioni, trovare nel giornalismo un ottimo canale di divulgazione
  • giornalismo e istituzioni, però, anche in un contesto come quello di un cratere sismico, non sono portatori dei medesimi interessi
  • è auspicabile favorire anche la nascita di esperienze giornalistiche locali. A L’Aquila nacque il Cratere, un foglio ciclostilato, e Angelo Venti lavorava sia su internet sia con il ciclostile con il suo Site.it. Alcuni giornalisti aquilani hanno poi creato il bellissimo progetto Newstown
  • è fondamentale studiare. Bisogna conoscere la legge istitutiva della Protezione civile, i tentativi di modifica, il potere di deroga e tutta la terminologia. Per esempio, è molto importante sapere quali sono i compiti della protezione civile, quanto può durare uno stato d’emergenza, cosa comporta, cosa fa parte dell’emergenza e cosa no (la ricostruzione, per esempio, non fa parte dell’emergenza)

Architettura dell’informazione

Anche l’architettura dell’informazione deve essere progettata accuratamente: ci vuole una mappa, una struttura non ridondante, poche pagine di un sito, chiare. Quel che vogliono sapere le vittime di un terremoto è, generalmente e chiaramente, superato l’immediato:

– quanto tempo rimarranno in tende e alberghi
– che tipo di risarcimento avranno
– quando inizierà la ricostruzione

Una questione politica e culturale

Non possiamo dimenticarci che la gestione di un’emergenza è una questione politica. Così come lo sono la previsione e la prevenzione e la messa in sicurezza prima dell’emergenza. Ecco perché il giornalismo non può accontentarsi di lavorare con le istituzioni, nemmeno dopo un terremoto devastante: le istituzioni potrebbero agire con correttezza o potrebbero assumere decisioni e atteggiamenti deleteri per le popolazioni locali (esattamente come possono decidere di prevenire con piani anche decennali o di abdicare a questo ruolo e intervenire a cose fatte).

In un territorio come quello italiano, una delle prime forme politiche di prevenzione sarebbe senz’altro la diffusione di una concreta cultura per la gestione dell’emergenza. La comunicazione dovrebbe dunque operare anche prima delle catastrofi, in “tempo di pace”.

È in “tempo di pace” che si costruisce, si pianifica, si previene.

Note
– Sul tema avevo aperto un sito, poi rimasto non aggiornato, che si chiamava shockjournalism (giornalismo come reazione allo shock, non giornalismo shockante, per carità)
– Ho scritto un libro: Protezione civile Spa. Quando la gestione dell’emergenza si fa business
– Ho girato un film documentario, Comando e controllo.

Il backlink che ho dato al progetto terremotocentroitalia.info è anche a scopo SEO. Se il sito non si”piazza” su Google e se non raggiunge masse critiche, diventa uno sforzo inutile. Al tempo stesso, se si piazza bene e raggiunge il suo scopo, sarà molto importante che sia costantemente aggiornato, chiaro, ben strutturato. Spero che queste righe possano essere utili allo scopo.

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Come aumentare la reach su Facebook: le pagine verticali

Alcune delle pagine verticali aperte da Buzzfeed su Facebook
Alcune delle pagine verticali aperte da Buzzfeed su Facebook

C’è un solo modo, ora come ora, di fare engagement seriamente e di aggirare le progressive chiusure di rubinetti della “reach” (la portata delle proprie condivisioni) che seguono ad ogni cambio dell’algoritmo di Facebook.

Il modo è puntare sulle verticalità.

Il modello è chiaro ed è quello dei pubblici di nicchia. Bisogna aprire/gestire pagine verticali, fortemente tematiche, il cui pubblico sia facilmente individuabile e che sia facile da servire con contenuti di qualità, pertinenti e ad alto tasso di partecipazione e coinvolgimento.

Inseguire il generalismo è assolutamente controproducente sulle piattaforme come Facebook – come altrove – e genera “mostri” di pagine che si occupano di tutto e che mostrano tutta la loro schizofrenia soprattutto quando, per massimizzare l’engagement si devono mescolare contenuti bassi o bassissimi a contenuti che parlano di tragedie, con il risultato di disorientare il pubblico e di beccarsi tonnellate di insulti che peggiorano il percepito della pagina generalista stessa.

Probabilmente, oggi non si può più essere generalisti. E se da un lato i generalisti dovrebbero pensarci, dall’altro chi ha idee nuove dovrebbe iniziare da subito a puntare su un tema preciso e un altrettanto preciso pubblico di nicchia di riferimento.

Altre "verticalità" di Buzzfeed su Facebook
Altre “verticalità” di Buzzfeed su Facebook

Il tutto va fatto seguendo la solita regola dell’economia delle soluzioni parziali (diversificare le fonti di traffico e di introito), utilizzando una profonda conoscenza della convenienza specifica di tutti i servizi e le tecniche di promozione che si possono utilizzare per i propri contenuti (SEO, social e via dicendo) e, nel frattempo, costruendosi il proprio “stadio di proprietà” (si veda in merito l’apposita analisi riservata agli abbonati di Wolf).

Non è solamente una costruzione teorica. Lo fanno quelli che puntano veramente sull’innovazione coerente con la propria missione editoriale e i propri contenuti. Basta cercare su Facebook quante pagine verticali ha aperto Buzzfeed per convincersene. La stessa cosa è alla portata di qualsiasi publisher. Meglio ancora se ha già delle tematiche verticali pronte.

Ma perché una pagina verticale consente di aumentare il coinvolgimento? La risposta è più semplice di quanto si possa pensare e ha a che fare con due grandi cavalli di battaglia del modello di business di Wolf.

Che sono i contenuti e le persone.

È una novità?

Ma certo che no. Il potere della verticalità e della nicchia dovrebbe essere una cosa ormai arcinota ed introiettata. E invece non è così.

La verticalità è importante nell’editoria, per esempio.

Da anni Robin Good “predica” l’importanza delle nicchie (in questa serie di slide illustra alcuni esempi di siti italiani che intercettano “problemi” di nicchia).

Ma perché contenuti di nicchia per persone limitate dovrebbero essere meglio di contenuti che parlano a tutti?

Per un sacco di motivi. Primo: come fai, oggi, in un universo di sovraccarico informativo, a parlare a tutti? È praticamente impossibile.
Secondo: il pubblico generalista non esiste. Esistono tanti pubblici, ciascuno con interessi specifici. Se sei molto esperto di un determinato tema, ti sarà facile offrire ad un pubblico specifico i contenuti che vuole.
Terzo: essere generalisti, di solito, ha a che fare con un modello di business che si basa solo su metriche quantitative (vendere tanto, fare tanti click) per soddisfare il mercato dell’advertising. Ma è davvero giunto il momento di guardare oltre.
Quarto: essere riconosciuti come esperti in un determinato settore è molto importante perché consente di costruire intorno a sé un pubblico di persone che si fidano. E si fidano grazie ai contenuti di qualità che hanno ricevuto da noi.

