Cosa c’entra Aranzulla con il giornalismo?

Salvatore AranzullaSono fermamente convinto del fatto che il giornalismo imprenditoriale sia una delle possibili vie d’uscita per progetti di singoli o gruppi di giornalisti.

Ne parlo spesso nei miei corsi, e faccio anche un corso dedicato integralmente al tema, cercando di capire come si possano progettare, gestire, promuovere, finanziare e migliorare progetti di giornalismo digitale (il tema è anche al centro del mio libro DCM – Dal giornalismo al digital content management, prossimamente in uscita per il Centro Studi).

Contestualmente, mostro anche alcuni esempi virtuosi di progetti sostenibili, digitali o cartacei, italiani o stranieri, sottolineando come valga per tutti l’economia delle soluzioni parziali.

Fra questi progetti, spesso mostro anche – a sua insaputa – il sito di Salvatore Aranzulla, spiegando la sua idea, semplice e vincente.

Durante uno di questi corsi, un collega, anche piuttosto piccato, mi ha chiesto senza mezzi termini: «Ma cosa c’entra Salvatore Aranzulla col giornalismo».

Per rispondere, prima ho aperto una homepage di un noto quotidiano italiano mainstream, ho letto tutti i titoli della colonna di destra e ho detto: «E questi cosa c’entrano col giornalismo?»

Poi, siccome non bisogna fare solo esempi deteriori e secondo me, per capirci, quello di Salvatore è un ottimo lavoro, ho spiegato come la vedo: il sito aranzulla.it è un servizio. Funziona, serve alle persone, è fatto bene, io stesso l’ho utilizzato più volte (in alcune occasioni ci sono capitato per caso, grazie all’ottimo posizionamento SEO del sito in questione. In altre ci sono andato senza passare da Google). Se lo vogliamo vedere da un punto di vista giornalistico, è senz’altro un servizio basico, per carità. Ma sfigurerebbe, forse, all’interno di un magazine dedicato alla tecnologia? Sarebbe un problema se un quotidiano nazionale proponesse un servizio analogo?

La verità, per quel che mi riguarda, è che Salvatore Aranzulla ha avuto un’ottima idea. Un’idea imprenditoria, che poteva farsi venire anche un giornalista. Grazie a questa idea ottiene un ottimo fatturato, a quanto risulta in costante aumento, ed è un progetto sostenibile.

No, non è giornalismo d’inchiesta, no. Ma è comunque un ottimo lavoro. Che potrebbe anche essere giornalistico. E le etichette, lasciatemelo dire da blogger / giornalista / imprenditore / regista, non contano proprio niente. Superarle significa aprire la mente, non certo violare la deontologia. Anzi. Come al solito, offrire un servizio ai lettori richiede etica.

A margine dell’incontro in cui ho spiegato queste cose, un altro collega ha fatto una battuta molto bella, perfetta per chiudere questo semplice Wolf del lunedì:

«È vero, c’è un’enorme differenza fra le guide di Aranzulla e il giornalismo. La differenza è che le guide di Aranzulla sono sempre accurate».

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(AP)

Da Wolf, un modello di business per il giornalismo del futuro

L'immagine è tratta da Wikipedia, alla voce Journalism. È il tesserino da giornalista di Simon Wim, olandese. È stato caricato su Wikipedia dalla figlia con licenza CC 3.0,
L’immagine è tratta da Wikipedia, alla voce  Journalism. È il tesserino da giornalista di Simon Wim, olandese. È stato caricato su Wikipedia dalla figlia con licenza CC 3.0,

Individuare un modello di business per il giornalismo del futuro è senza dubbio un’impresa. Il tema interessa senz’altro gli addetti ai lavori, ma dovrebbe interessare anche i lettori. Perché un giornalismo sostenibile che abbia i lettori al centro del proprio progetto e che produca contenuti di qualità è un buon giornalismo. Il resto è flusso tossico.

