Discovery Oligopoly: l’oligopolio della scoperta

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Che cos’è l’oligopolio della scoperta (discovery oligopoly)? Forse rende peggio in italiano, ma ho preferito mantenere la traduzione letterale, perché si è parlato tanto di contenuto libero di raggiungere le persone, di persone che possono scoprire questi contenuti e invece la realtà – che è sotto gli occhi di tutti – è che questa liberazione dei contenuti e la conseguente loro scoperta è nelle mani di un gruppo di monopolisti.

Lo spiega molto bene Michael Wolf: una manciata di piattaforme digitali controllano ciascun passo del viaggio del consumatore. Dalla visibilità dei contenuti preferiti alla ricerca, dai risultati correlati e curati alle promozioni sui contenuti,dagli annunci sponsorizzati alla fruizione su piattaforme proprietarie.

Sono Google, Facebook, Amazon, Apple, Microsoft (piattaforme USA espanse in tutto il mondo occidnentale) e Alibaba, Baidu e Tencent, QQ e (per il mercato cinese). Queste strane sette sorelle detengono un oligopolio di fatto del viaggio del consumatore, dall’accesso alla scoperta al consumo.

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Ecco perché, se il 2017 sarà, per forza di cose, l’anno della convivenza con questo oligopolio (tocca imparare a conviverci e forse non è troppo tardi per farlo), il 2018 dovrà per forza di cose essere l’anno dell’exit strategy (o almeno della pianificazione, prima che sia troppo tardi per farlo). Che pure non è sufficiente, da sola, a sistemare le cose (non può esserlo, in un regime di oligopolio).

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deeds

Mettendo insieme una serie di considerazioni proposte ai lettori di Wolf, mi sono inventato la DeedS.

Deed è una parola inglese che, letteralmente, significa «azione compiuta intenzionalmente, scientemente». Ma anche “azione nobile o coraggiosa”.

È una parola che mi piace molto. Ed è anche un acronimo perfetto per quello che mi sembra essere l’approccio più corretto al digitale. Deeds è un acronimo che sta per Digital Entry, Exit and Detox Strategy

Non ha senso parlare di detox digitale o di exit strategy se non si parla anche di alfabetizzazione al digitale e di comprensione del digitale come elemento del reale. Di come essere digitali da esseri digitali. Di come esserci. Non ha senso disintossicarsi se non si prende coscienza del fatto che digitale è reale. Ma non ha nemmeno senso parlare di realtà del digitale senza essere consapevoli delle patologie che comporta (per esempio, il FOMO, fear-of-missing-out), che esistono e sono peculiari. La Deeds funziona sia per le persone sia per le aziende (la cui presenza nel digitale è spesso affidata a improvvisazioni o – peggio – a venditori di fuffa), che devono trovare la loro strada per essere, esistere anche nel digitale, cercando di sfruttare le aperture che lasciano, giocoforza, gli oligopolisti (è la loro convenienza specifica).

Prendere coscienza dell’oligopolio è un primo passo per capire l’ecosistema nel quale viviamo e operiamo. Applicare le azioni della DeedS, cioè capire come essere digitali, come uscire dall’oligopolio, come disintossicarsi dagli elementi tossici (come le breaking news, per esempio, o il flusso continuo dei social) e agire di conseguenza dovrebbe essere alla base di una strategia chiara e sana per le proprie attività (e anche per la propria vita).

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Su Wolf. 96

Wolf 96

E se Facebook decide di trasformarsi in AdBlocker? Sta davvero succedendo? In che modo?
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La donazione di Zuckerberg e il giornalismo

Sulla donazione di Zuckerberg alla CRI si è letto tutto e il contrario di tutto.

PrimaSu Repubblica, prima avevano scritto il pezzo che si legge qui sopra.

Poi, forse la mattina dopo o forse a tarda notte, hanno aggiunto il pezzo che ho evidenziato (senza alcuna avvertenza per il lettore, e dopo che l’articolo era già stato diffuso parecchio).

Dopo

Le considerazioni sull’utilità o meno della donazione di Zuckerberg le ho riservate a un lungo pezzo in cui si parla di Punteruolo rosso, Peter Thiel e modelli di business (numero 94 di Wolf). Tre punti, però, vale la pena di metterli qui:

donare in advertising alla CRI non ha nulla a che vedere con il terremoto del centro Italia (qualsiasi uso possa farne la CRI, sarà sul medio lungo periodo. La CRI non si occupa della ricostruzione. Se attiverà delle campagne che porteranno donazioni, al limite saranno utilizzate in futuro. E sempre se queste campagne avranno successo)
donare in advertising alla CRI è un atto di enorme cinismo, perfettamente coerente con il walled garden in cui si sta trasformando Facebook (Zuckerberg non fa niente che non rimanga dentro Facebook. Nemmeno le donazioni, evidentemente)
donare in advertising alla CRI non ha nulla a che vedere con il creare valore

C’è chi pensa che sia un’enorme opportunità. Sono opinioni, chiaramente. La mia è che un multimiliardario della Silicon Valley che voglia fare del bene potrebbe impegnarsi – facendo anche i soldi, quindi ottenendo profitto – in un’operazione di messa in sicurezza dei territori. Questo creerebbe valore. Non l’advertising su Facebook della CRI.

Quanto al pezzo su Repubblica, l’aggiunta dell’inciso – totalmente acritico – sul tema, aggiunto così, senza colpo ferire, dimostra che il giornalismo italiano ha un enorme problema con la Silicon Valley (in questo è in ottima compagnia, niente paura). E ha un problema anche con i propri lettori, cui, a parole, dice di voler dare un servizio. Ai quali chiede fiducia. Ai quali, però, poi, non evidenzia un’importante correzione e aggiunta ad un pezzo.

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(AP)

Come aumentare la reach su Facebook: le pagine verticali

Alcune delle pagine verticali aperte da Buzzfeed su Facebook
Alcune delle pagine verticali aperte da Buzzfeed su Facebook

C’è un solo modo, ora come ora, di fare engagement seriamente e di aggirare le progressive chiusure di rubinetti della “reach” (la portata delle proprie condivisioni) che seguono ad ogni cambio dell’algoritmo di Facebook.

Il modo è puntare sulle verticalità.

Il modello è chiaro ed è quello dei pubblici di nicchia. Bisogna aprire/gestire pagine verticali, fortemente tematiche, il cui pubblico sia facilmente individuabile e che sia facile da servire con contenuti di qualità, pertinenti e ad alto tasso di partecipazione e coinvolgimento.

Inseguire il generalismo è assolutamente controproducente sulle piattaforme come Facebook – come altrove – e genera “mostri” di pagine che si occupano di tutto e che mostrano tutta la loro schizofrenia soprattutto quando, per massimizzare l’engagement si devono mescolare contenuti bassi o bassissimi a contenuti che parlano di tragedie, con il risultato di disorientare il pubblico e di beccarsi tonnellate di insulti che peggiorano il percepito della pagina generalista stessa.

Probabilmente, oggi non si può più essere generalisti. E se da un lato i generalisti dovrebbero pensarci, dall’altro chi ha idee nuove dovrebbe iniziare da subito a puntare su un tema preciso e un altrettanto preciso pubblico di nicchia di riferimento.

Altre "verticalità" di Buzzfeed su Facebook
Altre “verticalità” di Buzzfeed su Facebook

Il tutto va fatto seguendo la solita regola dell’economia delle soluzioni parziali (diversificare le fonti di traffico e di introito), utilizzando una profonda conoscenza della convenienza specifica di tutti i servizi e le tecniche di promozione che si possono utilizzare per i propri contenuti (SEO, social e via dicendo) e, nel frattempo, costruendosi il proprio “stadio di proprietà” (si veda in merito l’apposita analisi riservata agli abbonati di Wolf).

Non è solamente una costruzione teorica. Lo fanno quelli che puntano veramente sull’innovazione coerente con la propria missione editoriale e i propri contenuti. Basta cercare su Facebook quante pagine verticali ha aperto Buzzfeed per convincersene. La stessa cosa è alla portata di qualsiasi publisher. Meglio ancora se ha già delle tematiche verticali pronte.

Ma perché una pagina verticale consente di aumentare il coinvolgimento? La risposta è più semplice di quanto si possa pensare e ha a che fare con due grandi cavalli di battaglia del modello di business di Wolf.

Che sono i contenuti e le persone.

È una novità?

Ma certo che no. Il potere della verticalità e della nicchia dovrebbe essere una cosa ormai arcinota ed introiettata. E invece non è così.

La verticalità è importante nell’editoria, per esempio.

