Le video views sono una puttanata

video views metricheLe video views sono una puttanata.

Cosa sono le video views? Sono una metrica di analitica digitale. In parole povere, servono per misurare – almeno negli intenti – il successo o l’insuccesso di un contenuto digitale.
Premesso che le metriche sono importanti se e solo se vengono utilizzate per capire realmente come si comportano i fruitori di un contenuto digitale, stiamo assistendo a una progressiva esplosione dell’ossessione per le video views, alimentate prima dalla necessità di vendere i preroll pubblicitari (i formati di pubblicità video che precedono i video che guardi. Sempre che tu non abbia installato AdBlock), poi dai video su Facebook (che Facebook premia col suo algoritmo) quindi dai video live sempre su Facebook live.

Il fatto è che le video views non misurano proprio niente. E misurano ancora meno se, per caso, hai fatto una campagna per promuoverle. 4% di riproduzione dei video dopo click. 12% di visualizzazioni con audio attivo. video views metriche

Sono numeri veri, che abbiamo raccontato il 5 aprile su Wolf, nel numero 31, in un pezzo dal titolo Videoviews / La verità, vi prego, sulle metriche di Facebook (e non solo). [Il pezzo, come al solito, è riservato agli abbonati. Se vuoi provarci, abbonati].

Adesso, per fortuna e per l’igiene dell’ecosistema dei contenuti digitali, l’idea comincia a diffondersi. Su Gawker lo scrivono (anche loro) chiaro e tondo. Internet Video Views Is A 100 Percent Bullshit Metric.

Ma non c’era bisogno del video di Buzzfees dell’anguria che esplode. Bastava fare 4 click 4 sulle metriche di Facebook o di qualsiasi strumento di analitica digitale per rendersene conto.

Anzi. Bastava conoscere la storia. Per esempio l’Auditel. E il fatto che se le famiglie con il meter per campionare gli ascolti, per dire, lo lasciano acceso anche di notte, va a finire che il monoscopio – cioè quella cosa che i millennials non conoscono – fa 57mila telespettatori.

Le video views sono sempre state una puttanata. Ma sono una convenzione per un modello che cerca volume e non valore. Un modello agonizzante e moribondo.

 

Blendle: i primi a usarlo in Italia. Ma serve la massa critica

Blendle cos'è - ItaliaSu Wolf, il magazine di Slow News e DataMediaHub, siamo i primi a usare Blendle in Italia.

Cos’è Blendle? È una start-up olandese. Anzi, forse sarebbe bene non chiamarla più start-up. Blendle è una piattaforma online per le news. Fondata da Marten Blankesteijn e Alexander Klöpping, finanziata anche dal governo olandese durante il lancio (aprile del 2014).

Come funziona Blendle?  Hai presente iTunes? Netflix? Spotify? Be’, per farla molto breve, Blendle funziona così: se vuoi leggere, paghi per il singolo articolo che vuoi leggere, attraverso un micropagamento. Fine della storia.

E dal punto di vista degli editori? Gli editori fanno un accordo con Blendle e cominciano a mettere i loro articoli sulla piattaforma. I prezzi vanno da 0,99 euro a 1,99 euro a pezzo.

Chi ci guadagna? Gli editori e Blendle, che si prende il 30% della singola transazione.

Dov’è disponibile? Nata in Olanda, poi espansa in Germania, il 23 marzo del 2016 è sbarcata – in beta – anche negli U.S.A.

E in Italia? Il discorso è complicato. Cerchiamo di farlo semplice. Come spiegava Pier Luca Santoro ad aprile del 2015, perché Blendle possa funzionare

bisogna necessariamente fare degli accordi con gli editori italiani. Non credo che esistano le condizioni nel breve, per i prossimi 12/24 mesi, per la sua introduzione in Italia.
Quindi, manca l’accordo con gli editori, in Italia? Ovvio che manca. Blendle non è ancora sbarcato nel nostro paese.
E allora come fate a essere i primi in Italia a usare Blendle? Ecco, questa è la parte interessante. Praticamente, una piattaforma che racchiude una serie di giornalisti in rete (si chiama Reporters Online), con il supporto di Blendle, ha sviluppato un plugin per WordPress (ecco la guida di Wolf, solo per abbonati) cheBlendle il plugin per WordPress consente di vendere i propri pezzi su Blendle. Si chiama Blendle Button.
Dopo che Pierluigi Vitale ne ha parlato su DataMediaHub, ne abbiamo fatto richiesta per Wolf. In meno di quarantott’ore abbiamo avuto accesso al plugin, lo abbiamo installato e abbiamo pubblicato il nostro primo articolo accessibile attraverso micropagamento. È una guida SEO, pratica e teorica, su un caso di studio reale, curato dal sottoscritto (questo sito sul Giubileo).
Il plugin funziona in tutto il mondo. Anche in Italia. Naturalmente, come scrivono sulla sezione del sito ufficiale di Reporters Online, «le persone che vogliono pagare per un articolo devono avere un account Blendle, e il bottone stesso non è ancora stato tradotto: è solo in olandese». La pagina delle FAQ del plugin, comunque, fa ben sperare. E non solo quella. La nostra iniziativa è stata ripresa su Facebook, sia dalla pagina ufficiale di Reporters Online sia da Jan-Jaap Heij, fondatore di Reporters Online.