A novembre 2016, insieme a Pier Luca Santoro, ho tenuto, al Glocal di Varese, un incontro dal titolO “Nuovi modelli di business per il giornalismo”. Qui le slide.

Su IL di maggio 2016 si parlava (di nuovo) di futuro dei giornali.

Il libro di Pier Luca Santoro (I Giornali del Futuro, il Futuro dei Giornali: Chi vincerà la sfida dell’informazione tra carta e web) pubblicato con Informant resta lettura imprescindibile e d’ispirazione.

Qui, sulla base di questa e altre letture (da Julia Cagè a Marco Dal Pozzo, da Andrea Signorelli a Frédéric Martel) e di altre considerazioni che derivano dalle sessioni di domande-e-risposte che si svolgono durante i miei corsi provo a delineare le caratteristiche che dovrebbe avere, secondo me, un modello di business plausibile, mutuandolo fondamentalmente da tre ambiti (il settore terziario, quello sportivo e quello dell’industria discografica) e valorizzando le peculiarità del giornalismo. È il modello Wolf e l’obiettivo è di metterlo online per poi accrescerlo e integrarlo.

Premessa al modello Wolf – La premessa necessaria è che è molto difficile che gli editori tradizionali – leggi anche “grossi” – possano o vogliano davvero sfruttarlo, soprattutto in Italia. Forse potrebbero, ma sono troppo legati al modello volume-non-valore dell’advertising, hanno costi troppo alti da sostenere e non hanno dimostrato, negli anni, la dovuta flessibilità e capacità di investire in ricerca e sviluppo. La crisi non è una crisi che si consuma solo nel mondo dell’editoria e del giornalismo. È una crisi di modello e dentro a quel modello non ha soluzione.

Invece, il modello Wolf che si delinea qui di seguito è adatto, senza ombra di dubbio, a qualsiasi progetto medio-piccolo di giornalismo imprenditoriale.

Concetti fondamentali del modello Wolf – I tre concetti fondamentali su cui si basa il modello sono:

  • il servizio a una comunità, in tutte le forme possibili. Questo significa individuare una o più nicchie di riferimento (secondo il principio della verticalità) e servirne i bisogni, differenziando e specializzando l’offerta sia da un punto di vista dei contenuti sia da un punto di vista delle modalità di accesso ai medesimi;
  • lo stadio di proprietà. Si veda in merito l’apposita analisi riservata agli abbonati di Wolf, dove si racconta perché è meglio avere un proprio “posto” dove portare i lettori anzichenò;
  • la sostenibilità. Per raggiungerla, vanno utilizzate tutte le forme di monetizzazione possibili, traendo ispirazione dall’industria discografica (vendita del singolo brano, abbonamenti, edizioni limitate per appassionati su supporti differenti, eventi dal vivo, eventi a sorpresa, clinic…)
    I contenuti nel Modello Wolf –
    «Content is King» – Il mantra che deriva dal celeberrimo scritto di Bill Gates è stato svuotato di significato, a furia di ripeterlo. Ma dovrebbe essere un faro. Con un’avvertenza. Contenuti, distribuzione e promozione devono essere interpretati come parti integranti del prodotto. I vari reparti dell’impresa editoriale (redazionale, tecnico, marketing, commerciale) si confrontano per creare in sinergia un prodotto in cui la somma delle esigenze diverse offre un unicum che mette il lettore al centro, attraverso una misurazione attenta della reale esperienza utente e senza partire da preconcetti o da convinzioni auto-generate su “quello che vuole il lettore”.

    I contenuti, intesi nel senso più “lato” possibile, sono il servizio che si offre alla comunità. La coerenza editoriale deve riguardare tutti gli aspetti del servizio.

    La distribuzione sfrutta tutti i canali possibili, con l’obiettivo di servire la comunità quanto più possibile all’interno di spazi propri. Anche la promozione deve avvenire attraverso tutti i canali possibili (online, sfruttando ovviamente le leve SEO e social, che non vengono interpretati come piattaforme distributive ma, fra le altre cose, anche come canali di promozione).