Da anni Robin Good “predica” l’importanza delle nicchie (in questa serie di slide illustra alcuni esempi di siti italiani che intercettano “problemi” di nicchia).

Ma perché contenuti di nicchia per persone limitate dovrebbero essere meglio di contenuti che parlano a tutti?

Per un sacco di motivi. Primo: come fai, oggi, in un universo di sovraccarico informativo, a parlare a tutti? È praticamente impossibile.
Secondo: il pubblico generalista non esiste. Esistono tanti pubblici, ciascuno con interessi specifici. Se sei molto esperto di un determinato tema, ti sarà facile offrire ad un pubblico specifico i contenuti che vuole.
Terzo: essere generalisti, di solito, ha a che fare con un modello di business che si basa solo su metriche quantitative (vendere tanto, fare tanti click) per soddisfare il mercato dell’advertising. Ma è davvero giunto il momento di guardare oltre.
Quarto: essere riconosciuti come esperti in un determinato settore è molto importante perché consente di costruire intorno a sé un pubblico di persone che si fidano. E si fidano grazie ai contenuti di qualità che hanno ricevuto da noi.

Insomma: la nicchia fa bene. La verticalità anche. Persino su una piattaforma come Facebook, dove si potrebbe avere la tentazione di voler parlare proprio a tutti.

Tutto questo ha anche un corollario – che pure è intrinseco nel loop offerta di buoni contenuti-interazione con le persone interessate a quei contenuti – che dovrebbe essere ovvio: permette di “bucare” l’algoritmo di Facebook e di continuare a ottenere buoni risultati in termini di interazione.

Chiaramente non basta: l’algoritmo bisogna conoscerlo e sfruttarlo al meglio. Ma di sicuro il lavoro per contenuti e pubblici verticali è un logico punto di partenza.



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Gawker chiude: ucciso dalla guerra fredda della Silicon Valley

Gawker chiude - Peter Thiel ha vinto la sua battaglia
L’immagine su Gawker.com che accompagna il pezzo di commiato del fondatore, Nick Denton.

 

Si dice, nella tradizione popolare, che in punto di morte, il malato abbia qualche sussulto di lucidità: è una di quelle cose che dicono le vedove o i figli che hanno seguito i loro genitori al loro capezzale. È impossibile dire se sia una percezione di chi osserva o se sia un fenomeno scientificamente provato.

Bene, nella notte fra il 22 e il 23 agosto (esattamente fra le dieci e le undici ora italiana), connettersi a Gawker.com e osservare quel che succedeva era un po’ come assistere a quegli ultimi istanti di lucidità di un malato terminale. Solo che gli ultimi sussulti di Gawker non sono stati rantoli sommessi, riflessi involontari o vocalizzazioni incomprensibili. La morte di Gawker è stata accompagnata, come in un trapasso medicalmente assistito, da una serie di pezzi lucidi, testimonianze che,se lette con attenzione, aiutano a capire una delle dinamiche più importanti di questo inizio secolo: la guerra fredda della Silicon Valley. Anche questa, come tutte le guerre fredde, si combatte su più fronti. Uno di questi fronti vede alcuni esponenti della Silicon Valley combattere contro (o con) i media. E Gawker.com è la prima vittima di questa guerra. Già: Gawker.com non è stato accompagnato alla morte perché malato. Gawker.com è stato ucciso.

abbonati a wolfIeri sera, mentre osservavo questa morte in diretta e ne scrivevo per Wolf, in uno dei numeri riservati agli abbonati, non ho resistito e ho scritto anche una mail a Tom Scocca, Executive Features Editor di Gawker Media.

Erano le 22.41 ora italiana. La mia mail diceva, semplicemente:

«Ciao Tom, sono un giornalista italiano. Ho appena finito di leggere il tuo pezzo “Gawker Was Murdered by Gaslight” e ti scrivo per chiederti se saresti disponibile per una breve intervista sulla triste sorte di Gawker e sulla battaglia di Peter Thiel contro Gawker» .

Ho scritto a Scocca anche su Twitter e ho aspettato.

Alle 23.29, quando era già stato pubblicato anche il commiato del fondatore di Gawker, Nick Denton, mi arriva una risposta di una riga:

«Grazie per avermi scritto. Non so cos’altro ho da aggiungere, in realtà, ma di cosa volevi parlare?».

Stupito della gentilezza e dalla velocità, cose alle quali in Italia siamo poco abituati, mi sono messo a buttare giù qualche domanda e alla fine, esattamente un’ora dopo, inviavo il tutto a Tom. Alle 4.23 ricevevo tutte le risposte.

Ora è il momento di mettere insieme i pezzi e di raccontare tutta la storia. Una storia in cui non è il caso di santificare martiri o glorificare eroi – anche se tutte le guerre ne hanno –, ma bisogna chiamare le cose col loro nome. Questa, lo abbiamo detto, è una storia di guerra. E il campo di battaglia non è solo internet, o l’informazione, o la Silicon Valley. Il campo di battaglia è il mondo.

Cos’è Gawker? – Gawker nasce nel mese di dicembre del 2002, fondato da Nick Denton (ex collaboratore del Financial Times) e da Elizabeth Spiers. Per sua stessa natura, diventa pIl logo di Gawkerresto un sito molto popolare. Si auto-definisce «La fonte quotidiana di notizie e gossip sui media a Manhattan». Si occupa, in buona sostanza, di cose che interessano una certa sovrabbondante massa di pubblico: notizie pruriginose che riguardano le celebrità. Ma anche notizie che provengono da lavoratori del mondo dei media, inviate anonimamente alla redazione. Critiche al mainstream giornalistico, storie su New York, gossip sulle celebrità e sugli imprenditori della Silicon Valley, gaffe, errori, leak o reportage realizzati indipendentemente sono al centro del lavoro di Gawker, che diventa il sito di punta di Gawker Media – una media company con sede alle Caiman, come ha appreso Quentin Tarantino quando avrebbe voluto far causa alla società per aver diffuso la sceneggiatura di Hateful Eight (e come fa notare Fortune, che ironizza sul fatto che il fondatore di Gawker ha spesso bacchettato le tecniche “bizantine” delle varie società della Silicon Valley per poi usarle allo stesso modo, almeno in apparenza, per il controllo societario. In una guerra non ci sono bianchi e neri: i grigi sono importanti. Tutta la storia di Fortune su Gawker è qui, ed è già stata emendata almeno un paio di volte, come chiarifica la nota conclusiva. Ma questa è un’altra storia).

Nel 2015 Gawker fa una svolta e comincia a dedicarsi di più anche alla politica. Sembra quasi una specie di tentativo di ripulirsi nell’immaginario collettivo, dopo che in molti hanno biasimato alcune scelte del sito. Eppure molti che fanno carriera a Gawker provengono da giornali illustri o finiscono per andare a lavorarci, dimostrando come il sito sia una formidabile palestra. Questi i siti nella galassia Gawker Media: Deadspin, Gizmodo, Jalopnik, Jezebel, Kotaku, Lifehackers (tutti e sei venduti a Univision) e, appunto, Gawker.com, chiuso da oggi, 23 agosto 2016.

Perché Gawker.com ha chiuso? Perché la Gawker Media è fallita, ha dovuto mettere tutti i siti in vendita, è stata acquisita da Univision e l’acquirente ha deciso di non aggiornare mai più il sito-bandiera.

Fin qui nulla di strano: sappiamo che, soprattutto nel mondo digitale, le società falliscono facilmente. Ma la Gawker Media era in buona salute finanziaria e, secondo le stime di Business Insider, valeva 250 milioni di dollari. Aveva avuto – come tutte le pubblicazioni – un po’ di rogne legali. Per molti aveva spesso “passato il segno” (qualunque cosa questo significhi) violando la privacy di questa o quella personalità, infastidendo questo o quel personaggio famoso. Lo stile di Gawker era duro, senza compromessi, per molti intollerabile: probabilmente in un paese dalla querela facile come l’Italia sarebbe morto presto o forse, semplicemente, non sarebbe mai nato. Spesso, fra i commenti e i commentatori di questa vicenda si legge una teoria secondo la quale a Gawker se la sono andata a cercare.

Su Politico hanno pubblicato un elenco delle ultime dieci cause intentare a Gawker.

Scaramucce, in confronto all’attacco frontale subito dalla compagnia newyorkese ad opera di un personaggio famoso anche in Italia: Terry Bollea, meglio noto come Hulk Hogan.