Insomma: la nicchia fa bene. La verticalità anche. Persino su una piattaforma come Facebook, dove si potrebbe avere la tentazione di voler parlare proprio a tutti.

Tutto questo ha anche un corollario – che pure è intrinseco nel loop offerta di buoni contenuti-interazione con le persone interessate a quei contenuti – che dovrebbe essere ovvio: permette di “bucare” l’algoritmo di Facebook e di continuare a ottenere buoni risultati in termini di interazione.

Chiaramente non basta: l’algoritmo bisogna conoscerlo e sfruttarlo al meglio. Ma di sicuro il lavoro per contenuti e pubblici verticali è un logico punto di partenza.



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Gawker chiude: ucciso dalla guerra fredda della Silicon Valley

Gawker chiude - Peter Thiel ha vinto la sua battaglia
L’immagine su Gawker.com che accompagna il pezzo di commiato del fondatore, Nick Denton.

 

Si dice, nella tradizione popolare, che in punto di morte, il malato abbia qualche sussulto di lucidità: è una di quelle cose che dicono le vedove o i figli che hanno seguito i loro genitori al loro capezzale. È impossibile dire se sia una percezione di chi osserva o se sia un fenomeno scientificamente provato.

Bene, nella notte fra il 22 e il 23 agosto (esattamente fra le dieci e le undici ora italiana), connettersi a Gawker.com e osservare quel che succedeva era un po’ come assistere a quegli ultimi istanti di lucidità di un malato terminale. Solo che gli ultimi sussulti di Gawker non sono stati rantoli sommessi, riflessi involontari o vocalizzazioni incomprensibili. La morte di Gawker è stata accompagnata, come in un trapasso medicalmente assistito, da una serie di pezzi lucidi, testimonianze che,se lette con attenzione, aiutano a capire una delle dinamiche più importanti di questo inizio secolo: la guerra fredda della Silicon Valley. Anche questa, come tutte le guerre fredde, si combatte su più fronti. Uno di questi fronti vede alcuni esponenti della Silicon Valley combattere contro (o con) i media. E Gawker.com è la prima vittima di questa guerra. Già: Gawker.com non è stato accompagnato alla morte perché malato. Gawker.com è stato ucciso.

abbonati a wolfIeri sera, mentre osservavo questa morte in diretta e ne scrivevo per Wolf, in uno dei numeri riservati agli abbonati, non ho resistito e ho scritto anche una mail a Tom Scocca, Executive Features Editor di Gawker Media.

Erano le 22.41 ora italiana. La mia mail diceva, semplicemente:

«Ciao Tom, sono un giornalista italiano. Ho appena finito di leggere il tuo pezzo “Gawker Was Murdered by Gaslight” e ti scrivo per chiederti se saresti disponibile per una breve intervista sulla triste sorte di Gawker e sulla battaglia di Peter Thiel contro Gawker» .

Ho scritto a Scocca anche su Twitter e ho aspettato.

Alle 23.29, quando era già stato pubblicato anche il commiato del fondatore di Gawker, Nick Denton, mi arriva una risposta di una riga:

«Grazie per avermi scritto. Non so cos’altro ho da aggiungere, in realtà, ma di cosa volevi parlare?».

Stupito della gentilezza e dalla velocità, cose alle quali in Italia siamo poco abituati, mi sono messo a buttare giù qualche domanda e alla fine, esattamente un’ora dopo, inviavo il tutto a Tom. Alle 4.23 ricevevo tutte le risposte.

Ora è il momento di mettere insieme i pezzi e di raccontare tutta la storia. Una storia in cui non è il caso di santificare martiri o glorificare eroi – anche se tutte le guerre ne hanno –, ma bisogna chiamare le cose col loro nome. Questa, lo abbiamo detto, è una storia di guerra. E il campo di battaglia non è solo internet, o l’informazione, o la Silicon Valley. Il campo di battaglia è il mondo.

Cos’è Gawker? – Gawker nasce nel mese di dicembre del 2002, fondato da Nick Denton (ex collaboratore del Financial Times) e da Elizabeth Spiers. Per sua stessa natura, diventa pIl logo di Gawkerresto un sito molto popolare. Si auto-definisce «La fonte quotidiana di notizie e gossip sui media a Manhattan». Si occupa, in buona sostanza, di cose che interessano una certa sovrabbondante massa di pubblico: notizie pruriginose che riguardano le celebrità. Ma anche notizie che provengono da lavoratori del mondo dei media, inviate anonimamente alla redazione. Critiche al mainstream giornalistico, storie su New York, gossip sulle celebrità e sugli imprenditori della Silicon Valley, gaffe, errori, leak o reportage realizzati indipendentemente sono al centro del lavoro di Gawker, che diventa il sito di punta di Gawker Media – una media company con sede alle Caiman, come ha appreso Quentin Tarantino quando avrebbe voluto far causa alla società per aver diffuso la sceneggiatura di Hateful Eight (e come fa notare Fortune, che ironizza sul fatto che il fondatore di Gawker ha spesso bacchettato le tecniche “bizantine” delle varie società della Silicon Valley per poi usarle allo stesso modo, almeno in apparenza, per il controllo societario. In una guerra non ci sono bianchi e neri: i grigi sono importanti. Tutta la storia di Fortune su Gawker è qui, ed è già stata emendata almeno un paio di volte, come chiarifica la nota conclusiva. Ma questa è un’altra storia).

Nel 2015 Gawker fa una svolta e comincia a dedicarsi di più anche alla politica. Sembra quasi una specie di tentativo di ripulirsi nell’immaginario collettivo, dopo che in molti hanno biasimato alcune scelte del sito. Eppure molti che fanno carriera a Gawker provengono da giornali illustri o finiscono per andare a lavorarci, dimostrando come il sito sia una formidabile palestra. Questi i siti nella galassia Gawker Media: Deadspin, Gizmodo, Jalopnik, Jezebel, Kotaku, Lifehackers (tutti e sei venduti a Univision) e, appunto, Gawker.com, chiuso da oggi, 23 agosto 2016.

Perché Gawker.com ha chiuso? Perché la Gawker Media è fallita, ha dovuto mettere tutti i siti in vendita, è stata acquisita da Univision e l’acquirente ha deciso di non aggiornare mai più il sito-bandiera.

Fin qui nulla di strano: sappiamo che, soprattutto nel mondo digitale, le società falliscono facilmente. Ma la Gawker Media era in buona salute finanziaria e, secondo le stime di Business Insider, valeva 250 milioni di dollari. Aveva avuto – come tutte le pubblicazioni – un po’ di rogne legali. Per molti aveva spesso “passato il segno” (qualunque cosa questo significhi) violando la privacy di questa o quella personalità, infastidendo questo o quel personaggio famoso. Lo stile di Gawker era duro, senza compromessi, per molti intollerabile: probabilmente in un paese dalla querela facile come l’Italia sarebbe morto presto o forse, semplicemente, non sarebbe mai nato. Spesso, fra i commenti e i commentatori di questa vicenda si legge una teoria secondo la quale a Gawker se la sono andata a cercare.