    Le metriche di analitica digitale devono essere utilizzate in maniera diversa da quella preponderante. Attualmente vengono utilizzate come convenzione per il mercato degli investitori. Questa tendenza deve essere sostituita da un unico scopo: comprendere le abitudini dei nostri pubblici.I lettori nel Modello Wolf – L’algoritmo è il lettore.

    Le leve del Modello Wolf – Questo modello prevede che si adotti in maniera virtuosa l’economia delle soluzioni parziali per alcuni. Ciò significa diversificare quanto più possibile, appunto:

  • le fonti di ricavi (in particolare quelle alternative all’advertising. Cioè: premium, pay per read, membership, subscription, crowdfunding e via dicendo)
  • le modalità di promozione dei contenuti
  • le fonti di traffico

    Analisi e conoscenza nel Modello Wolf – Il modello richiede un’accurata analisi delle cosiddette over the top per individuarne e sfruttarne le convenienze specifiche. Google e Facebook – per fare due esempi pratici – vanno utilizzati non come badanti o come promotori di novità: vanno utilizzati, come qualsiasi altro strumento, in modo coerente con la propria identità editoriale. Inoltre, qualsiasi strumento o tecnologia va utilizzato se ci serve, se è coerente con l’identità editoriale, se è gestibile (sia in termini economici sia in termini di tempo), se può generare ricavi.

    La serendipità – Qualcuno potrebbe pensare che limitarsi a servire i “bisogni” delle persone non sia giornalismo. Lo è, invece. In un senso alto e anche imprenditoriale. Servizi “banali” possono diventare importanti fonti di fatturato ed essere utilizzati per finanziare inchieste, per esempio. E se, per serendipità, si riesce a convincere un lettore interessato a un certo tema che gli interessa, più in generale, il nostro modo di fare giornalismo, ecco che abbiamo ottenuto un membro in più della nostra comunità.

    Approfondiremo questi punti nei prossimi numeri di Wolf, riservati ai nostri abbonati.

(AP)

Facebook, l’algoritmo e le news

[Wolf del lunedì: lettura libera per tutti. Se ti piace, dal martedì al giovedì è riservato agli abbonati]

I fatti noti – Facebook, da qualche tempo, ha un algoritmo che regola il News Feed. Prima si chiamava Edge Rank e si basava fondamentalmente su tre fattori (affinità, “peso” e tempo di decadenza della condivisione). Adesso l’Edge Rank è superato e l’algoritmo, più complesso, tiene in considerazione una serie molto numerosa di fattori di ranking.
L’algoritmo viene cambiato periodicamente: le comunicazioni sulle modifiche più evidenti dell’algoritmo vengono proposte sul sito ufficiale della redazione di Facebook. Uno degli effetti più evidenti dell’algoritmo di Facebook è stata la riduzione della portata organica delle condivisioni.
Vuol dire che se condivido qualcosa su Facebook, questo qualcosa viene mostrato a una percentuale molto bassa dei miei “amici” o “fan”. Se poi questo qualcosa porta fuori da Facebook, in ottemperanza al suo essere un walled garden, la percentuale di persone a cui viene mostrato è ancora più bassa. In questo modo, Facebook ottiene due risultati: il primo è che può gestire a piacimento anche i contenuti sponsorizzati che ti mostra nel tuo feed. Il secondo è che se vuoi mantenere traffico da Facebook sui tuoi siti, puoi fare campagne su Facebook, pagando. Monetizzazione garantita.

Facebook ha anche una sezione che si chiama Trending News. Non è attiva in tutto il mondo, si trova a destra del News Feed, mostra le notizie che sono “trend” (un po’ come i TT di Twitter, per capirci). Sul sito ufficiale di Facebook si spiega come vengono determinate le notizie Trending.