Hulk Hogan vs Gawker
Hulk Hogan in un’immagine del 2005, di pubblico dominio, tratta da Wikipedia

Hogan contro Gawker – Cosa c’entra l’ex wrestler dal biondo baffone con questa storia? Semplice. Nel 2006 Hulk Hogan ha un rapporto sessuale con Heather Clem (all’epoca moglie di Bubba the Love Sponge, dj radiofonico). L’amplesso fra i due viene filmato e messo su dvd dal marito di Heather Clem (il quale, secondo Hogan, era consenziente al fatto che i due si unissero carnalmente)

Nel 2012, una copia in dvd dell’amplesso arriva in redazione a Gawker da fonte anonima. Il 4 ottobre del 2012, il direttore di Gawker dell’epoca, AJ Daulerio, pubblica un articolo descrittivo del video: praticamente un saggio. Ad accompagnare l’articolo, veniva incorporato un video montato di circa 2 minuti, estratti dalla mezz’ora del filmato integrale. Di quei 2 minuti, circa 10 secondi erano di sesso esplicito. Il resto, chiacchiere fra i due.

Uno screenshot che si trova su Google Images dal sex tape, rende l'idea della qualità del video e dell'inquadratura (fissa).
Uno screenshot che si trova su Google Images dal sex tape, rende l’idea della qualità del video e dell’inquadratura.

Lo stesso anno Hulk Hogan fa causa a Gawker. Prima  passa da una corte federale per ottenere un’ingiunzione di rimozione. Ma la richiesta viene respinta dal giudice James Whittemore, citando il Primo emendamento (ecco il documento ufficiale, in cui si parla del fatto che svariate immagini del video erano state già diffuse da altri media). Sconfitto ma non domo, Hogan si rivolge al tribunale della Florida. Qui ottiene una prima soddisfazione. Il giudice Pamela Campbell decide di ingiungere a Gawker di rimuovere il video e il pezzo. Gawker rimuove solamente il video, lascia online l’articolo, spiega il perché e linka un sito che ospita il video in questione.

L'istanza di rimozione di video e articolo da parte del giudice Pamela Campbell

La corte d’appello della Florida, però, accoglie l’appello di Gawker media e rigetta l’ingiunzione di rimozione del giudice, sostenendo che la pubblicazione del video era protetta dal Primo emendamento.

Schermata 2016-08-23 alle 22.34.37Nonostante questo, si va a processo, con il giudice Campbell che esercita tutte le azioni in suo potere per far sì che ciò accada.

Arriviamo così al 2016 e alle due settimane di processo, durante il quale Campbell prende una decisione piuttosto curiosa relativamente al filmato pubblicato da Gawker. Me lo faccio spiegare direttamente da Tom Scocca mi ha spiegato, chiedendogli chiarimenti a proposito di una frase del suo ultimo articolo per Gawker.com

A.P.: Hai scritto che «il giudice si è rifiutato di consentire che il materiale pubblicato venisse giudicato pubblicamente dalla corte». Puoi spiegarmi cosa significa?

T.S.: Anche se le critiche a Gawker che sono state diffuse sono molto ampie, l’unica cosa per la quale Hogan ha citato in giudizio Gawker era il breve estratto del sex tape – sfocato, lungo meno di due minuti e con circa nove secondi di rapporto sessuale – che Gawker aveva pubblicato.

Gran parte della discussione verteva sul fatto che Gawker aveva «pubblicato il sex tape di Hulk Hogan», come se avessimo uploadato l’intero video, invece di averne montato un breve frammento illustrativo per accompagnare un saggio sul video stesso. La questione, per il processo, era capire se fosse lecito aver pubblicato questo materiale (che altri tribunali avevano ritenuto notiziabile).

Ma il giudice, di fatto, ha deciso a priori che il video fosse così offensivo e inerente il privato [di Hogan] da poter essere mostrato alla giuria solo se tutto il pubblico avesse prima lasciato l’aula del tribunale.

Così, le due settimane del processo si sono svolte con la giuria che si sentiva dire quanto fosse terribile il video, senza averlo visto fino alla fine del dibattimento, quando è stato dato loro un DVD per vederlo in sede di delibera.

Il verdetto – Dopo le due settimane di processo, il 18 marzo 2016 la giuria ha deciso che Hulk Hogan aveva ragione e che doveva ricevere 115 milioni di dollari (di cui 55 per risarcimento danni e 60 per lo stress emotivo).
Robin Klein - Own work This image shows the inscription of the First Amendment to the U.S. Constitution (15th December, 1791) in front of Independence Hall in Philadelphia, Pennsylvania, United States of America.
Robin Klein – Immagine (tratta da Wikipedia, rilasciata sotto CC BY-SA 3.0) che mostra l’iscrizione del Primo Emendamento della costituzione degli Stati Uniti d’America (15 dicembre 1791) di fronte all’Independence Hall di Philadelphia, Pennsylvania, U.S.A.

 

Una cifra notevole, che metterebbe in ginocchio chiunque. E infatti mette in ginocchio Gawker. Che però annuncia l’intenzione di ricorrere in appello. Nonostante questo, si deve ricorrere alla bancarotta e vendere. Mi faccio spiegare anche questo passaggio da Scocca.

A.P.: «Probabilmente è perché non so esattamente come funzioni in USA, ma non ho capito cos’è successo all’appello. Può essere rigettato dal giudice del processo in qualche modo? Il verdetto è immediatamente esecutivo?»

T.S.: «Questo caso è stato insolito per l’ammontare della somma stabilita in sede di giudizio: così ampia da mettere la società [Gawker Media] immediatamente fuori dal mercato. E lo stato della Florida è insolito, negli USA, perché richiede che un imputato civile versi una parte dell’intera somma (fino a 50 milioni di dollari), prima che possa ricorrere in appello.
Il giudice del processo originale non ha il potere ufficiale di respingere il ricorso. Ma in questo caso, al di là di ricorrere in appello rispetto alla decisione del processo, Gawker Media stava anche provando ad appellarsi alla dimensione del verdetto, sulla base del fatto che era così grande che avrebbe interferito con la nostra capacità di sopravvivere abbastanza a lungo per presentare l’appello generale.

Per presentare questo appello d’emergenza, ci serviva che il giudice del processo accettasse di sospendere temporaneamente il giudizio, in modo che Hulk Hogan non potesse svuotare i nostri conti mentre chiedevamo alla corte d’appello di impedire ad Hulk Hogan di svuotare i nostri conti. 

Il giudice del processo ha il potere di rifiutare questa richiesta e così ha fatto, cosa che ha costretto la società a dichiarare subito il fallimento.

Dopo che il fallimento si è concluso e la vendita dei beni di Gawker media a Univision si è completata, al guscio vuoto della società sarà quindi consentito di proseguire con l’appello ad un tribunale superiore.

Ma più che una vittoria, nel caso, ciò che accadrebbe sarebbe un incremento della rendita degli azionisti quando la società si scioglierà per sempre».
Un pezzo del Tampa Bay Times che parla del giudice Pamela Campbell

Il giudice – Il giudice protagonista di questo processo, come dicevamo, è Pamela Campbell, nominata nel sesto circuito giudicante della corte della Florida dall’ex governatore Jeb Bush il 27 settembre 2007, poi rieletta senza opposizione nel 2014 (il mandato scade il 4 gennaio 2021). Su Tampa Bay Times, giornale che, orgogliosamente riporta, sotto la testata, “vincitore di 12 premi Pulitzer”, c’è un articolo in cui si parla di questo caso, del fatto che Nick Denton ha annunciato che Gawker ricorrerà in appello e del fatto che il giudice Campbell si è vista annullare in appello ben 22 verdetti negli ultimi quattro anni (in tutti e 22 casi per errori del giudice, secondo la corte d’appello). Circa sei volte la media dei suoi colleghi di Pinellas County nel medesimo periodo. Questo non significa nulla di per sé, chiaramente. È solo un (interessante) dato numerico.

Su Death and Taxes non ci vanno leggeri, descrivendo il giudice Campbell. Il pezzo comincia così: «Pamela Campbell è il motivo per cui tutti, in questa nazione, hanno bisogno del Primo Emendamento» [Il Primo Emendamento recita: «Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti», ndr].

Certo: si potrebbe semplicemente dire che qualcuno non ama l’azione del giudice nei confronti dei media in generale e di Gawker in particolare, da questi pezzi. E ancora non siamo entrati nel vivo della questione.

Cioè: cosa diavolo c’entra la Silicon Valley? A parte il fatto che Gawker se ne occupava, ovviamente. Perché è da qui che bisogna partire.

