Su Wolf. 119

quando-costa-fare-pubblicita-su-snapchatCome fa Wolf a trasformarsi da magazine in piattaforma collaborativa? Semplice. Basta valutare insieme casi concreti. Come il restyling+migrazione del sito di Avvenire.it.

Come si trovano le notizie imperdibili della giornata? Semplice. Con i Post-it di Pier Luca Santoro.

Infine, tre pillole: quanto costa fare pubblicità su Snapchat? Cos’è successo a Google Fiber? E Amazon, davvero vuole diventare un internet provider?

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Su Wolf. 118

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Cambieremo il mondo la prossima volta. Ma intanto, quando analizziamo e utilizziamo Facebook, impariamo a definirlo e a non perderci in questioni di lana caprina.

E quando Zuckerberg parla di comunità allargata e si pone in una posizione di neutralità, be’, ricordiamoci che siamo di fronte a un paradosso logico: il paradosso della Croce Rossa.

È questo che trovi oggi, fra le altre cose, su Wolf. Poi ci sono i Post-it di Pier Luca Santoro. Che Flash / POP / L’offuscamento dei social / C’era una volta il Sole 24 Ore / La privacy dei bambini nell’era di Facebook / “La Stampa” si rifà il look / Intelligenza artificiale, giornalismo, la vita e tutto il resto

Si parla di Zuckerberg e Peter Thiel, di Giuseppe Granieri, di Frank Somerville e Luke Lewis.

Infine, si esamina ai raggi X la prima lezione di Facebook per giornalisti che devono imparare a usare Facebook (sic).

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Cosa c’è su Wolf oggi?

Cos’è successo nel frattempo / Digit 2016 – Paywall e tanti appunti / SEO per Amazon / Strumenti audio / Sette testate e gli States / Casi di studio / La storia ci insegna? (AT&T e Time Warner, ricordando AOL) / di Alberto Puliafito
Post-it / L’occhio dei lettori / La ricetta di Google per la guerra delle news / Relazione all’assemblea sindacale di redazione / Poverini / Native advertising [de noantri] / Il web grigino / Libro bianco  / di Pier Luca Santoro
Un circolo virtuoso fra testata e autore / di Andrea Daniele Signorelli
Big Significant Thing 
/ un pezzo free di Wolf

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Big significant things

Realtà virtuale, realtà aumentata, umanità su Marte, auto che guidano da sole, assistenti personali per domotica spinta. L’evoluzione – qualunque cosa significhi – degli uomini ha sempre avuto bisogno di visionari. Ma, allo stesso tempo, ha avuto bisogno anche di grande concretezza.

La ricerca folle, ossessiva della “next big thing” non è concreta e la proiezione garrula e positivista verso il futuro è utile esattamente quanto il rimpianto nostalgico e pessimista del passato. Cioè, lasciamelo dire con parole semplici: non serve a niente.

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E allora perché Facebook ci riprova, per la terza volta nella storia recente dell’umanità, con la realtà virtuale? Perché Musk vuole andare su Marte?

Su The Information – interessante osservatorio, rigorosamente a pagamento, proprio come Wolf – Sam Lessin, ex Facebook, né luddista né tecnottimista, scrive, nella sua bella rubrica “Modest Proposals”, un pezzo dal titolo Why Today’s Tech Narrative is Way Ahead of Reality [nota: il pezzo è, ovviamente, a pagamento. Ma secondo la policy di The Information, dovrei avere la possibilità di condividerlo con i miei “followers”. Quindi, questo è il link da seguire: go.theinformation.com/RTk5Ru0CAhY. Se non dovesse funzionare, è quasi certo che si possa leggere tutto dalla mia condivisione su Facebook].

Lessin ha una visione molto interessante di quella che chiama la narrativa del mondo tecnologico. La faccio breve e semplifico (mettendoci senz’altro del mio): siamo arrivati ad una specie di plateau della crescita prima dell’internet e poi del mobile e ora, anziché concentrarsi sulle cose che si possono fare sulla base di questo contesto e di lavorare, contestualmente, alla progettualità futura, per alimentare la crescita infinita (o l’illusione della medesima) le “big company” della Silicon Valley esagerano con gli obiettivi e guardano ad un futuro fantascientifico che, molto, probabilmente, si concretizzerà per vari aspetti. Ma che, al tempo stesso, se affrontato in questo modo, ci farà perdere di vista, per forza di cose, il qui e ora.

«Se vogliamo vederla cinicamente», scrive Lessin (la traduzione è del sottoscritto), il gap fra il messaggio del marketing e la realtà dei fatti sta crescendo, non si sta riducendo.

«In più, le grandi società sono diventate così grandi, così di successo e così supervalutate che il tapis roulant sta correndo tropo in fretta. E allora l’unico modo che hanno per restare in corsa è di raccontare la nuova visione, quella definitiva, sperando di riuscire a sostenere il sogno abbastanza a lungo da riuscire a raggiungerlo con i loro team e il mercato. In un mercato competitivo sia da un punto di vista ingegneristico sia da quello dell’attenzione, in un’era in cui la tecnologia è il nuovo “cool”, c’è una vera e propria corsa alle armi per raccontare la più grossa storia possibile. Ciò lascia pensare che più le compagnie spingono in là, verso i lidi della fantascienza, la loro narrativa, più dovremmo preoccuparci che il loro business attuale non sia in grado di tenere il passo con la crescita massiccia, i guadagni e le aspettative per le quali il mondo sta dando loro credito».

