Walled Garden: che cos’è (e l’esempio di Facebook)

Walled garden cos'è - FacebookUn walled garden, o piattaforma chiusa, o ecosistema chiuso, è un servizio che restringe la fruizione a prodotti autorizzati o rende difficile ai propri “utenti” la possibilità di raggiungere contenuti o applicazioni su fonti esterne.

Su Pcmag ci sono ottimi esempi di walled garden. Le tv via cavo e le tv via satellite lo sono. AOL lo era: «quando era il re dei provider», si legge su PcMag, «faceva un ottimo lavoro per mantenere gli utenti sui siti affiliati ad AOL».

Altri esempi? Il Kindle di Amazon è un giardino con i muri. Lo sono le console per i videogiochi.

Il più grosso walled garden di oggi è Facebook. Erroneamente interpretato da molti (in primis gli editori, ma non solo) come una piattaforma di distribuzione dei propri contenuti (in virtù del fatto che ha rappresentato e rappresenta o può rappresentare una fonte di traffico consistente per i siti, anche per quelli di informazione), Facebook ha una sua convenienza propria che sta sviluppando senza mezzi termini. Mantenere l’utente al proprio interno.

L’illusione che Facebook potesse essere un volano gratuito di traffico dovrebbe essere finita (e se non lo è, dovrebbe essere evidente a chiunque ne verifichi i cambi di algoritmo con i quali, da Palo Alto, regolano sistematicamente le riduzioni di portata delle pagine con più fan, checché ne dicano e stabilendo, arbitrariamente, su cosa si deve puntare per aver successo “organico” (oggi va di moda dire: facciamo video live). Vuoi traffico stabile e garantito da Facebook? Paga. (È una scelta anche quella, basta saperlo).

Persino gli Instant articles (qui la prima guida, riservata agli abbonati di Wolf), che secondo alcuni dovrebbero essere un esempio di open web, sono in realtà parte di questo progetto a lungo termine (come scrive, giustamente, Dan York che, in contrapposizione all’entusiasta Dave Winer, vede sì qualcosa di positivo nel prodotto di Palo Alto, ma ne rileva anche gli elementi “negativi”).

Facebook non vuole mangiarsi internet (come scriveva in maniera un po’ naif il Corriere). Facebook vuole diventare internet, o almeno, un pezzo consistente di internet. Il suo miliardo e mezzo di utenti è una ricchezza enorme dal punto di vista del database. Più riesce a recintarne al suo interno, meglio è per Facebook. Facebook ti vuole tenere dentro. Ed essersi proposto come fonte di traffico per poi chiudere progressivamente i rubinetti è una strategia perfetta e coerente. Si può sceglere di farne parte, ma bisogna esserne consapevoli.

Tutti gli sviluppi annunciati da Zuckerberg nella F8 vanno in questa direzione: dall’uso di Messenger per acquisti in-app (con l’orpello spesso inutile dei bot) all’altro gigantesco walled garden della realtà virtuale (qui lo speciale Wolf sulla RV, sempre per abbonati).

Facebook ti vuole tenere lì. Se trovi un modo utile al tuo business per starci, fallo. Se no, meglio costruire il tuo stadio di proprietà. Che, se vuoi, è un misto fra il walled garden e il farsi distribuire i propri contenuti.

Il disegnino brutto che illustra questa voce di glossario avrebbe dovuto essere una gif animata: quello spazietto dal quale si può ancora uscire verso l’open web era molto più ampio nel 2007 e lo è stato fino al 2011. Poi si è progressivamente ristretto.

(AP)

 

Chi ha paura dell’algoritmo?

Algoritmo Democrazia Giornalismo Facebook GoogleChe cos’è un algoritmo? La definizione della Treccani prevede tre ambiti di riferimento: matematica, informatica e logica matematica. In informatica, che è quel che ci interessa, sia perché in questi giorni si parla, ossessivamente, di algoritmo di Facebook, algoritmo di Google, algoritmo di Instagram, algoritmo di Twitter e via dicendo, ma anche perché ci conduce alla definizione più semplice e facilmente comprensibile, l’algoritmo è

insieme di istruzioni che deve essere applicato per eseguire un’elaborazione o risolvere un problema.

Una delle rappresentazioni grafiche più tradizionali di un algoritmo è quella offerta dai diagrammi di flusso.

Un esempio? Eccolo.

Ho sete? –> Sì / No –> Bevo.

Semplice, vero? È un algoritmo.

Tutta la nostra esistenza si basa su decisioni che vengono prese – spesso in maniera inconsapevole, tanto sono radicate nelle nostre abitudini comportamentali – seguendo insiemi di istruzioni.