Peter Thiel
Peter Thiel, Berlino, Germania, 19 Marzo 2014, Hy! Summit – Foto di Dan Taylor. www.heisenbergmedia.com – CC BY-SA 2.0 (modificata con un crop verticale)

Peter Thiel contro Gawker  Il 19 dicembre del 2007, un anno dopo l’amplesso filmato fra Hulk Hogan e Heather Clem e nove anni prima dei fatti che stiamo raccontando, su Gawker.com appare un pezzo che avrebbe decretato la rovina della media company. Il pezzo si intitolava Peter Thiel is totally gay, People. Un outing nel titolo, un pezzo che parla (forse in maniera furba, ma comunque convincente) del fatto che i venture capitalist, in genere, sono uomini bianchi eterosessuali. E dell’ipocrita finta apertura mentale della California che conta.
Thiel è, per la cronaca, uno dei tre co-fondatori di PayPal. Non un venture capitalist qualunque. Attualmente siede anche nel board di Facebook, di cui è stato il primo investitore esterno. Nel suo curriculum c’è di tutto: dalla produzione del film-commedia “Thank you for smoking” alla filantropia, dalla scrittura di saggi in cui si sostiene che libertà e democrazia non sono compatibili (!) all’attività politica: è uno dei delegati di Donald Trump. E nella convention repubblicana ha detti di essere «orgoglioso di essere gay». Ma evidentemente quel pezzo del 2007 non gli è andato giù: il 19 dicembre del 2007 ha giurato tremenda vendetta contro Gawker e ha deciso di distruggerlo.

Il 24 maggio 2016 Forbes fa uno scoop sul tema e rivela che Thiel sta finanziando segretamente la causa di Hogan contro Gawker. Il miliardario non commenta. Ma il giorno dopo , il 25 maggio 2016, Thiel conferma tutto in un’intervista al New York Times. 10 milioni di dollari spesi contro l’odiato sito: «una delle cose più filantropiche che ho fatto», dice Thiel. La cosa è di per se sconvolgente, a pensarci bene.

E secondo Thiel tutto sarebbe stato fatto in nome della privacy. Un concetto che il miliardario ha ribadito anche in un pezzo d’opinione che gli è stato pubblicato ancora una volta sul New York Times.

A.P.: «La privacy è solo un pretesto per Thiel? Quali sono, secondo te, le vere ragioni della sua battaglia contro Gawker?»

T.S.: «Chiaramente è solo un pretesto. Fra i suoi investimenti in Facebook e il suo lancio di Palantir, gli affari principali di Thiel violano la privacy in una scala che fino a qualche tempo fa era inimmaginabile.

Il sostenitore del disegno di legge sul “revenge porn”, che ha citato nel suo articolo del New York Times, ha detto in seguito che Thiel non aveva mai manifestato alcun interesse o sostegno per tale disegno di legge prima di iniziare il suo attacco a Gawker».

La vera ragione, come Thiel non ha potuto esimersi dallo scrivere nel suo pezzo sul New York Times, è che Gawker (e in particolare Valleywag [il blog di Gawker sulla Silicon Valley, chiuso nel 2015 ma ancora online, ndr]) aveva deriso e criticato la nuova classe di plutocrati dell’industria tecnologica cui lui stesso appartiene».

Su questa apparizione di Thiel come opinionista sul NYT non sono riuscito proprio a farmi un’idea precisa e ho chiesto lumi al collega.

A.P.: «Che cosa pensi dello spazio che il New York Times ha dato a Thiel? Hanno qualche legame o si tratta di una precisa ed indipendente scelta editoriale?»

T.S.: «Non posso credere che ci sia qualche legame nascosto. È stata solamente una scelta sciocca e infida che il giornale ha fatto spontaneamente».

 

Silicon Valley; specifically, the North First Street area of San Jose, looking southbound down Interstate 880 towards downtown San Jose. Photographed by user Coolcaesar on 1 June 2014.
Silicon Valley, per la precisione, l’area North First Street di San Jose, fotografata da Coolcaesar. Immagine croppata. CC BY-SA 3.0.

La guerra fredda della Silicon Valley – Ricostruita per sommi capi questa vicenda intricata, è il momento di concludere con le ultime domande che ho posto all’Executive Features Editor di Gawker Media. Mi interessava uscire dal caso specifico e parlare, più in generale, dei possibili sviluppi di questa vicenda, delle conseguenze che potrebbe avere.

A.P.: «Pensi che Thiel (o altre persone come lui) andranno avanti in questa battaglia contro i giornali? È solo l’inizio?»
T.S.: «Non ne ho idea. Thiel è riuscito a distruggere Gawker e non so cos’altro vorrà fare. Ma se Thiel avesse avuto un minimo di normale e umano senso della misura, integrità o decenza, si sarebbe fermato molto tempo fa. Ora non so a quali condizioni potrebbe decidere di fermarsi».
A.P.: «Ho notato che in Italia i giornali non hanno praticamente coperto la notizia della chiusura di Gawker e in pochi hanno parlato della causa di Hogan: sono rimasto abbastanza sorpreso dalla cosa. Pensi che i giornalisti, nel mondo, abbiano capito perché questa storia è importante e quanto sia pericolosa come precedente?»
T.S.: «Non credo che ci sia stata una reale comprensione, persino negli U.S.A., di quanto sia pericoloso questo precedente».
A.P.: «Mi capita spesso di leggere articoli sulle società della Silicon Valley che non contengono alcun tipo di pensiero critico al loro interno (faccio un esempio molto semplice: tutte le volte che Facebook annuncia un cambio di algoritmo, moltissimi giornali semplicemente riportano o parafrasano il post ufficiale di Facebook. Solo pochi giornalisti spiegano ai loro lettori a cosa serve l’algoritmo di Facebook e perché viene cambiato, per scopi commercial). Pensi che in generale il giornalismo sia servile, nei confronti delle società della Silicon Valley?»
T.S.: «La Silicon Valley è geograficamente lontana dai tradizionali luoghi dei media statunitensi, e la sua industria è sempre sembrata qualcosa di magico e astruso, così si è sviluppata senza quel tipo di copertura puntuale cui erano abituate altre industrie. Così, coloro che si trovano ai vertici di quell’industria sono molto permalose, e la stampa non ha sviluppato l’abitudine di sfidarli».
A.P.: «Che cosa pensi dell’acquisizione del Washington Post da parte di Bezos? Pensi che ora il Post sia meno libero? E cosa accadrebbe se Zuckerberg o Thiel o qualcun altro nella Silicon Valley seguisse l’esempio di Bezos?»
T.S. «Quando Bezos si è comprato il Post mi sono preoccupato, sì, perché Amazon è una società enorme, profondamente coinvolta nelle vite delle persone a molti livelli, e non c’è modo per il giornale di scriverne liberamente, con il contraddittorio che ci vorrebbe. Ma le persone ricche hanno sempre comprato i giornali e li hanno sempre usati per proteggere i loro interessi negli affari e per portare avanti la loro linea politica, in tutta la storia del giornalismo. Qualsiasi costrizione possa imporre la proprietà di Bezos al Post, almeno il fatto che ne è il proprietario è cosa nota a tutti e la sua influenza è diretta. E altri giornali possono scrivere ancora di Amazon.
Peter Thiel non ha avuto l’onestà di fare le cose in questo modo. Ha scelto, invece, di finanziare una campagna legale contro una pubblicazione in segreto, con l’obiettivo di distruggere quella pubblicazione. Se avesse seguito l’esempio di Bezos, sarebbe stato un bene. Gawker starebbe ancora pubblicando e Peter Thiel starebbe pubblicando cose in disaccordo con Gawker, e il mondo potrebbe scegliere fra loro. Ma Thiel ha avuto paura di sostenere apertamente la propria causa, il che rende la sua scelta solamente una strategia vile e corrosiva».


A.P.: «Pensi che i miliardari della Silicon Valley siano una minaccia reale per il giornalismo e per i giornali?»

T.S.: «Credo che Peter Thiel abbia stabilito che lo sia, senza alcun dubbio».

Silicon Valley tech
E adesso? 
– E adesso proviamo a tirare le fila del discorso. Primo: aspettiamo di vedere cosa accadrà in appello. Anche se questo non significherà in alcun modo un ritorno in scena di Gawker, qualora la decisione del processo dovesse essere ribaltata, sarebbe un segnale importante.