Insomma, the next big thing è già fra noi. Ci sono così tante cose da fare per migliorare il presente – penso alle cose più concrete, come per esempio la messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico. O degli edifici dal rischio sismico. Ma penso anche alle cose più astratte da risolvere nella pratica, come l’educazione. Scopro che è possibile che, in una scuola per l’infanzia, il rapporto sia di un educatore per 26 bambini e mi dico che è qualcosa che non può funzionare bene. E penso alla necessità di introdurre buone pratiche e l’ottimizzazione in azienda, la SEO, come questione culturale. Il digitale come elemento del reale. Il sito come fulcro di un’attività semplificata, ottimizzata, ripulita – che guardare al futuro in quel modo ossessivo è un atto di hybris, nel migliore dei casi. Oppure, nel peggiore dei casi, è proprio una narrativa deteriore che maschera la mancanza di sostenibilità a lungo termine e che nega il fatto che esistono altre crescite possibili oltre a quella (utopistica) infinita.

Alberto Puliafito

[Questo è un pezzo gratuito di Wolf. Se vuoi leggere l’archivio e ricevere le tre uscite settimanali, abbonati]

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A margine.

[1] The Information, per inciso, è un ottimo posto dove trovare opinioni che si confrontano. A differenza della maggior parte dell’ecosistema italiano si dice quel che è evidente, senza quel tono-zerbino nei confronti dell’universo hi-tech e senza quel tono luddista da “oddio mi si è ristretta la democrazia per colpa dell’algoritmo”. È un posto come quello che, in Italia, stiamo cercando di creare qui su Wolf, anche grazie al tuo aiuto. Secondo me ce n’è tanto bisogno.
[2] Il trailer incorporato qui sopra è dal film “Big Significant Things un bel road movie – originale, delicato e angosciato al tempo stesso – visto nel 2014 al Torino Film Festival.

Su Wolf. 116

dati-audiweb-agosto-2016Cosa trovi su Wolf. 116?

L’analisi dei dati Audiweb di agosto 2016 (usciti ieri), a cura di Pier Luca Santoro. [Per leggerla, abbonati]schermata-2016-10-19-alle-11-17-01

E poi un viaggio nel mondo SEO-SEM con Google che fa le acrobazie sulle SERP dei casi di studio italiani. E una specie di “chiamata all’azione” per fare un test insieme e raccogliere dati e buone pratiche allo scopo di fare una pagina informativa sul tema. [Per leggere, abbonati]

TAL – Che cos’è?

TAL - Il comunicato stampa con cui Audiweb ha annunciato, nel 2014, il nuovo regolamento sulle aggregazioni di traffico.
TAL – Il comunicato stampa con cui Audiweb ha annunciato, nel 2014, il nuovo regolamento sulle aggregazioni di traffico.

Che cos’è la TAL? Cosa c’entra con la misurazione del traffico su internet e con i dati Audiweb?

La risposta è semplice: TAL è un acronimo che significa Traffic Assignment Letter. Con la lettera di assegnazione del traffico, in USA, si comunica a ComScore che il traffico del proprio sito si può considerare aggregato a un certo network o a una certa proprietà.

Più genericamente, TAL è passata a indicare per metonimia l’aggregazione di audience online.

La tecnica, ovviamente, è rimbalzata in tutte le nazioni e si fa anche in Italia.

Ecco l'header del sito aranzulla.it che contribuisce al traffico di ilessaggero.it
Ecco l’header del sito aranzulla.it che contribuisce al traffico di ilessaggero.it

Perché si fa TAL? Be’, è semplice: i grandi network o editori lo fanno per ingrandire il proprio bacino di visitatori unici e dunque per vendere meglio la pubblicità. E i siti che contribuiscono al loro traffico possono beneficiare, in alcuni casi, di un accordo presumibilmente anche economico.

A gennaio 2014, in Italia, dopo molte polemiche sul tema, il cda di Audiweb ha introdotto un nuovo regolamento sulle aggregazioni di traffico. Di fatto, fino a quel momento i dati proponevano il totale del traffico di un sito, senza tener conto delle aggregazioni.

Dal 24 gennaio, invece, si decise di operare così:

Il nuovo regolamento prevede modifiche che garantiranno una maggiore trasparenza nella rappresentazione delle componenti di audience di ogni editore, distinguendo le audience ”organiche” da quelle ”aggregate o non organiche” derivanti da accordi editoriali di cessione traffico (TAL – Traffic Assignment Letter) attraverso una riorganizzazione del catalogo di Audiweb e le regole di composizione delle brand e dei channel.

Da un punto di vista organizzativo, Audiweb gestira’ direttamente la documentazione sulle aggregazioni e sulle cessioni del traffico (TAL – Traffic Letter Assignement) degli editori presenti nell’Audiweb Database.

In alcuni casi, il traffico con o senza TAL aumenta o diminuisce significativamente.

Da febbraio 2015, poi, il dato è stato definitivamente disaggregato.