Su Politico hanno pubblicato un elenco delle ultime dieci cause intentare a Gawker.

Scaramucce, in confronto all’attacco frontale subito dalla compagnia newyorkese ad opera di un personaggio famoso anche in Italia: Terry Bollea, meglio noto come Hulk Hogan.

Hulk Hogan vs Gawker
Hulk Hogan in un’immagine del 2005, di pubblico dominio, tratta da Wikipedia

Hogan contro Gawker – Cosa c’entra l’ex wrestler dal biondo baffone con questa storia? Semplice. Nel 2006 Hulk Hogan ha un rapporto sessuale con Heather Clem (all’epoca moglie di Bubba the Love Sponge, dj radiofonico). L’amplesso fra i due viene filmato e messo su dvd dal marito di Heather Clem (il quale, secondo Hogan, era consenziente al fatto che i due si unissero carnalmente)

Nel 2012, una copia in dvd dell’amplesso arriva in redazione a Gawker da fonte anonima. Il 4 ottobre del 2012, il direttore di Gawker dell’epoca, AJ Daulerio, pubblica un articolo descrittivo del video: praticamente un saggio. Ad accompagnare l’articolo, veniva incorporato un video montato di circa 2 minuti, estratti dalla mezz’ora del filmato integrale. Di quei 2 minuti, circa 10 secondi erano di sesso esplicito. Il resto, chiacchiere fra i due.

Uno screenshot che si trova su Google Images dal sex tape, rende l'idea della qualità del video e dell'inquadratura (fissa).
Uno screenshot che si trova su Google Images dal sex tape, rende l’idea della qualità del video e dell’inquadratura.

Lo stesso anno Hulk Hogan fa causa a Gawker. Prima  passa da una corte federale per ottenere un’ingiunzione di rimozione. Ma la richiesta viene respinta dal giudice James Whittemore, citando il Primo emendamento (ecco il documento ufficiale, in cui si parla del fatto che svariate immagini del video erano state già diffuse da altri media). Sconfitto ma non domo, Hogan si rivolge al tribunale della Florida. Qui ottiene una prima soddisfazione. Il giudice Pamela Campbell decide di ingiungere a Gawker di rimuovere il video e il pezzo. Gawker rimuove solamente il video, lascia online l’articolo, spiega il perché e linka un sito che ospita il video in questione.

L'istanza di rimozione di video e articolo da parte del giudice Pamela Campbell

La corte d’appello della Florida, però, accoglie l’appello di Gawker media e rigetta l’ingiunzione di rimozione del giudice, sostenendo che la pubblicazione del video era protetta dal Primo emendamento.

Schermata 2016-08-23 alle 22.34.37Nonostante questo, si va a processo, con il giudice Campbell che esercita tutte le azioni in suo potere per far sì che ciò accada.

Arriviamo così al 2016 e alle due settimane di processo, durante il quale Campbell prende una decisione piuttosto curiosa relativamente al filmato pubblicato da Gawker. Me lo faccio spiegare direttamente da Tom Scocca mi ha spiegato, chiedendogli chiarimenti a proposito di una frase del suo ultimo articolo per Gawker.com

A.P.: Hai scritto che «il giudice si è rifiutato di consentire che il materiale pubblicato venisse giudicato pubblicamente dalla corte». Puoi spiegarmi cosa significa?

T.S.: Anche se le critiche a Gawker che sono state diffuse sono molto ampie, l’unica cosa per la quale Hogan ha citato in giudizio Gawker era il breve estratto del sex tape – sfocato, lungo meno di due minuti e con circa nove secondi di rapporto sessuale – che Gawker aveva pubblicato.

Gran parte della discussione verteva sul fatto che Gawker aveva «pubblicato il sex tape di Hulk Hogan», come se avessimo uploadato l’intero video, invece di averne montato un breve frammento illustrativo per accompagnare un saggio sul video stesso. La questione, per il processo, era capire se fosse lecito aver pubblicato questo materiale (che altri tribunali avevano ritenuto notiziabile).

Ma il giudice, di fatto, ha deciso a priori che il video fosse così offensivo e inerente il privato [di Hogan] da poter essere mostrato alla giuria solo se tutto il pubblico avesse prima lasciato l’aula del tribunale.

Così, le due settimane del processo si sono svolte con la giuria che si sentiva dire quanto fosse terribile il video, senza averlo visto fino alla fine del dibattimento, quando è stato dato loro un DVD per vederlo in sede di delibera.

Il verdetto – Dopo le due settimane di processo, il 18 marzo 2016 la giuria ha deciso che Hulk Hogan aveva ragione e che doveva ricevere 115 milioni di dollari (di cui 55 per risarcimento danni e 60 per lo stress emotivo).
Robin Klein - Own work This image shows the inscription of the First Amendment to the U.S. Constitution (15th December, 1791) in front of Independence Hall in Philadelphia, Pennsylvania, United States of America.
Robin Klein – Immagine (tratta da Wikipedia, rilasciata sotto CC BY-SA 3.0) che mostra l’iscrizione del Primo Emendamento della costituzione degli Stati Uniti d’America (15 dicembre 1791) di fronte all’Independence Hall di Philadelphia, Pennsylvania, U.S.A.

 

Una cifra notevole, che metterebbe in ginocchio chiunque. E infatti mette in ginocchio Gawker. Che però annuncia l’intenzione di ricorrere in appello. Nonostante questo, si deve ricorrere alla bancarotta e vendere. Mi faccio spiegare anche questo passaggio da Scocca.

A.P.: «Probabilmente è perché non so esattamente come funzioni in USA, ma non ho capito cos’è successo all’appello. Può essere rigettato dal giudice del processo in qualche modo? Il verdetto è immediatamente esecutivo?»

T.S.: «Questo caso è stato insolito per l’ammontare della somma stabilita in sede di giudizio: così ampia da mettere la società [Gawker Media] immediatamente fuori dal mercato. E lo stato della Florida è insolito, negli USA, perché richiede che un imputato civile versi una parte dell’intera somma (fino a 50 milioni di dollari), prima che possa ricorrere in appello.
Il giudice del processo originale non ha il potere ufficiale di respingere il ricorso. Ma in questo caso, al di là di ricorrere in appello rispetto alla decisione del processo, Gawker Media stava anche provando ad appellarsi alla dimensione del verdetto, sulla base del fatto che era così grande che avrebbe interferito con la nostra capacità di sopravvivere abbastanza a lungo per presentare l’appello generale.