Secondo: le risposte di Scocca sono molto interessanti per tutti i giornalisti, ma anche per il pubblico di “non addetti ai lavori”.
Dovremmo trarne lezioni importanti e capire che questa dinamica è, probabilmente, la più importante storia che riguarda il giornalismo e il potere degli ultimi vent’anni o più. La privacy delle persone comuni non c’entra niente. Qui c’entra solo la privacy dei potenti, la loro libertà di continuare a essere quel che sono mentre le loro società fanno dei dati del singolo e delle masse sostanzialmente quello che vogliono.
Terzo: per rendere l’idea di cosa significhi questa vicenda per tutti e non solo per Gawker, penso che possa essere utile riprendere una storia raccontata da Elizabeth Spiers sul suo blog.
La storia è quella di Sam Biddle (già collaboratore di Gawker, guarda un po’, e proprio di Valleywag. Sarà un caso?): è stato querelato per aver scritto che un tale che dice di aver inventato le mail non ha inventato le mail. Potrebbe semplicemente essere rovinato, ora che Gawker è fallito.
Spiers chiude così:
«E se per caso sei un giornalista e pensi “questo non mi sarebbe mai successo perché non avrei mai pubblicato un estratto da un sex tape” o “non avrei mai rivelato l’omosessualità di qualcuno” o “non sono antipatico e fastidioso come tutti quelli di Gawker, be’, chiediti se avresti scritto una storia come questa».

Aggiungo. Se per caso pensi che se la sono andata a cercare, ricordati che il giornalismo che ti piace – o che ti dovrebbe piacere – probabilmente è sempre quello che se la va a cercare. Non ne condividi i metodi? Non ne condividi i contenuti? Be’, prima guarda e leggi tutto, poi continua, se vuoi, a non condividerli: è questo il bello del pluralismo di voci, ed è meglio che ce ne siano tante, in giro. Perché se cominciano a chiuderne una, poi l’effetto-valanga è assicurato. Infatti, il post di Thiel sul New York Times chiarisce che è solo l’inizio. E, come scrive Tom Scocca nel suo post di commiato:

«Se vuoi scrivere storie che potrebbero far arrabbiare un miliardario, hai bisogno di lavorare per un altro miliardario o per una società miliardaria. La legge non ti proteggerà. Non c’è libertà in questo mondo, senza potere e soldi».

Probabilmente è la guerra fredda della Silicon Valley che è appena iniziata.

E c’è un’altra brutta notizia: quello del giornalismo è solamente uno dei tanti fronti caldi.

A.P.

***

Altre letture suggerite

OKR, Objectives and Key Results

OKR - Objectives and Key Results
OKR – Il metodo objectives and key results

Che cos’è il metodo OKR? E perché ne parliamo su Wolf?

Studiando il contesto attuale dei media, occupandomi di gestione dei contenuti digitali e, soprattutto, sperimentando nuove (o vecchie) forme di approccio al lavoro giornalistico e della comunicazione con Slow News e con altre iniziative personali, è venuto naturale cominciare a studiare anche metodi di gestione dei flussi di lavoro, di organizzazione aziendale, di tecniche di gestione aziendale e di metodologie per fissare obiettivi e per misurarli.

Mi sono così imbattuto – anche grazie a una delle mie consulenze – nel metodo OKR, estremamente interessante e utile, da conoscere e da applicare.

Uno dei principali problemi del lavoro con la comunicazione o con il giornalismo, infatti, soprattutto online, riguarda la capacità di fissare obiettivi, misurare risultati, valutarli e proseguire in un circolo virtuoso che sia anche motivazionale per chi lavora.

Cosa significa OKR

OKR è un acronimo che significa objective and key-results. In italiano, Obiettivi e risultati chiave.

Sorprendentemente – o forse no. Vedremo poi perché – è poco noto in Italia. Quando ho provato a chiedere sul mio profilo Facebook se qualcuno dei miei contatti avesse esperienze di aziende italiane che lo applicano, non ho ricevuto alcuna risposta.

Cercando OKR su Google, a parte Wikipedia non si trovano risultati in italiano. Il che la dice lunga.

In questo breve pezzo (gli approfondimenti usciranno su Wolf, solo per abbonati. Per riceverli, abbonati) verrà usato indistintamente OKR al singolare o al plurale, sostanzialmente come sinonimo.

In inglese si scrive anche OKRs (plurale, appunto)

OKR: breve storia

Gli OKR sono stati inventati in Intel. La loro popolarità è dovuta perlopiù a John Doerr, un venture capitalista della Silicon Valley.

Oggi lo utilizzano, fra gli altri, Uber, Google, LinkedIn, Twitter, Zynga, General Assembly.

In un pezzo di Businessinsider del 2014 viene spiegato che Google ha iniziato ad utilizzare l’OKR proprio su spinta di John Doerr (che, fra l’altro, aveva investito proprio su Google) Adesso, con il cambio al vertice del reparto HR (risorse umane), sarà interessante verificarne il mantenimento o eventuali cambiamenti.

Chiaramente, viste le realtà che lo applicano, è un metodo di moda presso le startup tecnologiche (e questo lo rende potenzialmente pericoloso e ad alto rischio “fuffa”).

Oltre ad essere uno strumento di definizione degli obiettivi e misurazione del raggiungimento dei medesimi, l’OKR è anche qualcosa di più, come spiega bene questo articolo su Firstround in cui si racconta la sua implementazione in una compagnia medio-piccola che stava crescendo velocemente come Swipely.

È un metodo che può essere utilizzato per compagnie grandi e piccole, ma anche per riorganizzare in maniera semplice e senza troppa fatica la propria vita personale.

Metodo OKR: come funziona

Il funzionamento del metodo è molto semplice ma, al tempo stesso, richiede un approccio filosofico radicalmente differente rispetto a quello che si riscontra nella maggior parte delle aziende italiane (a volte per cultura, a volte per imperizia o incompetenza, a volte perché si ritiene che si debba puntare su valori molto diversi rispetto a quelli che stiamo per vedere).

Objective – L’obiettivo (o gli obiettivi).
L’azienda deve avere un suo obiettivo generale (che va fissato nel lungo periodo e molto ambizioso).
Poi ci vogliono gli obiettivi fissati per i vari reparti dell’azienda stessa.
Gli obiettivi sono, generalmente, soggettivi e qualitativi. E, appunto, ambiziosi. Possono essere annuali e poi suddivisi, per esempio, per trimestri.

Key ResultsI risultati chiave
I singoli reparti, a cascata e con un’organizzazione divisa secondo cicli (trimestri o semestri o annuali), dall’amministratore delegato in giù, devono avere dei compiti da raggiungere (i key results), chiari, definiti, misurabili, specifici, concreti.
I key results devono essere coerenti con l’obiettivo primario aziendale. E devono essere trasparenti.
Significa che tutti devono conoscere gli obiettivi e i risultati chiave di tutti.

Misurazione – Il raggiungimento o meno dei key results va misurato, motivato e compreso. La misurazione non deve mai e poi mai avvenire con scopi punitivi o premiali. Non si deve terrorizzare il dipendente. Anche perché lo scopo ultimo del processo obiettivi-risultati chiave-misurazione è che i singoli migliorino il proprio apporto per il raggiungimento degli obiettivi aziendali e che siano in grado di fissare i propri OKR autonomamente.
OKR non è sinonimo di valutazione del lavoro.
La trasparenza si estende anche alla misurazione e allo storico: in azienda, cioè, tutti devono conoscere non solo gli OKR di tutti, ma anche le performance presenti e passate.

Si capisce, da questa breve descrizione, che il metodo è per prima cosa filosofico, e che molte aziende potrebbero addirittura averne paura.

Chiaramente, è un metodo che va introdotto con lentezza. Va capito, chiarito a tutti in azienda, applicato in maniera semplice.

Come si fissano gli OKR?

Ovviamente per fissare gli OKR bisogna aver introiettato il metodo, conoscerlo e capirlo fin dalle fondamenta. Che in realtà sono molto semplici. Talmente semplici che viene da chiedersi perché non sia così ovunque. Più si studia l’OKR più si capisce che applicarlo è puro buonsenso.

In questo video, Rick Klau lo spiega molto bene (c’è anche un post su Medium).

Ma in concreto cosa vuol dire applicare il metodo OKR?

Sostanzialmente, OKR è sinonimo di quanto segue.

Si vuole far crescere l’azienda, perseguendo il suo scopo primario, il suo obiettivo, il suo sogno. Bisogna dunque fare in modo che tutti lavorino per uno scopo comune. L’unico modo per farlo è palesare l’obiettivo dell’azienda, gli obiettivi di tutti i reparti aziendali, dalle dirigenze in giù, i risultati da ottenere per raggiungere gli obiettivi e la misurazione di questi risultati. Se i risultati non si raggiungono, occorre capire perché e raffinare il proprio metodo di lavoro (o di individuazione dei risultati da raggiungere, che potrebbero essere stati fissati in maniera sbagliata».

