Citizen journalism

Il giornalismo dei lettori

Il citizen journalism, o giornalismo partecipativo, è una forma di giornalismo che prevede una partecipazione attiva da parte dei lettori.

Secondo Sergio Luciano su Italia Oggi, il caso del tizio con il fucile a Roma sarebbe un caso che dimostra che con il “giornalismo dei cittadini” bisogna andarci cauti. E, giò che ci siamo, per parlare dei problemi del giornalismo su internet, come se il problema fosse il mezzo distributivo e non una questione a monte, che riguarda il modello di business scelto e l’approccio culturale.

Ma, tanto per cominciare, a me sembra che con il giornalismo partecipativo, quel caso non abbia proprio nulla a che vedere.

Riassumiamo i fatti:
– telecamere di sorveglianza riprendono in stazione un uomo con un fucile
– la stazione viene chiusa, si dirama l’allarme
– la macchina del giornalismo mainstream (altro che citizen) si mette in moto
– 15 ore dopo si scopre che era un padre che aveva comprato un fucile giocattolo per il figlio.

Su Twitter, illustri testate giornalistiche nostrane davano il meglio di loro associando l’hashtag #Termini (che era fra i trending topic) all’hashtag #terrorismo, non solo durante la diffusione della notizia, ma anche dopo, dimostrando, nella migliore delle ipotesi che (generalizzo):
a) i social media, in Italia, si usano solo per acchiappar lettori col clickbait
oppure che
b) i social media, in Italia, non sono affidati a professionisti con competenze giornalistiche e con esperienza ma a profili “junior”
oppure che
c) gli hashtag non li abbiamo ancora capiti bene.
Oppure tutte e tre le cose insieme.

Anche il Segretario Nazionale dell’Odg usava l’hashtag #terrorismo.

In tutto questo, però, Luciano preferisce prendersela col web, ne approfitta per elogiare il paywall del Corriere della sera e per dire “no grazie” a una cosa che – nessuno si offenda – non ha capito bene. Non è colpa dei cittadini che informano, se i giornali pubblicano testimonianze affannate, tweet e tutto quanto possa essere utile per cavalcare una breaking news da scrivere con tantissimi +++++.

È colpa del giornalismo che cavalca – lo ripeteremo all’infinito – il modello della ricerca del traffico ad ogni costo invece di pensare a fare bene.

Tutto sommato, il titolo di Luciano si potrebbe anche salvare. Basterebbe togliere le parole “dei lettori”.

Diventerebbe così: «Occhio al giornalismo perché racconta troppe balle».

Qualche tempo fa, Sergio Luciano aveva scritto un editoriale dal titolo: Le notizie false sono meglio di quelle vere per i social. Anche in quel caso, qualcosa non andava.

Paywall poroso

Finestra anonima

Che cos’è un paywall poroso? Si chiama così un paywall che consente alcune vie per “aggirarlo”. Come quello del Financial Times, per esempio.

Un modo per leggerne i pezzi senza abbonarsi? Molto semplice. Il paywall del FT è tale per cui i lettori di provenienza organica (cioè, da Google o altri motori di ricerca, per capirci), dovrebbe essere consentito l’accesso ai contenuti. Per massima sicurezza si può provare da finestra anonima.

Finestra anonima

La finestra anonima si attiva così: File –> nuova finestra privata (Safari)
File –> nuova finestra anonima (Firefox)
Menù –> Nuova finestra di navigazione in incognito (Chrome)

Poi si va su Google (o si digita direttamente nella barra di ricerca, ormai si può), cerca il titolo del pezzo (e come si fa a conoscerlo? Per esempio, attraverso i post-it di Datamediahub, che dal martedì al giovedì sono riservati agli abbonati a Wolf. Se si segue il link, appare oscurato, almeno parzialmente, sotto alla finestra delle formule di abbonamento).

Titolo ft

Si clicca sul primo risultato di ricerca. Diciamo che se la testata in questione ha un minimo di struttura ottimizzata secondo i dettami Seo, il pezzo sarà il primo. Se no, no. Spero che il FT abbia un bravo Seo. In effetti è così, come vedi.

titolo del pezzo

Voilà, ecco il pezzo.

pezzo financial times

Qualcuno potrebbe dire: ma come? Proprio tu che hai una serie di progetti a pagamento spieghi come si aggirano?
Sì. Certo. Perché il target del Financial Times non è costituito da chi non vuole pagarlo (altrimenti avrebbero fatto un paywall non poroso). Così come il nostro target.

La “pirateria” non si sconfigge facendo finta che non esistano modi per diffondere i contenuti a pagamento. Sappiamo bene che le mail di Wolf si possono inoltrare a terzi. Ma, se ci abbiamo visto giusto, non conviene a nessuno: non conviene a noi, certo, ma non conviene nemmeno ai lettori cui piace il nostro servizio, perché lo renderebbero insostenibile.

Allo stesso modo, il paywall del Financial Times è strutturato così perché se poi avanzi nella navigazione, se clicchi, ti arriva l’invito a pagare.

paywall financial times

Se quel servizio ti servirà, se vorrai leggerli tutti, pagherai. Per sostenerli o per pigrizia, ma pagherai.

Wolf è uscito

Wolf Obiettivo Raggiunto

Wolf c’è.

Sì, il sito è in beta, evidentemente. È tutto da costruire. Ma abbiamo tre certezze.

La prima: il crowdfunding è andato benissimo, con l’obiettivo minimo addirittura superato.
La seconda: esiste una comunità di riferimento interessata ai temi che trattiamo. Una comunità che, per il momento, è di 137 persone, che ci hanno concesso fiducia e che hanno dato vita a un vero e proprio Crowd-Loving (cit. Pier Luca Santoro).
La terza: questo è solo l’inizio. Abbiamo una grossa responsabilità nei confronti di tutti coloro che ci hanno sostenuti e vogliamo fare molto di più.

A breve online:
– landing page per chi vuole abbonarsi (da oggi a prezzo pieno)
– pagina “chi siamo” (per il momento accontentatevi delle pagine di Datamediahub e Slow News)

Fra qualche tempo online:
– forum per gli abbonati
– altre funzionalità