Chi ha paura dell’algoritmo? – Sul Wall Street Journal Jeffrey Herbst scrive (un paio di giorni dopo ripreso dal Foglio) che Facebook e compagnia non possono più far finta di non essere editori. Lo sono, perché l’algoritmo è un editore.

Massimo Mantellini, su Il Post , qualche tempo fa argomentava a proposito di Twitter che stava abbandonando la somministrazione cronologica del flusso di Tweet ai suoi utenti. Secondo Mantellini c’è stato un momento, che individua nel secolo scorso, in cui gli utenti «scapigliati» «si trovavano gli amici e desideravano parlare solo con loro, sceglievano da soli quali notizie leggere, a quali discussioni partecipare, quali foto guardare, quali imbecilli ignorare». Poi sono arrivati gli algoritmi: « le bolle che oggi le piattaforme di rete sociale scrivono per noi tolgono le pile al nostro telecomando Internet: selezionano contenuti evidenziandone alcuni ed ignorandone altri, suggeriscono amicizie e idee, ammettono profili e ne cassano altri, incidono potenzialmente anche sui nostri stati d’animo mediante la semplice imposizione di una timeline al posto di un’altra […] L’ordine cronologico era un impiccio che andava rimosso. Piano piano se ne stanno occupando un po’ tutti».

Io devo essere sincero: non credo alle età dorate. E non credo a questa storia dell’internet buono e bello in cui tutti ci cercavamo fra tutti e ci sceglievamo in maniera indipendente. Quando ero “blogger” sceglievo le mie letture in base ai miei gusti. Oggi scelgo le letture in base ai miei gusti. Gusti che, senza dubbio allora come oggi, sono influenzati non solo dalla genetica e dalle mie convinzioni, ma anche dall’ambiente che mi circonda.

Welcome to the jungle – La cosa non dovrebbe stupirci. A meno che non si siano travisati completamente i ruoli delle compagnie che dominano sul web, transcontinentali. A volte viene il dubbio che si cominci a tuonare contro gli algoritmi (o contro qualsiasi cosa, alla bisogna) quando ci toccano da vicino o quando intaccano qualcosa che secondo il nostro modo di vedere è intoccabile, o quando ledono diritti che consideriamo acquisiti (ma, santo cielo, essere in ordine cronologico su una piattaforma privata di social network non è un diritto fondamentale dell’uomo)

La colpa, gravissima, è proprio quella di non essersene accorti prima o di aver finto che non fosse un argomento di conversazione o di aver finto che non fosse niente o che fosse buono e giusto ad ogni costo. Colpa che a tratti rasenta la connivenza e in altri casi, invece, è pura incomprensione del mezzo web e degli strumenti che nascono in esso.

Il cyberottimismo (esattamente come il luddismo) è ridicolo.

Non c’è mai stata una rivoluzione su Twitter. Facebook e Google non hanno mai avuto a cuore la democrazia.
Facebook e Google e le altre OTT (le Over The Top) hanno altri interessi: fare profitto, controllare, sopravvivere, farsi concorrenza.

Il giornalismo, invece, è un’altra cosa.
L’algoritmo che compone le prime pagine dei giornali o i titoli dei Tg – In tutte queste esternazioni contro gli algoritmi c’è una componente che a tratti mi sembra naif, a tratti fortemente costruita.

Parliamo di algoritmi in un motore di ricerca? Google, per funzionare – cioè per soddisfare la sua convenienza specifica – deve scansionare, indicizzare, posizionare, proporre come risultati secondo un criterio di ordinamento. Ergo: un motore di ricerca ha bisogno di un algoritmo.

Parliamo di Facebook, Twitter, Instagram? Davvero pensiamo che a un servizio che offre una piattaforma per reti sociali virtuali importi qualcosa della cronologia intesa come espressione di democrazia? Se la cronologia fosse redditizia per Facebook, Twitter, Instagram, allora manterrebbero la cronologia. Non lo è, perché i social hanno bisogno di tenerti dentro di loro. Non lo è, perché Facebook vuole diventare internet (lo scrive persino il Washington Post, quindi riteniamo il concetto sdoganato). Non lo è perché per monetizzare Facebook ha bisogno di usare un algoritmo, che ti tenga al suo interno, che limiti il traffico in uscita (ciao, editori grandi e piccoli che pensate di poter usare Facebook come volano di traffico), che soddisfi la sua convenienza propria.