OKR: esempi

Uno schema che rappresenta in maniera semplificata la cascata che traduce il "sogno" (o missione aziendale) in obiettivi e poi risultati chiave e "cose da fare".
Uno schema che rappresenta in maniera semplificata la cascata che traduce il “sogno” (o missione aziendale) in obiettivi e poi risultati chiave e “cose da fare”.

Come al solito, servono esempi. Vediamone uno, che riguarda Youtube (tratto da questo post su Medium)

Obiettivo: aumentare il tempo medio di visualizzazioni video per utente

Risultati chiave:

– aumentare il totale delle visualizzazioni di X minuti al giorno
– espandere le applicazioni native di YouTube a 2 nuovi sistemi operativi
– ridurre il tempo caricamento dei video del X%

Questo esempio è molto semplice. A cascata, avrà delle conseguenze sui “key results” dei vari reparti di Youtube e si innesta perfettamente nella missione generale di Youtube, il suo “sogno”. Che sarà, più o meno: «Essere il punto di riferimento globale per tutti i tipi di informazioni video».

Per altri esempi, più concreti e dettagliati, abbonati a Wolf.

Nello schema, molto semplice, ecco come si passa dall’obiettivo generale dell’azienda (che ho chiamato sogno. Altri la chiamerebbero missione, per esempio. Ma volevo uscire dalla nomenclatura tradizionale che ha, troppo spesso, devastato le aziende per la ripetizione sistematica di concetti e modi di dire mai introiettati). Chiaramente, dal Sogno fino al “da fare”, tutto è trasparente.

OKR: libri, testi, slide

OKR - La guida di Qulture.Rocks all'applicazione del metodo. Un libro chiaro, semplice, facile da capire: ottimo per iniziare
OKR – La guida di Qulture.Rocks all’applicazione del metodo. Un libro chiaro, semplice, facile da capire: ottimo per iniziare

Il testo più interessante che ho trovato in merito (in lingua inglese) si intitola The Ultimate Guide to OKRs: How Objectives and Key-Results can help your company build a culture of excellence and achievement. (English Edition) (*)

Qui di seguito, invece, una decina di slide, semplicissime da capire anche per chi non conosce l’inglese.

Perché in Italia non se ne trova traccia?

Cercando su Google si vede bene che non c’è letteratura in merito al metodo OKR.
Perché? Io mi sono fatto un’idea.
Penso che sia un insieme di fattori che fanno sì che sia meglio non applicare un metodo simile.

Nel discorso di Francesco Starace, a.d. di ENEL, alla Luiss. Quando starace risponde a una domanda sul “cambiamento” in un’azienda, ha dichiarato:

«Vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e bisogna distruggere, fisicamente, questi centri di potere. Per farlo ci vogliono cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando ad essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno dell’organizzazione, del ganglio che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento. E questa cosa va fatta in maniera più plateale e manifesta possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta velocemente, con decisione, senza nessuna requie. E dopo pochi mesi l’organizzazione capisce. Perché alla gente non piace soffrire. E quando capiscono che la strada è un’altra, tutto sommato si convincono miracolosamente e vanno tutti lì. Cioè, è facile».

Segue risata e applausi.

Poi l’a.d. ha chiesto scusa, perché ci sono state polemiche. Ma come possiamo pensare che un metodo come l’OKR possa funzionare in un paese dove si fanno dichiarazioni del genere?

Alla fine, Starace ha dovuto scusarsi, sì. Con una lettera ai dipendenti.

Ma quante volte si sentono casi analoghi? Quante volte vengono assunti tagliatori di costi che poi si prendono ricche buone uscite (spesso senza aver risolto nulla)? Quante volte si sente parlare di questo o quel manager esaltato perché “ha le palle” e non per le sue reali competenze specifiche?

In un paese dove la mediocrazia è imperante (ma il problema non riguarda solo l’Italia: non facciamo gli esterofili), cialtronismo e incompetenza verrebbero smascherati troppo facilmente, se si applicasse la trasparenza.

È chiaro che in alcune aziende potrà anche essere applicato “di facciata”.
Mi pare evidente che, se applicato in maniera coerente, non possa che fare il bene di dipendenti e aziende.

[Nota operativa: Temo che il metodo OKR non possa funzionare in presenza di stronzi]

(*) Il link rimanda al programma di Affiliazione di Amazon UE (significa che se compri il libro, a Wolf arriva una piccola percentuale della transazione: è uno dei modi che utilizziamo per rendere sostenibile la nostra attività.

Formazione professionale continua: regolamenti e concretezza

Formazione professionale continua giornalistiFormazione professionale continua – Con il nuovo regolamento per l’acquisizione dei crediti in vigore dal 31 maggio 2016 l’Ordine dei Giornalisti ha accontentato moltissimi iscritti che, finalmente, possono maturare il numero di crediti obbligatori fruendo corsi solamente via web, in remoto, a distanza, online.

Devo ammettere che la decisione – che sicuramente avrà le sue brave ragioni logistiche e deriverà anche da un consuntivo dei primi tre anni, probabilmente deprimente quanto a numeri di crediti erogati e effettivamente percepiti dai singoli – mi ha rattristato parecchio.

Sappiamo tutti molto bene che un corso online con test finale a risposta multipla si può, di fatto, anche non seguire  Sappiamo tutti che l’apprendimento da un corso online possa dare risultati concreti solo in caso di particolare buona volontà da parte di chi si sottopone al corso medesimo.

In altre parole, se la vediamo da questo punto di vista, consentire di ottenere i crediti da casa potrebbe diventare, per molti, un incentivo a considerare la formazione obbligatoria come un orpello inutile. Un percepito che, in effetti, è piuttosto diffuso.

Qualcuno potrebbe dire che anche ai corsi “dal vivo” c’è chi, semplicemente, si porta il portatile e fa altro. Mette la firma all’ingresso, la firma in uscita e arrivederci e grazie. È vero anche questo, e se questa è la prassi si capisce, insomma, che l’Ordine voglia anche trovare un modo per semplificare.

Si capisce, ma fino ad un certo punto.

Quello che mi sarei aspettato dal nuovo regolamento era ben altro.

Mi sarei aspettato un tentativo di far capire – anche con misure molto molto meno “popolari” di questa – a tutti noi lavoratori dell’ecosistema giornalistico che la “combo” crisi-cambiamento che caratterizza il nostro lavoro è una combinazione potenzialmente letale, se non si innova, se non ci si forma, se non si studia.

Quel che cerchiamo di fare qui su Wolf, per esempio, è proprio di mettere insieme i pezzi per acquisire e offrire soluzioni, strumenti e un substrato di conoscenze condivise e utili. Utili a creare anche conversazione e a far circolare idee.

Schermata 2016-06-13 alle 11.45.06Penso, sinceramente, che un giornalista, oggi, abbia un bisogno vitale di formarsi e di essere formato, di studiare, imparare, capire, aggiornarsi. E penso che il “problema” dovrebbe interessare molto da vicino sia l’Ordine sia i giornalisti stessi sia gli editori.

Penso, sinceramente, che l’Ordine dovrebbe accompagnarci tutti verso questa consapevolezza e che sarebbe necessario rendere operativo – non per regolamento, ma con i fatti – un sistema di formazione che fornisca competenze reali, attuali, concrete.

Che dia, insomma, i mezzi per andare avanti in questa professione, che di certo non morirà mai ma sta facendo di tutto per suicidarsi, online e offline.

(AP)

Content marketing, notizie, marchette, sciatteria o tutto insieme?

Che cos’è il content marketing? È una forma di marketing che prevede la creazione e la diffusione di contenuti. Lo scopo? Attirare nuovi clienti (nel senso più ampio del termine), mantenere quelli che ci conoscono già, informando e con strategie comunicative diverse da forme pubblicitarie dirette.

Facciamo un paio di esempi.

Per Slow News, abbiamo creato un decalogo+1 sulla filosofia Slow News. Lo abbiamo chiamato manifesto per un giornalismo sostenibile. Eccolo.

decalogo-di-Slow-News-3 (1)

Idem come sopra per Wolf.

decalogo-Wolf (1)

Con il lancio di Wolf, ho scritto un pezzo per Linkiesta dal titolo Siamo pronti per il giornalismo del futuro. Era chiaramente sponsorizzato da Slow News.

È content marketing. È un progetto giornalistico che promuove sé stesso con contenuti coerenti con la propria filosofia e “missione”. Si può fare, si deve fare.