Per presentare questo appello d’emergenza, ci serviva che il giudice del processo accettasse di sospendere temporaneamente il giudizio, in modo che Hulk Hogan non potesse svuotare i nostri conti mentre chiedevamo alla corte d’appello di impedire ad Hulk Hogan di svuotare i nostri conti. 

Il giudice del processo ha il potere di rifiutare questa richiesta e così ha fatto, cosa che ha costretto la società a dichiarare subito il fallimento.

Dopo che il fallimento si è concluso e la vendita dei beni di Gawker media a Univision si è completata, al guscio vuoto della società sarà quindi consentito di proseguire con l’appello ad un tribunale superiore.

Ma più che una vittoria, nel caso, ciò che accadrebbe sarebbe un incremento della rendita degli azionisti quando la società si scioglierà per sempre».
Un pezzo del Tampa Bay Times che parla del giudice Pamela Campbell

Il giudice – Il giudice protagonista di questo processo, come dicevamo, è Pamela Campbell, nominata nel sesto circuito giudicante della corte della Florida dall’ex governatore Jeb Bush il 27 settembre 2007, poi rieletta senza opposizione nel 2014 (il mandato scade il 4 gennaio 2021). Su Tampa Bay Times, giornale che, orgogliosamente riporta, sotto la testata, “vincitore di 12 premi Pulitzer”, c’è un articolo in cui si parla di questo caso, del fatto che Nick Denton ha annunciato che Gawker ricorrerà in appello e del fatto che il giudice Campbell si è vista annullare in appello ben 22 verdetti negli ultimi quattro anni (in tutti e 22 casi per errori del giudice, secondo la corte d’appello). Circa sei volte la media dei suoi colleghi di Pinellas County nel medesimo periodo. Questo non significa nulla di per sé, chiaramente. È solo un (interessante) dato numerico.

Su Death and Taxes non ci vanno leggeri, descrivendo il giudice Campbell. Il pezzo comincia così: «Pamela Campbell è il motivo per cui tutti, in questa nazione, hanno bisogno del Primo Emendamento» [Il Primo Emendamento recita: «Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti», ndr].

Certo: si potrebbe semplicemente dire che qualcuno non ama l’azione del giudice nei confronti dei media in generale e di Gawker in particolare, da questi pezzi. E ancora non siamo entrati nel vivo della questione.

Cioè: cosa diavolo c’entra la Silicon Valley? A parte il fatto che Gawker se ne occupava, ovviamente. Perché è da qui che bisogna partire.

Peter Thiel
Peter Thiel, Berlino, Germania, 19 Marzo 2014, Hy! Summit – Foto di Dan Taylor. www.heisenbergmedia.com – CC BY-SA 2.0 (modificata con un crop verticale)

Peter Thiel contro Gawker  Il 19 dicembre del 2007, un anno dopo l’amplesso filmato fra Hulk Hogan e Heather Clem e nove anni prima dei fatti che stiamo raccontando, su Gawker.com appare un pezzo che avrebbe decretato la rovina della media company. Il pezzo si intitolava Peter Thiel is totally gay, People. Un outing nel titolo, un pezzo che parla (forse in maniera furba, ma comunque convincente) del fatto che i venture capitalist, in genere, sono uomini bianchi eterosessuali. E dell’ipocrita finta apertura mentale della California che conta.
Thiel è, per la cronaca, uno dei tre co-fondatori di PayPal. Non un venture capitalist qualunque. Attualmente siede anche nel board di Facebook, di cui è stato il primo investitore esterno. Nel suo curriculum c’è di tutto: dalla produzione del film-commedia “Thank you for smoking” alla filantropia, dalla scrittura di saggi in cui si sostiene che libertà e democrazia non sono compatibili (!) all’attività politica: è uno dei delegati di Donald Trump. E nella convention repubblicana ha detti di essere «orgoglioso di essere gay». Ma evidentemente quel pezzo del 2007 non gli è andato giù: il 19 dicembre del 2007 ha giurato tremenda vendetta contro Gawker e ha deciso di distruggerlo.

Il 24 maggio 2016 Forbes fa uno scoop sul tema e rivela che Thiel sta finanziando segretamente la causa di Hogan contro Gawker. Il miliardario non commenta. Ma il giorno dopo , il 25 maggio 2016, Thiel conferma tutto in un’intervista al New York Times. 10 milioni di dollari spesi contro l’odiato sito: «una delle cose più filantropiche che ho fatto», dice Thiel. La cosa è di per se sconvolgente, a pensarci bene.

E secondo Thiel tutto sarebbe stato fatto in nome della privacy. Un concetto che il miliardario ha ribadito anche in un pezzo d’opinione che gli è stato pubblicato ancora una volta sul New York Times.

A.P.: «La privacy è solo un pretesto per Thiel? Quali sono, secondo te, le vere ragioni della sua battaglia contro Gawker?»

T.S.: «Chiaramente è solo un pretesto. Fra i suoi investimenti in Facebook e il suo lancio di Palantir, gli affari principali di Thiel violano la privacy in una scala che fino a qualche tempo fa era inimmaginabile.

Il sostenitore del disegno di legge sul “revenge porn”, che ha citato nel suo articolo del New York Times, ha detto in seguito che Thiel non aveva mai manifestato alcun interesse o sostegno per tale disegno di legge prima di iniziare il suo attacco a Gawker».

La vera ragione, come Thiel non ha potuto esimersi dallo scrivere nel suo pezzo sul New York Times, è che Gawker (e in particolare Valleywag [il blog di Gawker sulla Silicon Valley, chiuso nel 2015 ma ancora online, ndr]) aveva deriso e criticato la nuova classe di plutocrati dell’industria tecnologica cui lui stesso appartiene».

Su questa apparizione di Thiel come opinionista sul NYT non sono riuscito proprio a farmi un’idea precisa e ho chiesto lumi al collega.

A.P.: «Che cosa pensi dello spazio che il New York Times ha dato a Thiel? Hanno qualche legame o si tratta di una precisa ed indipendente scelta editoriale?»

T.S.: «Non posso credere che ci sia qualche legame nascosto. È stata solamente una scelta sciocca e infida che il giornale ha fatto spontaneamente».

 

Silicon Valley; specifically, the North First Street area of San Jose, looking southbound down Interstate 880 towards downtown San Jose. Photographed by user Coolcaesar on 1 June 2014.
Silicon Valley, per la precisione, l’area North First Street di San Jose, fotografata da Coolcaesar. Immagine croppata. CC BY-SA 3.0.

La guerra fredda della Silicon Valley – Ricostruita per sommi capi questa vicenda intricata, è il momento di concludere con le ultime domande che ho posto all’Executive Features Editor di Gawker Media. Mi interessava uscire dal caso specifico e parlare, più in generale, dei possibili sviluppi di questa vicenda, delle conseguenze che potrebbe avere.

