Le breaking news sono tossiche

Le breaking news sono tossiche

Orlando, spari in un locale gay, almeno 50 morti e 53 feriti. Marsiglia, 35 feriti 6 persone fermate, l’Uefa apre inchiesta. Due notizie che una volta successe vanno capite, non solo riportate e raccontate live, minuto per minuto. L’informazione veloce non lo fa.

Il fast journalism ha smesso di cercare di capire. Riporta, quando va bene. Scrive titoli, sceglie foto. Ma non va in profondità, non ci indica mai il punto dSchermata 2016-06-13 alle 11.45.06ove scavare. E soprattutto, non scava. Quindi non solo il giornalismo veloce, cotto e mangiato e aderente alle breaking news non solo non serve: è pericoloso.

È pericoloso perché oggi ci limitiamo a guardare le immagini di Marsiglia — con quella scena pazzesca dell’uomo con la stampella che, colpito da una sedia, da una SEDIA, in testa, rotola dalle scale nel centro storico, a pochi metri dal Vieux Port e dal Panier, il cuore della città — e non le capiamo. Ci sembrano assurde, ma non ci ragioniamo. Pensiamo da mesi che il pericolo siano uomini barbuti e invasati, ma ci ritroviamo a vedere una delle più belle città del Mediterraneo assediata e distrutta da inglesi e russi. Senza barba. Con un sacco di birra in corpo. Per una partita di calcio.

È pericoloso perché oggi ci limitiamo a guardare agli States e a piangere 50, forse più, morti ammazzati da un pazzo omofobo. Senza barba. Senza corano in mano. Ma armato di pistola, un cittadino autorizzato, un pazzo. E cosa succede? Oggi leggiamo la notizia, domani ce ne siamo dimenticati. Oggi hanno ammazzato i gay, domani ci sarà una strage in mare, dopodomani un attentato a Damasco e via, a rincorrere la morte e la distruzione. Per accumulare click.

È che la profondità non va di moda nell’informazione. Perché la convenienza specifica delle testate giornalistiche non è né formare un’opinione pubblica, né informarla. La convenienza specifica dei quotidiani e degli organi di informazione è vendere la pubblicità. È quella la cosa che sta morendo: i contenitori di contenuti informativi allo scopo unico di essere veicoli di pubblicità.

Una volta forse funzionava — erano altri tempi, non c’era la capacità analitica e metrica di oggi (ci ritorniamo un’altra volta) — e quindi bisogna scegliere la propria convenienza specifica e perseguirla. Se si sceglie quella del veicolare la pubblicità, si sta facendo pubblicità. Se si sceglie il veicolare informazione, si fa informazione. E si vende quella.

Il mischiarsi delle due “missioni” — pubblicità e pubblico — in questo particolare momento storico, con le sue congiunture e con le sue caratteristiche ibride e ancora per molti di noi difficile da capire, non funziona.

Il fast journalism, come il fast food, è tossico. La sua agenda non è plasmata su di noi, ma su chi paga. Segui i soldi, e capirai la convenienza specifica che li muove. Segui i soldi che stanno dietro ai banner e alle pubblicità tabellari. Quando sfogli il giornale, se ancora ne compri, guarda di chi sono le pubblicità che appaiono in pagina. Sono loro i mandanti di quello che leggi.

E Slow News? Slow News è il tentativo di costruire qualcosa di diverso. Niente di nuovo, soltanto il ripristinare una relazione senza la quale il giornalismo è pubblicità La relazione tra chi scrive e chi legge, una relazione basata sull’interesse di entrambi e sul confluire delle loro convenienze specifiche.

Essere liberi, entrambi. Ovvero essere (in)formati, e (in)formare.

[Questo è il pezzo free di Wolf del lunedì. Se vuoi provarci, abbonati] [La foto è tratta da Pixabay]

 

(AC)