Proprio Jan-Jaap Heij mi ha scritto, nei commenti alla sua condivisione, che a breve arriverà il plugin ufficiale di WordPress e che il bottone verrà tradotto almeno in inglese. Naturalmente mi sono offerto per una traduzione in italiano: è questo lo spirito con cui sono nate Slow News e il suo supplemento Wolf.

Blendle salverà il giornalismo? Non esiste una risposta a questa domanda, perché la domanda è malposta. Nulla salverà il giornalismo, se non il giornalismo stesso, con le sue buone pratiche. Blendle può essere un’importante leva su cui poggiare alcuni progetti. Non la sola, per carità (vale la cara, vecchia regola dell’economia delle soluzioni parziali per alcuni). Siamo convinti che alcuni pezzi che proponiamo agli abbonati di Wolf (per esempio. Ma è un esempio non esaustivo) possano funzionare anche con l’offerta e l’acquisto del singolo articolo, e intendiamo percorrere anche quella strada.

E gli editori tradizionali? È vero. Se ci fossero gli editori grossi la strada sarebbe percorribile in maniera più semplice. Ma in assenza dei medesimi, ecco che gruppi di giornalisti, professionisti dell’informazione, della comunicazione, analisti, produttori di contenuti digitali che possano essere venduti a un pubblico interessato hanno una grande occasione. Quella di unirsi per creare, attraverso i propri pubblici di riferimento, una massa critica di potenziali acquirenti/lettori attraverso Blendle.

Vale la pena di provare. Se vuoi provare insieme a noi, scrivici.

(AP)

[E se ti è piaciuto questo pezzo, se pensi anche tu che ci sia bisogno di uno spazio di analisi e di conversazione sui media – che non siano le solite liste-di-cose-da-fare – e vuoi provare Wolf, qui ti puoi abbonare per un mese o per un anno. Abbiamo anche un gruppo di conversazione su Facebook, che presto diventerà un forum]

Una guida SEO, teoria e pratica: lo strano caso del Giubileo

Siamo sempre portati a pensare che si possa fare Seo solo su domini con una certa storia, solo con tanti backlink, solo con un archivio importante. Ma è davvero così? Oggi comincio a raccontarti una storia – che proseguiremo a puntate nelle prossime settimane di questa splendida avventura che sta diventando Wolf. – che riguarda un argomento ben preciso, una nicchia, sulla quale ho lavorato da solo per confermare – o sconfessare – alcune mie teorie sulla Seo.
Seo per tutti – Quello che racconterò qui di seguito non è certamente esaustivo e non si può pensare che io possa ottenere i medesimi risultati su qualunque keyword o su qualsiasi argomento (altrimenti sarei già a godermi i frutti del mio lavoro su un’isola tropicale). Ma di certo vale per qualsiasi ambito professionale: vale per chi comunica, per chi informa, per i giornalisti e per le aziende.

giubileo


Questo pezzo è stato pubblicato originariamente in due parti su Wolf, riservato agli abbonati. Se vuoi abbonarti a Wolf, clicca qui.
Se invece vuoi acquistare solo questo articolo, lo puoi fare utilizzando Blendl. Questo è il primo esperimento di Wolf con la piattaforma olandese.

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Anchor Text: che cos’è

L’anchor text (o testo del link) è il testo visibile e cliccabile in un hyperlink. Generalmente viene visualizzato vediamo blu e sottolineato.

Facciamo un esempio pratico e semplicissimo: abbonati a Wolf.

Le parole “abbonati a Wolf.” sono l’anchor text dell’hyperlink che rimanda alla pagina di abbonamento a Wolf.

Facile, no?

Il codice con cui si genera è questo:

<a href="http://wolf.slow-news.com/abbonati-a-wolf/m">abbonati a wolf</a>

Ovviamente, l’anchor text rimanda, se cliccato, a una pagina, che si chiama “pagina target”.