Anche i pezzi gratuiti su Wolf, quelli sulla nostra filosofia e quelli che finiscono – come questo che stai leggendo – nel nostro glossario di analisi dei media, di fatto, sono content marketing: sono articoli che parlano di argomenti che poi vengono trattati anche nella versione a pagamento di Wolf, e che fanno circolare il “marchio”.

Content marketing e giornalismo: gli studi dei centri studi

Il problema nasce quando non è il giornalismo a doversi promuovere ma quando sono gli altri che cercano di usare il giornalismo per fare content marketing. Facciamo un esempio pratico (altri li trovi sul pezzo di Lelio Simi per DataMediaHub dal titolo Come ti maschero una pubblicità (sponsored content de noantri))

Il 5 aprile 2016, su Repubblica Motori, lanciato dalla homepage di Repubblica.it, usciva questo articolo dal titolo Spazio in autostrada? Ogni auto ne ha solo 18 centimetri…Schermata 2016-06-02 alle 18.57.52

Più che un articolo sembra un paradosso: il parco auto tutto insieme in circolazione è uno scenario da film di fantascienza, sostanzialmente irrealizzabile. E comunque, qualora tutti decidessero contemporaneamente di prendere la macchina, lo spazio si esaurirebbe ben prima di arrivare ai 18 centimetri. Curiosità. Costume. Società. In realtà, a ben guardare, si cita uno studio del Centro Studi Continental.

Per chi non lo sapesse, Continental produce pneumatici. Già qui al giornalista dovrebbe suonare un campanellino d’allarme. Ma è il finale del pezzo che fa suonare le campane a lutto. Eccolo:

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Non ha alcuna attinenza col pezzo. Si avverte che è qualcos’altro, no?

Allora ho provato a prendere questa intera frase e a cercarla su Google. Risultato? Imbarazzante. La medesima frase chiudeva un pezzo di dicembre 2015 su h24notizie. Quattro mesi prima. E si parlava di un altro studio. Sull’investimento dei pedoni.

Schermata 2016-06-02 alle 19.20.39

Il 5 aprile 2016 esce un pezzo su Pneunews. Cita lo stesso studio che è piaciuto a Repubblica.it. La frase finale è identica.

Cosa significa? Semplice. Il Centro Studi Continental offre ai giornali una serie di contenuti che sono puro content marketing e che potrebbero essere ritenuti notiziabili. Su Repubblica, alla fine, hanno pubblicato anche la chiosa del contenuto preparato da Continental (evidentemente copia-incollata, visto che era la stessa di un articolo di mesi prima) a proposito del suo progetto di sicurezza. Che, va ripetuto, non c’entra proprio niente con la curiosità dei 18 centimetri.

Altri (vedi per esempio Gazzetta.it) hanno pubblicato lo studio senza quella parte. Facendo comunque – è ovvio – un enorme favore a Continental.

Questa è prassi. Aziende che pubblicizzano i loro prodotti hanno centri studi più o meno grandi che producono report più o meno interessanti e li mandano in massa a testate e giornalisti, che poi possono decidere o meno se pubblicarli. Il problema è che quando li pubblichi, poi, i pezzi sono – per forza di cose – tutti uguali e non è affatto detto che tu stia facendo giornalismo ad alto valore aggiunto. Anzi.

E non è nemmeno detto che l’azienda che ha prodotto quel contenuto ne benefici così tanto: il lettore non è stupido. Soprattutto quando il copia-incolla è spudorato, il servizio che si offre a tutte le parti in causa (giornale, lettore, azienda) è pessimo. Ma anche quando si rielabora, non è forse soltanto l’ennesimo contenuto che si infila all’interno del flusso e del sovraccarico informativo? E come fa, il lettore, a capire che non si tratta di una marchetta ma di una scelta?

Content marketing, notizie e marchette: il “caso Buffon”

A fine maggio 2016, del tema, ha parlato Anna Masera su La Stampa, in un pezzo dal titolo La differenza fra notizie e marchette. Il pezzo è importante, perché stabilisce una serie di cose. Primo: non è che i giornalisti siano per forza naif. Lo sappiamo, che il giornale deve fatturare. E anche i lettori lo sanno. Masera scrive:

L’azienda fattura attraverso le vendite del giornale (in edicola e in abbonamento) e la raccolta pubblicitaria. Il reparto marketing si occupa della raccolta pubblicitaria, ben separato dalla redazione. E c’è un codice deontologico che aiuta a monitorare questa separazione.

Ecco. Questa è la parte fondamentale. Perché se i reparti si devono parlare e lavorare in maniera sinergica, ciò deve avvenire nel rispetto delle reciproche peculiarità e dei doveri. Del resto, le marchette non fanno bene a nessuno.

Quando un articolo giornalistico è considerato pubblicitario,

(scrive ancora Anna Masera)

in gergo viene deriso come «marchetta», termine dispregiativo nato ai tempi del fascismo per designare con una marca da bollo l’avvenuto pagamento di una prestazione (in particolare, quelle sessuali a pagamento nei bordelli). Può essere che il malcostume di qualche collega abbia infangato l’intera categoria diffondendo convinzioni errate, ma è bene chiarirlo: per un giornalista – che ha ben presenta la separazione necessaria tra notizie e pubblicità – sentirsi trattare come un «marchettaro» è un insulto che disonora la professione e può valere una causa per diffamazione.

Aggiungerei anche, così chiudiamo il cerchio, che la marchetta, siccome si scopre piuttosto facilmente, è oggetto di scherno non solo per quanto riguarda la dimensione del giornalista. Anche l’editore si sottopone al ridicolo. E anche l’azienda che ne approfitta. Il circolo vizioso, insomma, non fa proprio bene a nessuno. E rovina anche il content marketing.

Nel post su Facebook in cui Anna Masera ne parla (dalla sua pagina di Public Editor de La Stampa), un lettore le fa notare quanto occorso a proposito di un video pubblicitario di una carta di credito il cui testimonial è Gianluigi Buffon.

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Su La Stampa è apparso così come si vede nell’immagine (link). Su Tuttosport, così. Su Gazzetta così. Su Corriere così. In tutti e quattro i casi si precisa, nel pezzo ma non nel titolo, che si tratta di uno spot, ma  naturalmente, quando parte il video, lo sponsor è ben visibile.

Sulla pagina Facebook de La Stampa è stato lanciato senza alcun riferimento al fatto che fosse content marketing.

Ecco cosa spiega Masera.

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Il content marketing e i lettori

Cose importanti da notare:

  • i lettori si accorgono di tutto
  • ammettere un errore e prendere decisioni drastiche (far rimuovere un contenuto, per esempio) si può
  • i lettori non si accontentano. E giustamente uno di questi fa notare ad Anna Masera: «Anche sul sito: evidente sarebbe stato “Guarda lo spot Mastercard con Buffon” o “contenuto sponsorizzato”, invece il titolo è il solito trucco: che si tratti di una reclame lo scopri quando hai già bello e abboccato»
  • a volte il content marketing è fatto talmente male che diventa sciatteria e può far pensare ai lettori che si stia facendo una marchetta

    Il content marketing e le scelte

    Il fatto è che chi legge veramente (una nicchia di nicchie) vuole di più dai giornali, ma anche dalle aziende. “Di più” significa che il content marketing va calibrato, gestito, fatto bene, mai nascosto. Significa che scivoloni da copia-incolla vanno evitati, banditi, biasimati. Significa anche che la notiziabilità di un Buffon che fa uno spot (che pure è ben costruito, per carità), va soppesata e valutata.

    Significa che bisogna fare delle scelte e ricordarsi che l’algoritmo è il lettore.

    Scegliere significa che scelgono le aziende, scelgono gli editori, scelgono i giornalisti. E che i lettori sono davvero messi al centro di un progetto di comunicazione, informazione e giornalismo.

    Così, quando i lettori sceglieranno, si ricorderanno di chi aveva avuto il coraggio di fare delle scelte.

    Abbonati – Questa voce del glossario sull’analisi dei media di Wolf è anche l’uscita gratuita di Wolf del lunedì. Se vuoi provare la nostra newsletter a pagamento (esce dal martedì al giovedì), abbonati.