A.P.: «Pensi che Thiel (o altre persone come lui) andranno avanti in questa battaglia contro i giornali? È solo l’inizio?»
T.S.: «Non ne ho idea. Thiel è riuscito a distruggere Gawker e non so cos’altro vorrà fare. Ma se Thiel avesse avuto un minimo di normale e umano senso della misura, integrità o decenza, si sarebbe fermato molto tempo fa. Ora non so a quali condizioni potrebbe decidere di fermarsi».
A.P.: «Ho notato che in Italia i giornali non hanno praticamente coperto la notizia della chiusura di Gawker e in pochi hanno parlato della causa di Hogan: sono rimasto abbastanza sorpreso dalla cosa. Pensi che i giornalisti, nel mondo, abbiano capito perché questa storia è importante e quanto sia pericolosa come precedente?»
T.S.: «Non credo che ci sia stata una reale comprensione, persino negli U.S.A., di quanto sia pericoloso questo precedente».
A.P.: «Mi capita spesso di leggere articoli sulle società della Silicon Valley che non contengono alcun tipo di pensiero critico al loro interno (faccio un esempio molto semplice: tutte le volte che Facebook annuncia un cambio di algoritmo, moltissimi giornali semplicemente riportano o parafrasano il post ufficiale di Facebook. Solo pochi giornalisti spiegano ai loro lettori a cosa serve l’algoritmo di Facebook e perché viene cambiato, per scopi commercial). Pensi che in generale il giornalismo sia servile, nei confronti delle società della Silicon Valley?»
T.S.: «La Silicon Valley è geograficamente lontana dai tradizionali luoghi dei media statunitensi, e la sua industria è sempre sembrata qualcosa di magico e astruso, così si è sviluppata senza quel tipo di copertura puntuale cui erano abituate altre industrie. Così, coloro che si trovano ai vertici di quell’industria sono molto permalose, e la stampa non ha sviluppato l’abitudine di sfidarli».
A.P.: «Che cosa pensi dell’acquisizione del Washington Post da parte di Bezos? Pensi che ora il Post sia meno libero? E cosa accadrebbe se Zuckerberg o Thiel o qualcun altro nella Silicon Valley seguisse l’esempio di Bezos?»
T.S. «Quando Bezos si è comprato il Post mi sono preoccupato, sì, perché Amazon è una società enorme, profondamente coinvolta nelle vite delle persone a molti livelli, e non c’è modo per il giornale di scriverne liberamente, con il contraddittorio che ci vorrebbe. Ma le persone ricche hanno sempre comprato i giornali e li hanno sempre usati per proteggere i loro interessi negli affari e per portare avanti la loro linea politica, in tutta la storia del giornalismo. Qualsiasi costrizione possa imporre la proprietà di Bezos al Post, almeno il fatto che ne è il proprietario è cosa nota a tutti e la sua influenza è diretta. E altri giornali possono scrivere ancora di Amazon.
Peter Thiel non ha avuto l’onestà di fare le cose in questo modo. Ha scelto, invece, di finanziare una campagna legale contro una pubblicazione in segreto, con l’obiettivo di distruggere quella pubblicazione. Se avesse seguito l’esempio di Bezos, sarebbe stato un bene. Gawker starebbe ancora pubblicando e Peter Thiel starebbe pubblicando cose in disaccordo con Gawker, e il mondo potrebbe scegliere fra loro. Ma Thiel ha avuto paura di sostenere apertamente la propria causa, il che rende la sua scelta solamente una strategia vile e corrosiva».


A.P.: «Pensi che i miliardari della Silicon Valley siano una minaccia reale per il giornalismo e per i giornali?»

T.S.: «Credo che Peter Thiel abbia stabilito che lo sia, senza alcun dubbio».

Silicon Valley tech
E adesso? 
– E adesso proviamo a tirare le fila del discorso. Primo: aspettiamo di vedere cosa accadrà in appello. Anche se questo non significherà in alcun modo un ritorno in scena di Gawker, qualora la decisione del processo dovesse essere ribaltata, sarebbe un segnale importante.

Secondo: le risposte di Scocca sono molto interessanti per tutti i giornalisti, ma anche per il pubblico di “non addetti ai lavori”.
Dovremmo trarne lezioni importanti e capire che questa dinamica è, probabilmente, la più importante storia che riguarda il giornalismo e il potere degli ultimi vent’anni o più. La privacy delle persone comuni non c’entra niente. Qui c’entra solo la privacy dei potenti, la loro libertà di continuare a essere quel che sono mentre le loro società fanno dei dati del singolo e delle masse sostanzialmente quello che vogliono.
Terzo: per rendere l’idea di cosa significhi questa vicenda per tutti e non solo per Gawker, penso che possa essere utile riprendere una storia raccontata da Elizabeth Spiers sul suo blog.
La storia è quella di Sam Biddle (già collaboratore di Gawker, guarda un po’, e proprio di Valleywag. Sarà un caso?): è stato querelato per aver scritto che un tale che dice di aver inventato le mail non ha inventato le mail. Potrebbe semplicemente essere rovinato, ora che Gawker è fallito.
Spiers chiude così:
«E se per caso sei un giornalista e pensi “questo non mi sarebbe mai successo perché non avrei mai pubblicato un estratto da un sex tape” o “non avrei mai rivelato l’omosessualità di qualcuno” o “non sono antipatico e fastidioso come tutti quelli di Gawker, be’, chiediti se avresti scritto una storia come questa».

Aggiungo. Se per caso pensi che se la sono andata a cercare, ricordati che il giornalismo che ti piace – o che ti dovrebbe piacere – probabilmente è sempre quello che se la va a cercare. Non ne condividi i metodi? Non ne condividi i contenuti? Be’, prima guarda e leggi tutto, poi continua, se vuoi, a non condividerli: è questo il bello del pluralismo di voci, ed è meglio che ce ne siano tante, in giro. Perché se cominciano a chiuderne una, poi l’effetto-valanga è assicurato. Infatti, il post di Thiel sul New York Times chiarisce che è solo l’inizio. E, come scrive Tom Scocca nel suo post di commiato:

«Se vuoi scrivere storie che potrebbero far arrabbiare un miliardario, hai bisogno di lavorare per un altro miliardario o per una società miliardaria. La legge non ti proteggerà. Non c’è libertà in questo mondo, senza potere e soldi».

Probabilmente è la guerra fredda della Silicon Valley che è appena iniziata.

E c’è un’altra brutta notizia: quello del giornalismo è solamente uno dei tanti fronti caldi.

A.P.

***

Altre letture suggerite

Pokémon Go, l’avamposto di Google per la guerra contro Facebook

Pokémon Go è senza dubbio l’applicazione del momento. Genera hype, dipendenza, comportamenti assurdi, snobismo e, purtroppo, nella maggior parte dei casi, posizioni completamente acritiche e totale assenza di analisi, anche fra giornalisti. L’unica cosa che emerge nelle conversazioni sociali è il tifo: ci sono quelli che ci giocano e non vogliono che li si critichi, quelli che criticano, quelli che criticano chi critica.