I fatti recenti – Il 9 maggio su Gizmodo è stato pubblicato un articolo dal titolo in cui un ex impiegato di Facebook sostiene che dal Trending News venivano sistematicamente eliminate notizie “vicine” ai conservatori. Successivamente, il Guardian ha pubblicato un documento di 21 pagine che dimostrerebbe la fondatezza della fuga di notizie. Le trending news sono affidate all’intervento umano.Facebook algoritmo polemica scelte editoriali

 

Successivamente, Facebook ha pubblicato una versione più lunga del documento (28 pagine) e un post sul suo sito ufficiale, con una spiegazione dettagliata del funzionamento dei Trending Topics.

Poi il Guardian ha pubblicato anche:

Le due posizioni contrapposte – Facebook sostiene che non censura nulla nulla e che il suo lavoro è effettuato nell’ottica di garantire una miglior esperienza utente. La fetta di mondo che si  interessa alla questione (non vedo un grande dibattito fra persone comuni, più che altro è per addetti ai lavori) critica la società di Palo Alto per la sua mancanza di trasparenza e per le (possibili o reali) manipolazioni.

Le grandi domande dell’umanità e degli addetti ai lavori – Ha senso fare una battaglia per la trasparenza di Facebook? Probabilmente sì, viste le sue dimensioni e il suo carattere sovranazionale, transcontinentale. Ma come deve essere condotta questa battaglia? Da chi? Con quali obiettivi e con quali strumenti? Con quali possibilità di successo? Siamo davvero sicuri che ci sia un dibattito? O ci parliamo addosso fra addetti ai lavori?

Cerchiamo di fare ordine.

Un algoritmo pubblico? – Già nel 2015, con poco seguito ma con idee interessanti, Enrico Bergamini spiegava perché l’algoritmo di Facebook dovrebbe essere pubblico. C’è solo un problema – dal punto di vista di Facebook –: se l’algoritmo di Facebook fosse pubblico, allora Facebook non monetizzerebbe.

Oggi Jeff Jarvis scrive: Facebook needs an editor. Poynter rincara la dose pubblicando un immaginario annuncio per cercare una figura di Public editor per Facebook.

Sul New York Times, Farhah Manjoo scrive:

Facebook è la fonte di notizie più influente al mondo.

Per numero di utenti che controllano il News Feed, dice Manjoo. Per i propri profitti e per lo «tsunami di traffico che manda agli atri siti di news» (su questo punto alzerei la mano e aprirei una lunga parentesi che si chiama walled garden. È il solito discorso: sì, Facebook procura traffico a siti terzi. Sempre meno – per il singolo sito, non globalmente – e sempre più arbitrariamente).

Le trending news non contano niente – Ben Thompson, invece, si è trovato nella scomoda posizione di dover provare a difendere Facebook. Posizione nella quale a tratti mi sento anch’io, mentre scrivo. Anche se penso che la sua convenienza specifica consista non solo nel diventare sempre più impermeabile in uscita e nel trattenerti quanto più possibile al suo interno, ma anche che la naturale conseguenza della sua natura sia il tentativo di diventare interne). Quindi, la questione non è difensivista, ma di analisi. Thompson, che è un bravo analista, scrive in The real problem with Facebook and the news (la traduzione è libera, del sottoscritto):

 «la profonda ironia di questa polemica sta nel fatto che Facebook sta ricevendo una quantità enorme di critiche per la presunta manipolazione di notizie attraverso una squadra di curatori umani che prendono decisioni editoriali, invece di fare affidamento su ciò che si pensava fosse un algoritmo. Ma è l’algoritmo che alimenta il News Feed, con l’obiettivo di massimizzare il coinvolgimento (=engagement) che, probabilmente fa più danni politici di qualsiasi essere umano prevenuto».
Perché? È molto semplice. Perché la parte di Facebook che “conta” davvero, il News Feed, ti confina nei percorsi autoconfermativi (l’idea era già stata esposta da Parisier nel suo celeberrimo Il filtro (La cultura)(*).