(AP)

 

 

 

 

 

Da Wolf, un modello di business per il giornalismo del futuro

L'immagine è tratta da Wikipedia, alla voce Journalism. È il tesserino da giornalista di Simon Wim, olandese. È stato caricato su Wikipedia dalla figlia con licenza CC 3.0,
L’immagine è tratta da Wikipedia, alla voce  Journalism. È il tesserino da giornalista di Simon Wim, olandese. È stato caricato su Wikipedia dalla figlia con licenza CC 3.0,

Individuare un modello di business per il giornalismo del futuro è senza dubbio un’impresa. Il tema interessa senz’altro gli addetti ai lavori, ma dovrebbe interessare anche i lettori. Perché un giornalismo sostenibile che abbia i lettori al centro del proprio progetto e che produca contenuti di qualità è un buon giornalismo. Il resto è flusso tossico.

A novembre 2016, insieme a Pier Luca Santoro, ho tenuto, al Glocal di Varese, un incontro dal titolO “Nuovi modelli di business per il giornalismo”. Qui le slide.

Su IL di maggio 2016 si parlava (di nuovo) di futuro dei giornali.

Il libro di Pier Luca Santoro (I Giornali del Futuro, il Futuro dei Giornali: Chi vincerà la sfida dell’informazione tra carta e web) pubblicato con Informant resta lettura imprescindibile e d’ispirazione.

Qui, sulla base di questa e altre letture (da Julia Cagè a Marco Dal Pozzo, da Andrea Signorelli a Frédéric Martel) e di altre considerazioni che derivano dalle sessioni di domande-e-risposte che si svolgono durante i miei corsi provo a delineare le caratteristiche che dovrebbe avere, secondo me, un modello di business plausibile, mutuandolo fondamentalmente da tre ambiti (il settore terziario, quello sportivo e quello dell’industria discografica) e valorizzando le peculiarità del giornalismo. È il modello Wolf e l’obiettivo è di metterlo online per poi accrescerlo e integrarlo.

Premessa al modello Wolf – La premessa necessaria è che è molto difficile che gli editori tradizionali – leggi anche “grossi” – possano o vogliano davvero sfruttarlo, soprattutto in Italia. Forse potrebbero, ma sono troppo legati al modello volume-non-valore dell’advertising, hanno costi troppo alti da sostenere e non hanno dimostrato, negli anni, la dovuta flessibilità e capacità di investire in ricerca e sviluppo. La crisi non è una crisi che si consuma solo nel mondo dell’editoria e del giornalismo. È una crisi di modello e dentro a quel modello non ha soluzione.

Invece, il modello Wolf che si delinea qui di seguito è adatto, senza ombra di dubbio, a qualsiasi progetto medio-piccolo di giornalismo imprenditoriale.

Concetti fondamentali del modello Wolf – I tre concetti fondamentali su cui si basa il modello sono:

  • il servizio a una comunità, in tutte le forme possibili. Questo significa individuare una o più nicchie di riferimento (secondo il principio della verticalità) e servirne i bisogni, differenziando e specializzando l’offerta sia da un punto di vista dei contenuti sia da un punto di vista delle modalità di accesso ai medesimi;
  • lo stadio di proprietà. Si veda in merito l’apposita analisi riservata agli abbonati di Wolf, dove si racconta perché è meglio avere un proprio “posto” dove portare i lettori anzichenò;
  • la sostenibilità. Per raggiungerla, vanno utilizzate tutte le forme di monetizzazione possibili, traendo ispirazione dall’industria discografica (vendita del singolo brano, abbonamenti, edizioni limitate per appassionati su supporti differenti, eventi dal vivo, eventi a sorpresa, clinic…)
    I contenuti nel Modello Wolf –
    «Content is King» – Il mantra che deriva dal celeberrimo scritto di Bill Gates è stato svuotato di significato, a furia di ripeterlo. Ma dovrebbe essere un faro. Con un’avvertenza. Contenuti, distribuzione e promozione devono essere interpretati come parti integranti del prodotto. I vari reparti dell’impresa editoriale (redazionale, tecnico, marketing, commerciale) si confrontano per creare in sinergia un prodotto in cui la somma delle esigenze diverse offre un unicum che mette il lettore al centro, attraverso una misurazione attenta della reale esperienza utente e senza partire da preconcetti o da convinzioni auto-generate su “quello che vuole il lettore”.

    I contenuti, intesi nel senso più “lato” possibile, sono il servizio che si offre alla comunità. La coerenza editoriale deve riguardare tutti gli aspetti del servizio.

    La distribuzione sfrutta tutti i canali possibili, con l’obiettivo di servire la comunità quanto più possibile all’interno di spazi propri. Anche la promozione deve avvenire attraverso tutti i canali possibili (online, sfruttando ovviamente le leve SEO e social, che non vengono interpretati come piattaforme distributive ma, fra le altre cose, anche come canali di promozione).

    Le metriche di analitica digitale devono essere utilizzate in maniera diversa da quella preponderante. Attualmente vengono utilizzate come convenzione per il mercato degli investitori. Questa tendenza deve essere sostituita da un unico scopo: comprendere le abitudini dei nostri pubblici.I lettori nel Modello Wolf – L’algoritmo è il lettore.

    Le leve del Modello Wolf – Questo modello prevede che si adotti in maniera virtuosa l’economia delle soluzioni parziali per alcuni. Ciò significa diversificare quanto più possibile, appunto:

  • le fonti di ricavi (in particolare quelle alternative all’advertising. Cioè: premium, pay per read, membership, subscription, crowdfunding e via dicendo)
  • le modalità di promozione dei contenuti
  • le fonti di traffico

    Analisi e conoscenza nel Modello Wolf – Il modello richiede un’accurata analisi delle cosiddette over the top per individuarne e sfruttarne le convenienze specifiche. Google e Facebook – per fare due esempi pratici – vanno utilizzati non come badanti o come promotori di novità: vanno utilizzati, come qualsiasi altro strumento, in modo coerente con la propria identità editoriale. Inoltre, qualsiasi strumento o tecnologia va utilizzato se ci serve, se è coerente con l’identità editoriale, se è gestibile (sia in termini economici sia in termini di tempo), se può generare ricavi.

    La serendipità – Qualcuno potrebbe pensare che limitarsi a servire i “bisogni” delle persone non sia giornalismo. Lo è, invece. In un senso alto e anche imprenditoriale. Servizi “banali” possono diventare importanti fonti di fatturato ed essere utilizzati per finanziare inchieste, per esempio. E se, per serendipità, si riesce a convincere un lettore interessato a un certo tema che gli interessa, più in generale, il nostro modo di fare giornalismo, ecco che abbiamo ottenuto un membro in più della nostra comunità.

    Approfondiremo questi punti nei prossimi numeri di Wolf, riservati ai nostri abbonati.

(AP)

Le video views sono una puttanata

video views metricheLe video views sono una puttanata.

Cosa sono le video views? Sono una metrica di analitica digitale. In parole povere, servono per misurare – almeno negli intenti – il successo o l’insuccesso di un contenuto digitale.
Premesso che le metriche sono importanti se e solo se vengono utilizzate per capire realmente come si comportano i fruitori di un contenuto digitale, stiamo assistendo a una progressiva esplosione dell’ossessione per le video views, alimentate prima dalla necessità di vendere i preroll pubblicitari (i formati di pubblicità video che precedono i video che guardi. Sempre che tu non abbia installato AdBlock), poi dai video su Facebook (che Facebook premia col suo algoritmo) quindi dai video live sempre su Facebook live.

Il fatto è che le video views non misurano proprio niente. E misurano ancora meno se, per caso, hai fatto una campagna per promuoverle. 4% di riproduzione dei video dopo click. 12% di visualizzazioni con audio attivo. video views metriche

Sono numeri veri, che abbiamo raccontato il 5 aprile su Wolf, nel numero 31, in un pezzo dal titolo Videoviews / La verità, vi prego, sulle metriche di Facebook (e non solo). [Il pezzo, come al solito, è riservato agli abbonati. Se vuoi provarci, abbonati].

Adesso, per fortuna e per l’igiene dell’ecosistema dei contenuti digitali, l’idea comincia a diffondersi. Su Gawker lo scrivono (anche loro) chiaro e tondo. Internet Video Views Is A 100 Percent Bullshit Metric.

Ma non c’era bisogno del video di Buzzfees dell’anguria che esplode. Bastava fare 4 click 4 sulle metriche di Facebook o di qualsiasi strumento di analitica digitale per rendersene conto.

Anzi. Bastava conoscere la storia. Per esempio l’Auditel. E il fatto che se le famiglie con il meter per campionare gli ascolti, per dire, lo lasciano acceso anche di notte, va a finire che il monoscopio – cioè quella cosa che i millennials non conoscono – fa 57mila telespettatori.

Le video views sono sempre state una puttanata. Ma sono una convenzione per un modello che cerca volume e non valore. Un modello agonizzante e moribondo.