Chi ha paura dell’algoritmo?

Algoritmo Democrazia Giornalismo Facebook GoogleChe cos’è un algoritmo? La definizione della Treccani prevede tre ambiti di riferimento: matematica, informatica e logica matematica. In informatica, che è quel che ci interessa, sia perché in questi giorni si parla, ossessivamente, di algoritmo di Facebook, algoritmo di Google, algoritmo di Instagram, algoritmo di Twitter e via dicendo, ma anche perché ci conduce alla definizione più semplice e facilmente comprensibile, l’algoritmo è

insieme di istruzioni che deve essere applicato per eseguire un’elaborazione o risolvere un problema.

Una delle rappresentazioni grafiche più tradizionali di un algoritmo è quella offerta dai diagrammi di flusso.

Un esempio? Eccolo.

Ho sete? –> Sì / No –> Bevo.

Semplice, vero? È un algoritmo.

Tutta la nostra esistenza si basa su decisioni che vengono prese – spesso in maniera inconsapevole, tanto sono radicate nelle nostre abitudini comportamentali – seguendo insiemi di istruzioni.

Chi ha paura dell’algoritmo? – Sul Wall Street Journal Jeffrey Herbst scrive (un paio di giorni dopo ripreso dal Foglio) che Facebook e compagnia non possono più far finta di non essere editori. Lo sono, perché l’algoritmo è un editore.

Massimo Mantellini, su Il Post , qualche tempo fa argomentava a proposito di Twitter che stava abbandonando la somministrazione cronologica del flusso di Tweet ai suoi utenti. Secondo Mantellini c’è stato un momento, che individua nel secolo scorso, in cui gli utenti «scapigliati» «si trovavano gli amici e desideravano parlare solo con loro, sceglievano da soli quali notizie leggere, a quali discussioni partecipare, quali foto guardare, quali imbecilli ignorare». Poi sono arrivati gli algoritmi: « le bolle che oggi le piattaforme di rete sociale scrivono per noi tolgono le pile al nostro telecomando Internet: selezionano contenuti evidenziandone alcuni ed ignorandone altri, suggeriscono amicizie e idee, ammettono profili e ne cassano altri, incidono potenzialmente anche sui nostri stati d’animo mediante la semplice imposizione di una timeline al posto di un’altra […] L’ordine cronologico era un impiccio che andava rimosso. Piano piano se ne stanno occupando un po’ tutti».

Io devo essere sincero: non credo alle età dorate. E non credo a questa storia dell’internet buono e bello in cui tutti ci cercavamo fra tutti e ci sceglievamo in maniera indipendente. Quando ero “blogger” sceglievo le mie letture in base ai miei gusti. Oggi scelgo le letture in base ai miei gusti. Gusti che, senza dubbio allora come oggi, sono influenzati non solo dalla genetica e dalle mie convinzioni, ma anche dall’ambiente che mi circonda.

Welcome to the jungle – La cosa non dovrebbe stupirci. A meno che non si siano travisati completamente i ruoli delle compagnie che dominano sul web, transcontinentali. A volte viene il dubbio che si cominci a tuonare contro gli algoritmi (o contro qualsiasi cosa, alla bisogna) quando ci toccano da vicino o quando intaccano qualcosa che secondo il nostro modo di vedere è intoccabile, o quando ledono diritti che consideriamo acquisiti (ma, santo cielo, essere in ordine cronologico su una piattaforma privata di social network non è un diritto fondamentale dell’uomo)

La colpa, gravissima, è proprio quella di non essersene accorti prima o di aver finto che non fosse un argomento di conversazione o di aver finto che non fosse niente o che fosse buono e giusto ad ogni costo. Colpa che a tratti rasenta la connivenza e in altri casi, invece, è pura incomprensione del mezzo web e degli strumenti che nascono in esso.

Il cyberottimismo (esattamente come il luddismo) è ridicolo.

Non c’è mai stata una rivoluzione su Twitter. Facebook e Google non hanno mai avuto a cuore la democrazia.
Facebook e Google e le altre OTT (le Over The Top) hanno altri interessi: fare profitto, controllare, sopravvivere, farsi concorrenza.