 

I conservatori vedono storie conservatrici, i liberali ne vedono di liberali; la via di mezzo è difficile da trovare tanto quanto un modello di business per il giornalismo (le due cose non sono disconnesse).
Le bufale – Non dovrei anche preoccuparmi del fatto che l’altra faccia della medaglia, il News Feed, quello più ambito da tutti, si trasforma in veicolo, in megafono, in amplificatore per decine di idiozie? Per esempio: Le scie chimiche, i no ai vaccini e via discorrendo? Dovrei accettarle come semplice conseguenza della “democratica”? D’altro canto, l’algoritmo di Facebook che consente la diffusione virale (anche nel senso deteriore del termine) di questi contenuti è pensato per massimizzare il coinvolgimento. E quindi non si cura minimamente della loro attendibilità.
In questa sua funzione di ripetitore di qualsiasi tipo di argomentazione, l’algoritmo è stato comunque progettato da esseri umani. Esseri umani che controllano i trend a mano (che non legge quasi nessuno) e che progettano percorsi di scelta automatica che favoriscono la diffusione di contenuti senza alcun riguardo per il merito di questi contenuti ma solamente in base alla quantità di like (o reactions), commenti, condivisioni e tempo speso che portano sulla piattaforma. Già. Tutti fattori dell’algoritmo, no?
La democrazia dell’algoritmo – Arrivati a questo punto, spero che nessuno pensi che io sia un fan di Facebook (o di Google). Figuratevi. Dovessi dire esattamente come la penso, sarei considerato probabilmente un pericoloso eversivo. Il fatto è che, detto proprio francamente, io trovo ingenuo aspettarsi che le grandi compagnie siano trasparenti. Per quale motivo dovrebbero esserlo, senza una legge che provi a imporglielo? E anche di fronte a leggi che lo impongono, le grandi compagnie (nei settori più vari) sono forse trasparenti? Sono forse democratici? O quando Facebook ha deciso arbitrariamente di chiudere i rubinetti della portata per ridurre drasticamente il traffico che porta fuori da sé potevamo già aver un quadro di quel che sarebbe successo?
Facebook e Google – Parlando con alcuni social media manager ho scoperto che c’era anche chi sperava che Facebook concedesse alle pagine di mantenere indistintamente la loro portata organica. E probabilmente ci sono stati anche molti editori a pensarlo. Ma per quale motivo razionale avrebbe dovuto farlo?

In un certo senso, mi piacerebbe pensare che la speranza non fosse vera.

Persino Google, che pure come motore di ricerca deve continuare a funzionare, ha tentato di costruire il suo valle garden: il knowledge graph ne è un esempio, anche piuttosto evidente. Prova a cercare su Google “formazione Juventus” e scoprirai che ti offre già tutte le figurine dei calciatori, senza bisogno di andare fuori. Prova a scrivere “meteo Roma”. Prova a cercare “carattere border collie”. Tutte le risposte immediate che Google ti offre – che, certo, se vogliamo sono anche un miglioramento dell’esperienza utente – sono un modo per tenerti lì.
Chi sperava che Facebook mantenesse la portata organica delle pagine forse si era dimenticato quello che aveva combinato proprio Google ai tempi dell’introduzione di Google Images. Un tempo, le immagini indicizzate su Google e ben posizionate erano un’importante fonte di traffico, soprattutto in termini di visualizzazioni di pagina con le gallery. Poi, Google ha inglobato tutto al suo interno e puoi vedere le immagini senza mai andare altrove. Devi volerlo di andare altrove. Vogliamo andare a riprendere i dati di quei giorni e commentare i clamorosi cali di traffico organico?

E allora diciamolo chiaramente: sperare che Facebook non chiudesse i rubinetti della portata organica delle nostre condivisioni era pura utopia.

Lo ripeto a costo di diventare noioso: non è che a Google siano “i buoni”. Il fatto è che mentre Facebook è una consolle, una piattaforma di intrattenimento (e al massimo di promozione), Google è un motore di ricerca. Entrambi devono continuare a funzionare.