Ma Pokémon Go è anche abbonati a wolfl’avamposto di Google per la guerra contro Facebook.

Gli abbonati di Wolf hanno già avuto modo di leggere questa interpretazione di alcuni indizi (e di qualche prova concreta) in anteprima. Visto che, però, non se ne trova traccia nell’ecosistema mainstream, è bene, eccezionalmente, parlarne anche free.

Il primo indizio che dovrebbe far insospettire tutti è il fatto che Pokémon Go si appoggi sulle mappe di Google. L’interfaccia grafica, infatti, non è nient’altro che una rivisitazione di Google Maps.

Il secondo indizio, in realtà, sarebbe il primo in ordine temporale, dopo che si scarica il gioco. Ma uno magari non ci pensa subito, ci fa caso dopo. Pokémon Go non dà la possibilità di registrarsi e accedere tramite FacebooPokemon Go Google vs Facebookk. Ci si può creare un account direttamente sull’app oppure accedere direttamente attraverso il proprio account Google. Conosci altre app che nel 2016 hanno fra l’altro l’obiettivo di diventare quanto più virali possibili e che non consentano di accedere alla app tramite Facebook? Pensi che possa essere un caso, un errore o una scelta specifica?

Il terzo indizio richiede l’uso di Google, una volta che ci si è posta qualche domanda sui primi due. Pokémon Go è un gioco sviluppato da Niantic, Inc. Niantic, Inc. prima di chiamarsi così si chiamava Niantic Labs. Niantic Labs era stata fondata all’interno di Google da John Hanke nel 2010. John Hanke era stato acquisito con Keyhole, la sua start-up, da Google nel 2004 (e aveva sviluppato, internamente alla compagnia di Mountain View, Google Earth e Google Maps). Con Niantic e dentro Google, Hanke sviluppa Ingress, un videogioco di realtà aumentata che ha come interfaccia grafica le Google Maps e come campo di gioco il mondo (solo che, a differenza di Pokémon Go, è anche bello. Non diventa virale: fa circa 14 milioni di download e 250mila persone partecipano a eventi dal vivo organizzati nell’ambito del gioco) e una app di viaggi, FieldTrip.

Nel 2015 nasce Alphabet (la compagnia madre di Google) e Niantic diventa una società indipendente. Al momento dell’uscita, però, i rapporti fra Niantic e Google restano ottimi. Anzi, forse qualcosa di più. Sulla pagina Google+ di Ingress si legge (il 12 agosto 2015):

«Porteremo la nostra miscela unica di esplorazione e divertimento ad un pubblico ancora più grande, con alcuni sorprendenti nuovi partner che si uniranno a Google come collaboratori e sostenitori».

Quindi, Google resta come investitore. E se ne annunciano altri, così come si annunciano progetti rivolti a un pubblico più ampio. Contemporaneamente, un portavoce di Google dice a Techcrunch:

«[Niantic] è pronta ad accelerare la propria crescita, diventando una società indipendente, cosa che li aiuterà ad avvicinarsi a investitori e partner nel mondo dell’intrattenimento. Saremo contenti di continuare a sostenerli mentre porteranno esplorazione e divertimento ad ancora più persone nel mondo».

Stessi toni: vuol dire che qualcosa bolle già in pentola.

E infatti, due mesi dopo, Google, The Pokémon Company e Nintendo (eccoli, i nuovi partner!) investono su Niantic 20 milioni di dollari (che dovrebbero diventare 30). Per fare Pokémon GO. Nel frattempo, nel 2014, Google e la Pokémon Company avevano già fatto le prove tecniche di trasmissione: il 1° aprile, giorno dei pesci d’aprile, Google aveva riempito le proprie mappe di Pokemon. È più che lecito, oggi, pensare che fosse un test. O che in quell’occasione nascesse il concept del gioco.

Pokemon Go PlusIl design di Pokémon GO Plus (uno strumento per videogiocatori, indossabile, in vendita a 34,99 $ e già esaurito, come se non bastasse, è un mix fra il logo dei Pokémon e il “segnaposto” di Google Maps.

A sottolineare ancora una volta l’enorme legame fra Google e questo gioco.

Google punta sulla realtà aumentata. Lo fa attraverso una compagnia che ha “incubato” e utilizzando un marchio arcinoto e transgenerazionale come i Pokemon. Lo fa creando un gioco-social network.

Lo aveva detto, del resto, il Presidente e CEO della Pokémon Company, Tsunekazu Ishihara: «L’investimento strategico in Niantic pone le basi per un’esperienza social in mobilità che il mondo non ha mai visto prima».

I dati importanti, allora, non sono i numeri di download o il tempo di permanenza sulla applicazione (quelli li valuteremo poi fra qualche mese). Il dato importante è che Pokémon GO fa parte della lotta fra Google e Facebook e che riposiziona in qualche modo Google nell’universo social. Un universo nel quale si pensava che non potesse più competere con Facebook.

Così, ecco che non ti puoi loggare con Facebook per scelta esplicita: l’unico motivo per rinunciare ad un volano di viralità come il social di Zuckerberg sta nelle finalità di Google.

È Google, attraverso Niantic, che si tiene i dati dei giocatori (perché dovrebbe darli a Facebook? Il rivale ne ha così tanti…). È Google che apre a nuove possibilità di mercato (pubblicità e marketing in app, più ancora che acquisti in app, ma anche eventi dal vivo) e si posiziona in maniera strategica – senza esporsi direttamente ma solo come investitore, mettendosi al riparo da figuracce come quella fatta con Google+ – in un mondo, quello della realtà aumentata che non è un’idea nuova ma che, grazie ai Pokémon, è diventato pop.

Ecco. Mentre filosofeggiamo sull’opportunità o meno di giocare a Pokémon Go, mentre ridiamo di chi lo fa o di chi ride di chi lo fa, mentre ci preoccupiamo – forse giustamente? – di quanto diventi sempre più pervasiva la tecnologPokemon Goia nelle nostre vite e di quanto tempo passiamo a lavorare gratis per le Over The Top (è quel che si fa quando si usa Facebook o quando si gioca a Pokémon GO, anche se è qualcosa che ci piace fare), ricordiamoci anche che siamo dati nelle mani di grandi compagnie che si contendono il futuro.

Pokémon Go è parte di questa guerra, ed è una mossa sulla scacchiera del mondo interconnesso che pone Google in una posizione molto interessante. Vedremo come (e se) risponderà Facebook. Il primo punta tutto sulla realtà aumentata. Il secondo diceva di voler puntare sulla realtà virtuale: è tutto da dimostrare, se la realtà virtuale possa o meno diventare virale.