Il giornalismo, invece, è un’altra cosa.
L’algoritmo che compone le prime pagine dei giornali o i titoli dei Tg – In tutte queste esternazioni contro gli algoritmi c’è una componente che a tratti mi sembra naif, a tratti fortemente costruita.

Parliamo di algoritmi in un motore di ricerca? Google, per funzionare – cioè per soddisfare la sua convenienza specifica – deve scansionare, indicizzare, posizionare, proporre come risultati secondo un criterio di ordinamento. Ergo: un motore di ricerca ha bisogno di un algoritmo.

Parliamo di Facebook, Twitter, Instagram? Davvero pensiamo che a un servizio che offre una piattaforma per reti sociali virtuali importi qualcosa della cronologia intesa come espressione di democrazia? Se la cronologia fosse redditizia per Facebook, Twitter, Instagram, allora manterrebbero la cronologia. Non lo è, perché i social hanno bisogno di tenerti dentro di loro. Non lo è, perché Facebook vuole diventare internet (lo scrive persino il Washington Post, quindi riteniamo il concetto sdoganato). Non lo è perché per monetizzare Facebook ha bisogno di usare un algoritmo, che ti tenga al suo interno, che limiti il traffico in uscita (ciao, editori grandi e piccoli che pensate di poter usare Facebook come volano di traffico), che soddisfi la sua convenienza propria.

Ci stupisce davvero? Ma cosa vogliamo dire allora delle prime pagine dei giornali? O dei “sommari” dei telegiornali? O della gerarchia delle notizie? Non sono, forse, frutto di scelte algoritmiche? Chi li compone non ha forse ricevuto, fin da quando esiste il giornalismo, un

insieme di istruzioni che deve essere applicato per eseguire

l’impaginazione della prima pagina, per la gerarchizzazione, per i sommari?

Quell’impaginazione veniva (viene) decisa arbitrariamente da un direttore che in teoria dovrebbe essere il contraltare dell’editore, ma che molto difficilmente risponde solo a esigenze di puro giornalismo. Lo vediamo tutti, giusto, quanto viene oscurato, in questi giorni, il referendum sulle trivelle? È solo un esempio di sostanza e nel merito. Se ne potrebbero fare a decine.  Un altro esempio? Perché nessuno – su Wolf ampia disamina in merito: è il momento di abbonarti! – ha scritto che Facebook, con l’e-commerce integrato in Messenger, sta copiando WeChat, la app di messaggistica istantanea cinese, che ha integrato questa funzione da almeno due anni?

Io non sono così preoccupato da un algoritmo che ordina i contenuti su un motore di ricerca o da un altro che mi propone le sue scelte su un social – a proposito: si può imporre l’ordine cronologico, volendo.

Non più di quanto ero (e sono) preoccupato al pensiero di quanto l’algoritmo umano controlli il modo in cui le notizie appaiono su una testata. Da quando esiste il giornalismo e senza che nessuno abbia mai tuonato contro i giornali non democratici.

Ma loro sono OTT – Sì, è vero, sono over the top. Ma ai giornalisti, al giornalismo, agli editori, dovrebbe importare trovare le proprie strade per parlare delle OTT e servire il proprio pubblico di riferimento. Non, come invece accade, andare a braccetto con le big company nella speranza – illusoria – di poterne trarre un profitto almeno nel breve periodo.

Giornalismo algoritmico – Non dobbiamo avere paura dell’algoritmo. L’algoritmo è il lettore. Bisogna usare i servizi online se ci servono, e poi uscirne, per continuare a servire al meglio il nostro pubblico di riferimento. Per farlo non c’è bisogno di farci dettare la linea editoriale dagli algoritmi: basta conoscere quel pubblico e dimenticarsi di Facebook e compagnia come piattaforme di distribuzione e utilizzarle per intercettare altri lettori, finché sarà possibile.

Bibliografia:
The Algorithm Method, Michael Schudson e Katherine FinkStrictly algorithm: how news finds people in the Facebook and Twitter age, Stuart Dredge
If you use Facebook to get your news, please — for the love of democracy — read this first, Caitlin Dewey
Poynter at SXSW: Algorithms, Journalism and Democracy
Perché l’algoritmo di Faceebook dovrebbe essere pubblico
Facebook news algorithm – good or bad for democracy?
How Google Could Rig the 2016 Election

(AP)