Ci stupisce davvero? Ma cosa vogliamo dire allora delle prime pagine dei giornali? O dei “sommari” dei telegiornali? O della gerarchia delle notizie? Non sono, forse, frutto di scelte algoritmiche? Chi li compone non ha forse ricevuto, fin da quando esiste il giornalismo, un

insieme di istruzioni che deve essere applicato per eseguire

l’impaginazione della prima pagina, per la gerarchizzazione, per i sommari?

Quell’impaginazione veniva (viene) decisa arbitrariamente da un direttore che in teoria dovrebbe essere il contraltare dell’editore, ma che molto difficilmente risponde solo a esigenze di puro giornalismo. Lo vediamo tutti, giusto, quanto viene oscurato, in questi giorni, il referendum sulle trivelle? È solo un esempio di sostanza e nel merito. Se ne potrebbero fare a decine.  Un altro esempio? Perché nessuno – su Wolf ampia disamina in merito: è il momento di abbonarti! – ha scritto che Facebook, con l’e-commerce integrato in Messenger, sta copiando WeChat, la app di messaggistica istantanea cinese, che ha integrato questa funzione da almeno due anni?

Io non sono così preoccupato da un algoritmo che ordina i contenuti su un motore di ricerca o da un altro che mi propone le sue scelte su un social – a proposito: si può imporre l’ordine cronologico, volendo.

Non più di quanto ero (e sono) preoccupato al pensiero di quanto l’algoritmo umano controlli il modo in cui le notizie appaiono su una testata. Da quando esiste il giornalismo e senza che nessuno abbia mai tuonato contro i giornali non democratici.

Ma loro sono OTT – Sì, è vero, sono over the top. Ma ai giornalisti, al giornalismo, agli editori, dovrebbe importare trovare le proprie strade per parlare delle OTT e servire il proprio pubblico di riferimento. Non, come invece accade, andare a braccetto con le big company nella speranza – illusoria – di poterne trarre un profitto almeno nel breve periodo.

Giornalismo algoritmico – Non dobbiamo avere paura dell’algoritmo. L’algoritmo è il lettore. Bisogna usare i servizi online se ci servono, e poi uscirne, per continuare a servire al meglio il nostro pubblico di riferimento. Per farlo non c’è bisogno di farci dettare la linea editoriale dagli algoritmi: basta conoscere quel pubblico e dimenticarsi di Facebook e compagnia come piattaforme di distribuzione e utilizzarle per intercettare altri lettori, finché sarà possibile.

Bibliografia:
The Algorithm Method, Michael Schudson e Katherine FinkStrictly algorithm: how news finds people in the Facebook and Twitter age, Stuart Dredge
If you use Facebook to get your news, please — for the love of democracy — read this first, Caitlin Dewey
Poynter at SXSW: Algorithms, Journalism and Democracy
Perché l’algoritmo di Faceebook dovrebbe essere pubblico
Facebook news algorithm – good or bad for democracy?
How Google Could Rig the 2016 Election

(AP)

Convenienza specifica o convenienza propria: che cos’è

Quando utilizziamo un qualsiasi strumento che ci offre oggi la tecnologia online, un servizio, una piattaforma, dobbiamo sempre farci una domanda molto importante: qual è la sua convenienza specifica (o convenienza propria). Se non la comprendiamo, finiremo per entrare in quel numero di persone che utilizzano male i servizi che hanno a disposizione. Che pensano che Google o Facebook siano enti di beneficenza in vena di offrire click facili per i nostri siti. Che si fanno abbindolare da consulenti più o meno abili nell’uso affabulatorio delle parole.

Se invece capiamo il concetto di convenienza specifica (o convenienza propria), facciamo un grosso passo avanti verso la comprensione dei servizi che ci accingiamo a usare.

La genesi di questo termine proviene da una conversazione avuta dal sottoscritto con un autore di Blogo.it, Mirko Nicolino, che – mentre gli esponevo alcune mie teorie sulla SEO – ha usato il termine convenienza specifica per la prima volta.

In un primo momento ho pensato di prendere quel termine e utilizzarlo per i miei corsi di formazione parlando di Google (e ne ho scritto qui, svelando i primi due fattori di posizionamento su un motore di ricerca). Quindi ho deciso di ampliarne l’applicazione e l’uso.

Definizione – Che cos’è la convenienza propria (o specifica)?
È l’interesse, il vantaggio, il tornaconto di qualcuno (persona, gruppo, azienda, servizio) nell’esercizio di una determinata attività o nel proprio funzionamento. Questo interesse è strettamente legato all’attività o al funzionamento ed è valido a prescindere dal profitto (economico o culturale o informativo o di qualsiasi altra natura) che si persegue come persona o gruppo o azienda.