Ora catturiamo pure i nostri Pokémon. Ma conoscendo il contesto.

(Alberto Puliafito)

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Facebook, l’algoritmo e le news

[Wolf del lunedì: lettura libera per tutti. Se ti piace, dal martedì al giovedì è riservato agli abbonati]

I fatti noti – Facebook, da qualche tempo, ha un algoritmo che regola il News Feed. Prima si chiamava Edge Rank e si basava fondamentalmente su tre fattori (affinità, “peso” e tempo di decadenza della condivisione). Adesso l’Edge Rank è superato e l’algoritmo, più complesso, tiene in considerazione una serie molto numerosa di fattori di ranking.
L’algoritmo viene cambiato periodicamente: le comunicazioni sulle modifiche più evidenti dell’algoritmo vengono proposte sul sito ufficiale della redazione di Facebook. Uno degli effetti più evidenti dell’algoritmo di Facebook è stata la riduzione della portata organica delle condivisioni.
Vuol dire che se condivido qualcosa su Facebook, questo qualcosa viene mostrato a una percentuale molto bassa dei miei “amici” o “fan”. Se poi questo qualcosa porta fuori da Facebook, in ottemperanza al suo essere un walled garden, la percentuale di persone a cui viene mostrato è ancora più bassa. In questo modo, Facebook ottiene due risultati: il primo è che può gestire a piacimento anche i contenuti sponsorizzati che ti mostra nel tuo feed. Il secondo è che se vuoi mantenere traffico da Facebook sui tuoi siti, puoi fare campagne su Facebook, pagando. Monetizzazione garantita.

Facebook ha anche una sezione che si chiama Trending News. Non è attiva in tutto il mondo, si trova a destra del News Feed, mostra le notizie che sono “trend” (un po’ come i TT di Twitter, per capirci). Sul sito ufficiale di Facebook si spiega come vengono determinate le notizie Trending.

I fatti recenti – Il 9 maggio su Gizmodo è stato pubblicato un articolo dal titolo in cui un ex impiegato di Facebook sostiene che dal Trending News venivano sistematicamente eliminate notizie “vicine” ai conservatori. Successivamente, il Guardian ha pubblicato un documento di 21 pagine che dimostrerebbe la fondatezza della fuga di notizie. Le trending news sono affidate all’intervento umano.Facebook algoritmo polemica scelte editoriali

 

Successivamente, Facebook ha pubblicato una versione più lunga del documento (28 pagine) e un post sul suo sito ufficiale, con una spiegazione dettagliata del funzionamento dei Trending Topics.

Poi il Guardian ha pubblicato anche:

Le due posizioni contrapposte – Facebook sostiene che non censura nulla nulla e che il suo lavoro è effettuato nell’ottica di garantire una miglior esperienza utente. La fetta di mondo che si  interessa alla questione (non vedo un grande dibattito fra persone comuni, più che altro è per addetti ai lavori) critica la società di Palo Alto per la sua mancanza di trasparenza e per le (possibili o reali) manipolazioni.

Le grandi domande dell’umanità e degli addetti ai lavori – Ha senso fare una battaglia per la trasparenza di Facebook? Probabilmente sì, viste le sue dimensioni e il suo carattere sovranazionale, transcontinentale. Ma come deve essere condotta questa battaglia? Da chi? Con quali obiettivi e con quali strumenti? Con quali possibilità di successo? Siamo davvero sicuri che ci sia un dibattito? O ci parliamo addosso fra addetti ai lavori?

Cerchiamo di fare ordine.

Un algoritmo pubblico? – Già nel 2015, con poco seguito ma con idee interessanti, Enrico Bergamini spiegava perché l’algoritmo di Facebook dovrebbe essere pubblico. C’è solo un problema – dal punto di vista di Facebook –: se l’algoritmo di Facebook fosse pubblico, allora Facebook non monetizzerebbe.

Oggi Jeff Jarvis scrive: Facebook needs an editor. Poynter rincara la dose pubblicando un immaginario annuncio per cercare una figura di Public editor per Facebook.

Sul New York Times, Farhah Manjoo scrive:

Facebook è la fonte di notizie più influente al mondo.

Per numero di utenti che controllano il News Feed, dice Manjoo. Per i propri profitti e per lo «tsunami di traffico che manda agli atri siti di news» (su questo punto alzerei la mano e aprirei una lunga parentesi che si chiama walled garden. È il solito discorso: sì, Facebook procura traffico a siti terzi. Sempre meno – per il singolo sito, non globalmente – e sempre più arbitrariamente).

Le trending news non contano niente – Ben Thompson, invece, si è trovato nella scomoda posizione di dover provare a difendere Facebook. Posizione nella quale a tratti mi sento anch’io, mentre scrivo. Anche se penso che la sua convenienza specifica consista non solo nel diventare sempre più impermeabile in uscita e nel trattenerti quanto più possibile al suo interno, ma anche che la naturale conseguenza della sua natura sia il tentativo di diventare interne). Quindi, la questione non è difensivista, ma di analisi. Thompson, che è un bravo analista, scrive in The real problem with Facebook and the news (la traduzione è libera, del sottoscritto):

 «la profonda ironia di questa polemica sta nel fatto che Facebook sta ricevendo una quantità enorme di critiche per la presunta manipolazione di notizie attraverso una squadra di curatori umani che prendono decisioni editoriali, invece di fare affidamento su ciò che si pensava fosse un algoritmo. Ma è l’algoritmo che alimenta il News Feed, con l’obiettivo di massimizzare il coinvolgimento (=engagement) che, probabilmente fa più danni politici di qualsiasi essere umano prevenuto».
Perché? È molto semplice. Perché la parte di Facebook che “conta” davvero, il News Feed, ti confina nei percorsi autoconfermativi (l’idea era già stata esposta da Parisier nel suo celeberrimo Il filtro (La cultura)(*).