Le parole contenute nell’anchor text sono rilevanti per la pagina target da un punto di vista SEO.

Il futuro è il passato

«Il futuro è passato. E non ce ne siamo nemmeno accorti»
(Gianni Perego, interpretato da Vittorio Gassman
in C’eravamo tanto amati (1974), di Ettore Scola)

In questi giorni, mesi, anni di frenetico cambiamento[1], una delle più grandi ossessioni di tutti, analisti, guru, para-guru, influencer e influenti, è quella di cercare di capire come sarà il futuro. Come sarà il futuro della comunicazione. Come sarà il futuro del giornalismo. Come sarà il futuro delle pr, quello del marketing e via dicendo.

Il 2016, che secondo Slow News doveva essere l’anno dei lettori, viaggia verso la sua prima metà e per il momento possiamo dire – parliamo, naturalmente, della situazione italiana – che è l’anno dei lettori a parole. I fatti, be’, quelli sono sempre meno interessanti di quel che si vorrebbe far credere.

Non paghi di questa ossessiva ricerca della predizione – che spesso si traduce in scivoloni clamorosi e profezie sbagliate, talmente sbagliate che poi, per restar coerenti, si rischia di diventari ridicoli – ci riempiamo la bocca di analisi su fenomeni “nuovi” e ci perdiamo in deleteri confronti con un “prima” che, tutte le volte che lo si nomina, ha un po’ il sapore dell’Arcadia.

Il clickbait, per esempio. Un fenomeno terribile, inventato con i social network per molti ma che in realtà è sempre esistito. Basta pensare alle civette delle edicole. Agli strilloni.

Più in generale, basta pensare a tutti i modelli che cercano volume e non valore: non sono mica invenzione dei giorni nostri, purtroppo.

Dire che nulla è cambiato, però, sarebbe ingeneroso nei confronti della tecnologia e dell’evoluzione.

I contenuti digitali rappresentano un cambiamento. La possibilità di misurarli (è quel che fa l’analitica digitale), di commentarli (è quel che fanno gli utenti), di indicizzarli, scansionarli, ordinarli secondo valori di merito (è quel che fa un motore di ricerca), spacchettarli, condividerli o farli condividere attraverso i canali più vari, è obiettivamente un cambiamento rispetto a “quando non c’era il digitale”.

Prima che esistessero i contenuti digitali cosa avrei potuto fare, di un singolo articolo di giornale? Fotocopiarlo e spedirlo a casa di una decina di amici? Potevo forse stabilire quante persone lo avessero letto e per quanto tempo? Quante persone lo avessero utilizzato per approfondire altre storie? [2] Ora gli usi di una singola pagina web (che peraltro può contenere foto, video, a sua volta altri contenuti incorporati) sono molto più vari e complessi.

Quindi, forse, quando parliamo del “prima” ci riferiamo a quel mondo in cui la comunicazione era analogica e/o stampata. E quando parliamo del futuro, allora? Semplicemente stiamo scappando dal presente. Siccome non lo capiamo bene, proviamo a immaginarci cosa avverà poi.

Il punto è che i professionisti della comunicazione (in qualsiasi sua declinazione) dovrebbero sapere che le buone pratiche non si inventano adesso: sono radicate nelle fondamenta delle nostre professioni. Nei servizi che offriamo[3]. Nel loro valore, nell’etica, nell’attenzione per i pubblici e per i clienti, nella trasparenza e nell’onestà intellettuale.
Se vogliamo generalizzare e banalizzare, nel “fare bene il proprio lavoro”. Nel buonsenso. Allo stesso modo, le cattive pratiche sono sempre presenti nella storia stessa dei mestieri connessi con la comunicazione e l’informazione.

Il futuro è il passato. [4]

(AP)

[1] Oh, wait! non è che il cambiamento c’è da sempre? Viene il dubbio, vero? E se c’è sempre stato, non è che non è cambiato niente?
[2] Sì, certo: l’analitica digitale non è una scienza esatta e certe metriche sono “taroccabili”
[3] Un ottimo Ben Thompson, oggi, 3 maggio 2016, parla dell’offrire servizi e del cambiamento, guarda caso.
[4] Per inciso, è da quel passato, da questo presente e da tutti i futuri possibili che prendiamo spunto, su Wolf, per realizzare il nostro magazine, conversando con i nostri abbonati e producendo tre numeri a settimana di notizie, analisi, guide, riflessioni, spunti. Se vuoi provarci, abbonati.

il futuro è il passato