Il futuro è il passato

«Il futuro è passato. E non ce ne siamo nemmeno accorti»
(Gianni Perego, interpretato da Vittorio Gassman
in C’eravamo tanto amati (1974), di Ettore Scola)

In questi giorni, mesi, anni di frenetico cambiamento[1], una delle più grandi ossessioni di tutti, analisti, guru, para-guru, influencer e influenti, è quella di cercare di capire come sarà il futuro. Come sarà il futuro della comunicazione. Come sarà il futuro del giornalismo. Come sarà il futuro delle pr, quello del marketing e via dicendo.

Il 2016, che secondo Slow News doveva essere l’anno dei lettori, viaggia verso la sua prima metà e per il momento possiamo dire – parliamo, naturalmente, della situazione italiana – che è l’anno dei lettori a parole. I fatti, be’, quelli sono sempre meno interessanti di quel che si vorrebbe far credere.

Non paghi di questa ossessiva ricerca della predizione – che spesso si traduce in scivoloni clamorosi e profezie sbagliate, talmente sbagliate che poi, per restar coerenti, si rischia di diventari ridicoli – ci riempiamo la bocca di analisi su fenomeni “nuovi” e ci perdiamo in deleteri confronti con un “prima” che, tutte le volte che lo si nomina, ha un po’ il sapore dell’Arcadia.

Il clickbait, per esempio. Un fenomeno terribile, inventato con i social network per molti ma che in realtà è sempre esistito. Basta pensare alle civette delle edicole. Agli strilloni.

Più in generale, basta pensare a tutti i modelli che cercano volume e non valore: non sono mica invenzione dei giorni nostri, purtroppo.

Dire che nulla è cambiato, però, sarebbe ingeneroso nei confronti della tecnologia e dell’evoluzione.

I contenuti digitali rappresentano un cambiamento. La possibilità di misurarli (è quel che fa l’analitica digitale), di commentarli (è quel che fanno gli utenti), di indicizzarli, scansionarli, ordinarli secondo valori di merito (è quel che fa un motore di ricerca), spacchettarli, condividerli o farli condividere attraverso i canali più vari, è obiettivamente un cambiamento rispetto a “quando non c’era il digitale”.

Prima che esistessero i contenuti digitali cosa avrei potuto fare, di un singolo articolo di giornale? Fotocopiarlo e spedirlo a casa di una decina di amici? Potevo forse stabilire quante persone lo avessero letto e per quanto tempo? Quante persone lo avessero utilizzato per approfondire altre storie? [2] Ora gli usi di una singola pagina web (che peraltro può contenere foto, video, a sua volta altri contenuti incorporati) sono molto più vari e complessi.

Quindi, forse, quando parliamo del “prima” ci riferiamo a quel mondo in cui la comunicazione era analogica e/o stampata. E quando parliamo del futuro, allora? Semplicemente stiamo scappando dal presente. Siccome non lo capiamo bene, proviamo a immaginarci cosa avverà poi.

Il punto è che i professionisti della comunicazione (in qualsiasi sua declinazione) dovrebbero sapere che le buone pratiche non si inventano adesso: sono radicate nelle fondamenta delle nostre professioni. Nei servizi che offriamo[3]. Nel loro valore, nell’etica, nell’attenzione per i pubblici e per i clienti, nella trasparenza e nell’onestà intellettuale.
Se vogliamo generalizzare e banalizzare, nel “fare bene il proprio lavoro”. Nel buonsenso. Allo stesso modo, le cattive pratiche sono sempre presenti nella storia stessa dei mestieri connessi con la comunicazione e l’informazione.

Il futuro è il passato. [4]

(AP)

[1] Oh, wait! non è che il cambiamento c’è da sempre? Viene il dubbio, vero? E se c’è sempre stato, non è che non è cambiato niente?
[2] Sì, certo: l’analitica digitale non è una scienza esatta e certe metriche sono “taroccabili”
[3] Un ottimo Ben Thompson, oggi, 3 maggio 2016, parla dell’offrire servizi e del cambiamento, guarda caso.
[4] Per inciso, è da quel passato, da questo presente e da tutti i futuri possibili che prendiamo spunto, su Wolf, per realizzare il nostro magazine, conversando con i nostri abbonati e producendo tre numeri a settimana di notizie, analisi, guide, riflessioni, spunti. Se vuoi provarci, abbonati.

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