 

I conservatori vedono storie conservatrici, i liberali ne vedono di liberali; la via di mezzo è difficile da trovare tanto quanto un modello di business per il giornalismo (le due cose non sono disconnesse).
Le bufale – Non dovrei anche preoccuparmi del fatto che l’altra faccia della medaglia, il News Feed, quello più ambito da tutti, si trasforma in veicolo, in megafono, in amplificatore per decine di idiozie? Per esempio: Le scie chimiche, i no ai vaccini e via discorrendo? Dovrei accettarle come semplice conseguenza della “democratica”? D’altro canto, l’algoritmo di Facebook che consente la diffusione virale (anche nel senso deteriore del termine) di questi contenuti è pensato per massimizzare il coinvolgimento. E quindi non si cura minimamente della loro attendibilità.
In questa sua funzione di ripetitore di qualsiasi tipo di argomentazione, l’algoritmo è stato comunque progettato da esseri umani. Esseri umani che controllano i trend a mano (che non legge quasi nessuno) e che progettano percorsi di scelta automatica che favoriscono la diffusione di contenuti senza alcun riguardo per il merito di questi contenuti ma solamente in base alla quantità di like (o reactions), commenti, condivisioni e tempo speso che portano sulla piattaforma. Già. Tutti fattori dell’algoritmo, no?
La democrazia dell’algoritmo – Arrivati a questo punto, spero che nessuno pensi che io sia un fan di Facebook (o di Google). Figuratevi. Dovessi dire esattamente come la penso, sarei considerato probabilmente un pericoloso eversivo. Il fatto è che, detto proprio francamente, io trovo ingenuo aspettarsi che le grandi compagnie siano trasparenti. Per quale motivo dovrebbero esserlo, senza una legge che provi a imporglielo? E anche di fronte a leggi che lo impongono, le grandi compagnie (nei settori più vari) sono forse trasparenti? Sono forse democratici? O quando Facebook ha deciso arbitrariamente di chiudere i rubinetti della portata per ridurre drasticamente il traffico che porta fuori da sé potevamo già aver un quadro di quel che sarebbe successo?
Facebook e Google – Parlando con alcuni social media manager ho scoperto che c’era anche chi sperava che Facebook concedesse alle pagine di mantenere indistintamente la loro portata organica. E probabilmente ci sono stati anche molti editori a pensarlo. Ma per quale motivo razionale avrebbe dovuto farlo?

In un certo senso, mi piacerebbe pensare che la speranza non fosse vera.

Persino Google, che pure come motore di ricerca deve continuare a funzionare, ha tentato di costruire il suo valle garden: il knowledge graph ne è un esempio, anche piuttosto evidente. Prova a cercare su Google “formazione Juventus” e scoprirai che ti offre già tutte le figurine dei calciatori, senza bisogno di andare fuori. Prova a scrivere “meteo Roma”. Prova a cercare “carattere border collie”. Tutte le risposte immediate che Google ti offre – che, certo, se vogliamo sono anche un miglioramento dell’esperienza utente – sono un modo per tenerti lì.
Chi sperava che Facebook mantenesse la portata organica delle pagine forse si era dimenticato quello che aveva combinato proprio Google ai tempi dell’introduzione di Google Images. Un tempo, le immagini indicizzate su Google e ben posizionate erano un’importante fonte di traffico, soprattutto in termini di visualizzazioni di pagina con le gallery. Poi, Google ha inglobato tutto al suo interno e puoi vedere le immagini senza mai andare altrove. Devi volerlo di andare altrove. Vogliamo andare a riprendere i dati di quei giorni e commentare i clamorosi cali di traffico organico?

E allora diciamolo chiaramente: sperare che Facebook non chiudesse i rubinetti della portata organica delle nostre condivisioni era pura utopia.

Lo ripeto a costo di diventare noioso: non è che a Google siano “i buoni”. Il fatto è che mentre Facebook è una consolle, una piattaforma di intrattenimento (e al massimo di promozione), Google è un motore di ricerca. Entrambi devono continuare a funzionare.

Semplifico.
Facebook deve continuare a intrattenerti: hai mai sentito parlare di una piattaforma di intrattenimento che voglia che tu ad un certo punto smetta di usarla? No, vero? Ecco. Appunto. Facebook deve continuare a intrattenermi altrimenti io vado a usare qualcos’altro. E la minaccia fantasma si avvicina: Snapchat non è ancora numericamente credibile, come avversario, ma le condivisioni personali su Facebook stanno diminuendo percentualmente (si veda, in merito, l’interessante approfondimento di Andrea Signorelli, riservato agli abbonati di Wolf). Perché mai Facebook investirebbe nell’esperienza più immersiva che esista, come la realtà virtuale? La realtà virtuale è l’unica cosa che ti tiene lì dentro e non puoi fare altro: Facebook, oggi, lo puoi anche usare al lavoro. Gli Oculus Rift no. Zuckerberg lo sa ed è per questo che alla presentazione degli occhiali per la realtà virtuale, con tutti i giornalisti e i loro moderni paraocchi, è proprio Zuckerberg l’unico che sorride. Zuckerberg è un credibile inventore dell’Infinite jest(*), e mi spiace molto che David Foster Wallace si sia ammazzato prima di vederlo pienamente in azione.

Google, invece – il motore di ricerca – deve continuare a offrire risultati di ricerca pertinenti, altrimenti io comincio a usare Bing. Google deve difendere il proprio monopolio di fatto.
Anche Medium, il cui fondatore cerca in ogni modo di convincerti a lasciare il tuo blog personale per sbarcare sull’ennesima piattaforma di promozione di contenuti, ha la medesima convenienza specifica di Facebook: tenerti lì. Con ogni mezzo. Anche con gli Instant Articles, per esempio.

Gli Instant Articles – 
Non sono la panacea di tutti i mali. Anzi, sono un modo per consegnarsi mani e piedi a Facebook, che così potrà essere supportato anche dai nostri contenuti più pregiati nella sua missione di tenere gli utenti al proprio interno.
E poi, se prima li premia algoritmicamente, poi vorrà che tu pianifichi una campagna per mantenere lo stesso traffico che ti ha portato.
Il tutto, mentre un lettore sarà sempre meno incentivato a esplorare il tuo sito.

La versione di Zuckerberg – Il CEO di Facebook crede nella sua missione e in questa storia di connettere tutti. Lo ripeterà allo sfinimento, anche quando non avrà più senso ripeterlo. Quindi è del tutto inutile analizzare la sua posizione. Bisogna prendere atto che queste parole zuccherine alla We are the world (roba talmente anacronistica da far rabbrividire) saranno il massimo che Zuckerberg farà. E dietro a queste parole si nasconde tutto il resto.

D’altra parte, perché Facebook dovrebbe farsi inchiodare alle proprie responsabilità? Perché dovrebbe accettare di avere un Public Editor? E se anche lo avesse, perché dovrei credergli?

Dimentichiamo? – Io farei una bella cosa. Mi dimenticherei del connubio Facebook-giornalismo e comincerei a pensare al giornalismo social in un altro modo. E già che ci siamo anche il giornalismo SEO.

I servizi di reti sociali virtuali (aka social network, aka social media) sono piattaforme di promozione. La SEO è uno strumento di promozione. Il fatto che incidentalmente possano sembrare anche distributivi è, ormai, un corollario.

E allora la battaglia? – Se siamo giornalisti, facciamola per informare e per guidare i nostri pubblici alla comprensione delle reali funzioni di Google, Facebook e simili. Informare tocca a noi, non a Facebook.

(AP)

(*) Nota di trasparenza: i link rimandano al programma di affiliazione Amazon, che su Wolf utilizziamo occasionalmente. Se clicchi e compri, per te non cambia nulla. A noi arriva una piccola percentuale.