Semplifico.
Facebook deve continuare a intrattenerti: hai mai sentito parlare di una piattaforma di intrattenimento che voglia che tu ad un certo punto smetta di usarla? No, vero? Ecco. Appunto. Facebook deve continuare a intrattenermi altrimenti io vado a usare qualcos’altro. E la minaccia fantasma si avvicina: Snapchat non è ancora numericamente credibile, come avversario, ma le condivisioni personali su Facebook stanno diminuendo percentualmente (si veda, in merito, l’interessante approfondimento di Andrea Signorelli, riservato agli abbonati di Wolf). Perché mai Facebook investirebbe nell’esperienza più immersiva che esista, come la realtà virtuale? La realtà virtuale è l’unica cosa che ti tiene lì dentro e non puoi fare altro: Facebook, oggi, lo puoi anche usare al lavoro. Gli Oculus Rift no. Zuckerberg lo sa ed è per questo che alla presentazione degli occhiali per la realtà virtuale, con tutti i giornalisti e i loro moderni paraocchi, è proprio Zuckerberg l’unico che sorride. Zuckerberg è un credibile inventore dell’Infinite jest(*), e mi spiace molto che David Foster Wallace si sia ammazzato prima di vederlo pienamente in azione.

Google, invece – il motore di ricerca – deve continuare a offrire risultati di ricerca pertinenti, altrimenti io comincio a usare Bing. Google deve difendere il proprio monopolio di fatto.
Anche Medium, il cui fondatore cerca in ogni modo di convincerti a lasciare il tuo blog personale per sbarcare sull’ennesima piattaforma di promozione di contenuti, ha la medesima convenienza specifica di Facebook: tenerti lì. Con ogni mezzo. Anche con gli Instant Articles, per esempio.

Gli Instant Articles – 
Non sono la panacea di tutti i mali. Anzi, sono un modo per consegnarsi mani e piedi a Facebook, che così potrà essere supportato anche dai nostri contenuti più pregiati nella sua missione di tenere gli utenti al proprio interno.
E poi, se prima li premia algoritmicamente, poi vorrà che tu pianifichi una campagna per mantenere lo stesso traffico che ti ha portato.
Il tutto, mentre un lettore sarà sempre meno incentivato a esplorare il tuo sito.

La versione di Zuckerberg – Il CEO di Facebook crede nella sua missione e in questa storia di connettere tutti. Lo ripeterà allo sfinimento, anche quando non avrà più senso ripeterlo. Quindi è del tutto inutile analizzare la sua posizione. Bisogna prendere atto che queste parole zuccherine alla We are the world (roba talmente anacronistica da far rabbrividire) saranno il massimo che Zuckerberg farà. E dietro a queste parole si nasconde tutto il resto.

D’altra parte, perché Facebook dovrebbe farsi inchiodare alle proprie responsabilità? Perché dovrebbe accettare di avere un Public Editor? E se anche lo avesse, perché dovrei credergli?

Dimentichiamo? – Io farei una bella cosa. Mi dimenticherei del connubio Facebook-giornalismo e comincerei a pensare al giornalismo social in un altro modo. E già che ci siamo anche il giornalismo SEO.

I servizi di reti sociali virtuali (aka social network, aka social media) sono piattaforme di promozione. La SEO è uno strumento di promozione. Il fatto che incidentalmente possano sembrare anche distributivi è, ormai, un corollario.

E allora la battaglia? – Se siamo giornalisti, facciamola per informare e per guidare i nostri pubblici alla comprensione delle reali funzioni di Google, Facebook e simili. Informare tocca a noi, non a Facebook.

(AP)

(*) Nota di trasparenza: i link rimandano al programma di affiliazione Amazon, che su Wolf utilizziamo occasionalmente. Se clicchi e compri, per te non cambia nulla. A noi arriva una piccola percentuale.