Facebook Reactions – Le reazioni su Facebook

Reazioni su Facebook

Facebook Reactions – Le reazioni di Facebook sono, di fatto, degli emoji che si attivano tramite il vecchio pulsante Like e che consentono di “reagire” alle condivisioni di utenti o pagine con sei diversi stati d’animo. Originariamente erano sette, la faccina sorridente (quella a centro nell’immagine) è stata rimossa dopo la prima fase di test.

Le reactions sono state testate in Spagna e in Irlanda a partire dall’8 ottobre 2015. Sono state introdotte in tutto il mondo a partire dal 24 febbraio 2016.

Qui l’annuncio ufficiale di Facebook.

[Questa voce del glossario è da intendersi, come tutte le altre, in continuo aggiornamento]

Google AMP – Accelerated Mobile Pages

Google AMP - Accelerated Mobile Pages
Google AMP – Accelerated Mobile Pages
Questa pagina non AMP: http://wolf.slow-news.com/google-amp-google-accelerated-pages/
Questa  pagina AMP: http://wolf.slow-news.com/google-amp-google-accelerated-pages/amp/

Google AMPAccelerated Mobile Pages. Si tratta di un progetto di Google, open source, che nasce dalla Digital Initiative, che emerge dal dibattito fra editori e compagnie teclogiche e che si ripropone di migliorare l’intero ecosistema della fruizione dei contenuti da mobile, per tutti: editori, piattaforme, creatori e utenti. «Oggi», si legge sul sito ufficiale, «l’aspettativa è che i contenuti si carichino super-velocemente e che siano facili da esplorare. La realtà è che i contenuti possono metterci anche diversi secondi a caricarsi o, visto che poi gli utenti abbandonano le pagine lente, potrebbero non caricarsi mai del tutto. Le Accelerated Mobile Pages sono pagine web progettate per caricarsi istantaneamente – sono un passo avanti per un web mobile migliore per tutti».

Il progetto è stato annunciato il 7 ottobre 2015 ed è stato lanciato il 24 febbraio 2016.

È dettagliatamente spiegato sul sito ufficiale dell’AMP Project.

Come tutto quel che riguarda Google, il consiglio è: prima di leggere articoli di approfondimento (sì, persino quelli di Wolf.) studia tutto quel che dice Google stesso. Non c’è fonte migliore da leggere in merito e in ogni caso è un punto di partenza da cui non si può prescindere.

Le FAQ, in particolare, sono estremamente istruttive ed esaustive.

In ogni caso, se vuoi una descrizione semplice del funzionamento delle AMP, eccola qui (la traduzione è libera, proprio dalle FAQ):

«Le Accelerated Mobile Pages sono come qualsiasi altra pagina HTML, ma con un gruppo limitato di funzionalità tecniche che è definito e governato dalle specifiche AMP open source. Si caricano in qualsiasi browser moderno o qualsiasi applicazione che consenta di navigare sul web».

Probabilmente dopo aver capito quale sia lo scopo delle AMP, la prima domanda che ti verrà in mente sarà: come faccio, se non so niente di programmazione? Be’, tanto per cominciare, se il tuo sito è su WordPress, c’è già il plugin. Se per caso usi Joomla, John Muller ha segnalato proprio il 24 febbraio e su Google+ la presenza di un plugin proprio per Joomla.

[Questa voce del glossario è da intendersi, come tutte le altre, in continuo aggiornamento]

Engagement

EngagementEngagement: Coinvolgimento. Termine utilizzato in particolare per riferirsi all’interazione fra gli utenti e le condivisioni fatte sui “social”. Una delle frasi più abusate nel mondo del web marketing oggi è «bisogna fare engagement».

Uno degli abbonati di Wolf. ci ha suggerito di creare un vero e proprio glossario di tutti i termini che hanno invaso il mondo digitale. È una buona idea e, in effetti, una delle categorie che abbiamo messo in piedi in questa versione Beta di Wolf., nella sua parte free, si chiama proprio Glossario. Per il momento abbiamo parlato di paywall poroso e di algoritmo (a modo nostro, s’intende).