Esempi – Cominciamo con un esempio semplice, che fra l’altro consente di distinguere convenienza propria (o specifica) dal profitto.

La convenienza propria di un utente che fa una ricerca su Google è quella di trovare, nella pagina dei risultati offerta dal motore di ricerca (la SERP) una serie di risultati che rispondano esattamente alle proprie necessità. Il profitto di quell’utente sarà di tipo informativo:
se avrà trovato quel che cercava, avrà informazioni che prima non aveva.

Convenienza Propria di Google
La convenienza propria (o convenienza specifica) di Google è quella di offrire all’utente esattamente quel che cerca, affinché questo utente torni a utilizzare Google come servizio. Come motore di ricerca. Solo se Google continua a funzionare bene (meglio possibile), continuerà a mantenere il proprio monopolio di fatto. In altre parole, Google ha bisogno di massimizzare la propria funzionalità nei confronti dell’utente, di cui deve comprendere alla perfezione le esigenze. Ha bisogno di massimizzare il numero di contenuti pertinenti che mostra all’utente.

Quindi, Google offre risposte istantanee a domande “facili” (con il cosiddetto Google Knowledge Graph) e poi punta tutto sui siti “altri” da sé per offrire agli utenti quel che cercano. L’esempio più interessante che mi viene in mente – anche perché apre a grandi considerazioni teorico-pratiche sula SEO – è quello delle sedie ergonomiche (che ho citato e spiegato in uno dei pezzi di Wolf riservati agli abbonati).

Google è un servizio gratuito per l’utente che lo utilizza come motore di ricerca, ma è anche il principale volano di un’azienda privata che vuole realizzare profitto economico (prima quest’azienda si chiamava Google, oggi si chiama Alphabet, ma poco cambia). Se Google continua a funzionare bene come motore di ricerca, questa azienda continuerà a fare profitto. Non è che Google sia “felice” di far uscire l’utente fuori da sé (infatti, con il Google Knowledge Graph e con l’operazione fatta sulle immagini e con l’inserimento nelle SERP tradizionali – non in quelle video – dei soli video di YouTube ne ha data ampia dimostrazione). Il fatto è che “deve” farlo, per continuare a essere utilizzato dalla maggior parte degli utenti per le ricerche.

Capirle tutto questo aiuta a capire come implementare una strategia SEO sensata.

Visto che Google opera in regime di (quasi) monopolio fra i motori di ricerca, vale l’identità fra la convenienza specifica di Google e quella di un qualsiasi motore di ricerca. Cioè, varrà anche se e quando Google non ci sarà più.

Convenienza specifica di Facebook
La convenienza propria di Facebook è quella di tenere l’utente al proprio interno, quanto più possibile. Facebook, in altre parole, ha bisogno di massimizzare il tempo di permanenza su Facebook. Per farlo, conosce bene la propria natura di piattaforma di intrattenimento e tenta di offrire, attraverso l’algoritmo del News Feed e l’uso delle notifiche, un’esperienza utente che porti a ritornare spesso sul social. Non solo: per massimizzare il tempo di permanenza al proprio interno, Facebook fa in modo che l’algoritmo “premi” maggiormente tutto ciò che non porta l’utente fuori. Quindi: sì alle condivisioni testuali, sì alle foto, sì ai video caricati direttamente su Facebook, sì ai video in live streaming. Ma non mettere troppi link che vanno fuori, altrimenti l’algoritmo ti abbassa ancor di più la portata delle tue condivisioni (già alquanto sofferente).

Capirlo aiuta a capire perché Facebook non sia una piattaforma di distribuzione – e anche perché, verosimilmente, non sia un contesto ideale per le notizie approfondite ma sia, piuttosto, un servizio che può puntare su altro: intrattenimento, (auto)promozione, marketing, vendite e via dicendo.

In un certo senso, Facebook vuole diventare internet.

Il valore fondamentale di Facebook è l’enormità del database.

Il suo profitto deriva, ovviamente, dalla possibilità di monetizzare attraverso la pubblicità che vende (e invogliando ogni tipo di pubblicazione – giornalistica, aziendale, personale) a promuovere i propri contenuti che da tempo non hanno più la visibilità totale nei confronti dei propri fan. Per convincersene basta andare a vedere i numeri di like, reactions (a proposito: anche Facebook sbaglia, e si usto pochissimo) e condivisioni su pagine che hanno milioni di fan. La sorpresa è notevole.

La convenienza specifica di altri servizi di social network non coincide necessariamente con quella di Facebook.

(AP)