Abbiamo messo online anche un file su Gdrive dove chiunque può contribuire al glossario di Wolf.

Oggi tocca a engagement. Una delle parole più abusate negli ultimi mesi, forse negli ultimi anni, anche in virtù del fatto che la si utilizza per parlare dei social, quantomai di moda, comunque la si veda in merito.

Engagement significa coinvolgimento. Non c’è bisogno di scomodarsi a tradurlo come “fidanzamento”, non c’è alcun bisogno che i nostri utenti si fidanzino con i nostri contenuti, come sostiene qualcuno cui evidentemente non pareva vero di poter riempire qualche pagina web a spiegare nuove branche del marketing con altri termini inglesi spiegati e/o capiti male.

Come al solito, quando sveliamo la traduzione senza tradire il significato sembra tutto più chiaro. Cosa deve fare, chi produce contenuti digitali, se non pensare a come coinvolgere l’utente?

I like, i commenti, le condivisioni, il traffico, le visualizzazioni, i click, le conversioni, le critiche, i retweet, i cuori, non sono altro che azioni compiute dall’utente con i contenuti che si trova a fruire. Se la vediamo in questo modo sarà molto più facile comprendere la necessità di valutare tutte le metriche senza il filtro dannoso della vanità e per quello che sono: attestazioni di un coinvolgimento più o meno riuscito.

Se è vero – come pensiamo qui – che il lettore (l’utente) sia il vero e unico protagonista indiscusso – in quanto fruitore in grado di effettuare interazioni evolute con i contenuti – dell’intrattenimento, delle informazioni, delle notizie, delle campagne pubblicitarie, ecco che l’engagement sarà un nostro obiettivo, non più fumoso ma mirato.

Come scrivevo altrove, inoltre, una strategia di engagement, cioè di coinvolgimento a lungo termine, non può che avere ricadute positive nel consolidamento del pubblico di riferimento cui ci rivolgiamo e che ci ha scelti.

Attenzione, però. L’engagement è nulla senza comprensione e senza conversione. Cosa significa? Semplice. Significa che tutte le interazioni che dei nostri utenti con i nostri contenuti vanno misurate, capite (per migliorare e servire meglio la comunità di riferimento) e valutate anche in base a quel che si riesce a ottenere, da tutte queste interazioni.

Se ci limitiamo a godere della portata delle nostre condivisioni su Facebook, a valutare i like ricevuti, a gongolare per un meme che è diventato virale, non faremo che cadere nella trappola delle metriche della vanità.

La vera sfida, se si lavora con i contenuti online, è trasformare chi ci mette un like, un cuore, chi ci lascia un commento in un utente fedele, che ritorna, che magari un giorno sarà disposto a sostenere la nostra produzione di contenuti con qualcosa di più tangibile di un like. Oppure che costituirà un pubblico affezionato, sufficientemente ampio da giustificare altre strategie di monetizzazione.

Per esempio. I contenuti di Lercio fanno un engagement pazzesco. E poi? (Qui una divertente intervista a quelli di Lercio su GQ). Gianni Morandi, non ne parliamo. Recentemente, funziona molto bene il lavoro di social media management sulla pagina Facebook di Carlo Verdone (promozione per il film). Chiaramente, anche il ritorno su questo tipo di investimenti andrebbe misurato in qualche modo.giornalismo-online-FQ

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non solo. Fare engagement come questa condivisione del Fatto Quotidiano fa bene al marchio?

Insomma: la parola è facile e abusata. I concetti che implica non sono affatto semplici.

Da chi si può imparare per capire come si fa engagement e come lo si fa fruttare sul serio? Qualcuno probabilmente storcerà il naso. Ma la risposta è: Buzzfeed. Il pragmatismo con cui spiegano come si deve valutare l’engagement e come si debbano trattare le metriche è semplicemente encomiabile.