Su Wolf. 94

Sul numero 94 di Wolf trovi una breve su algoritmi, verità e Facebook e una brevissima su Apple. E poi trovi un pezzo lungo che parla del punteruolo rosso e di una strada possibile per una startup. Il pezzo si intitola Rhynchophorus ferrugineus.

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Rhynchophorus ferrugineus
Di monopoli e competizione e di come si possa imparare da un coleottero e da Peter Thiel l’arte del lifestyle business

Luigi Barraco - Opera propria (personal work) - CC BY-SA 3.0
Luigi Barraco – Opera propria (personal work) – CC BY-SA 3.0

Il Rhynchophorus ferrugineus è meglio noto come punteruolo rosso.  È un coleottero ed è un parassita micidiale per molte specie di palme. La storia di queste palme – e dintorni – la racconteremo prossimamente in Slow News, perché è una storia che merita approfondimento e la giusta dose di lentezza. Qui su Wolf, come accade spesso, ci interessa prendere una questione che sembra radicalmente al di fuori della nostra linea editoriale per trarne insegnamenti.41puRJbtwkL._SX331_BO1,204,203,200_

Mentre ho appreso la storia del punteruolo rosso non ho potuto fare a meno di fare un collegamento con un libro che sto leggendo su suggerimento di un abbonato di Wolf.

Si tratta di Zero to One, di Peter Thiel (*). Per la cronaca, Peter Thiel è il miliardario americano co-fondatore di Paypal che si era messo in testa – riuscendoci – di distruggere Gawker per vendicare un pezzo che aveva rivelato il suo orientamento sessuale (qui tutta la storia).

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Su Wolf 93

Wolf 93

Sul numero 93 di Wolf. trovi

Whatsapp: un gruppo da seguire (segnalazioni per conversare sul tema) / Zuckerberg e la dolce vita (come la stampa italiana non affronta le questioni della Silicon Valley, correzioni non segnalate e altre storie) / Idee per nuovi servizi sul web (cosa si può imparare da esperienze personali e che idee ci possono venire) / Terremoto (una selezione di contributi su comunicazione e architettura dell’informazione) / Ecco a cosa serve il Verification Handbook (una testimonianza importante per capire come si possano applicare le tecniche di verifica delle notizie ricevendo feedback positivi dai lettori, rallentando un po’ ma migliorando l’offerta)

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L’internet delle vacanze è rotta
di Andrea Daniele Signorelli

Quest’estate la mia compagna e io abbiamo girolonzato per due settimane nei Balcani: Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia e Montenegro. Principalmente città e campagna, ma non ci siamo fatti mancare un po’ di mare. Ovviamente, avevamo dietro la fida Lonely Planet (Balcani Occidentali), ma approfittando del fatto che ovunque (negli appartamenti, nei bar, nei ristoranti, perfino in alcune spiagge) ci fosse il wi-fi a disposizione, abbiamo cercato parecchie informazioni anche online: le spiagge da vedere, qualche consiglio per evitare di rimanere incastrati nelle città più gettonate e altri suggerimenti sempre all’insegna della praticità. […]

mi sono affidato a Google (nota: le mie ricerche sono state anche in inglese, con risultati non così dissimili; per comodità mi limiterò alla parte italiana del problema). La parola chiave più generica era “spiagge kotor”, ma ho cercato anche con parole chiave classiche come “spiagge più belle kotor”, “spiagge meno affollate kotor” e parecchie altre, facendo la gioia dei vari articoli che utilizzano queste formule per attirare click. […]

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Terremoto, giornalismo e comunicazione in emergenza

Ho letto parecchio, in questi giorni, e seguito il flusso delle conversazioni sui social (in particolare su Facebook), dalle quali mi sono rigorosamente astenuto, eccezion fatta per un editoriale su Blogo che, tristemente, è lo stesso editoriale che segue ogni catastrofe naturale in Italia: ricordare che la messa in sicurezza del territorio, degli edifici e del cittadino è un dovere di uno stato e che la mancata prevenzione è il fallimento dello stato.

Mi interessa molto seguire la conversazione in tema di giornalismo e comunicazione in emergenza.

In questo post su Medium, per esempio (molto interessante), leggo anche che «Comunicare bene significa evitare danni e disorganizzazione. Significa rassicurare. Significa dare anche il giusto risalto al lavoro oscuro (e quasi sempre eccellente) della Protezione Civile».

Andrea Iannuzzi, su Facebook, propone: «Immagino un luogo digitale, coordinato dallo Stato, nel quale tutti possano trovare informazioni utili sul terremoto del 24 agosto 2016, ma anche sulle future emergenze che purtroppo capiteranno». Sul tema si sta svolgendo una conversazione da seguire, perché interessante.

Nella condivisione, viene linkata un’iniziativa molto interessante relativa al terremoto del centro Italia del 24 agosto 2016. Si tratta di un progetto, reperibile alla URL http://www.terremotocentroitalia.info, che

«si pone come scopo quello di aggregare e non disperdere contenuti utili a tutti provenienti da fonti di varia natura (ufficiali e non) al fine creare valore in un momento di crisi per il paese.»

Il progetto è assolutamente encomiabile.

Sulla base del lungo lavoro giornalistico che mi è capitato di fare sul campo, fra il 2009 e il 2010 dopo il terremoto a L’Aquila, mi sento di scrivere alcune cose che, spero, possano essere utili al contesto, al progetto stesso e alla conversazione sul tema.

Comunicazione in area d’emergenza

La comunicazione in una situazione di emergenza è necessaria e deve essere chiaramente rivolta a un destinatario ben preciso: la comunità dei sopravvissuti. Tuttavia, non deve in alcun modo trasformarsi in propaganda del lavoro della Protezione civile, che non è affatto invisibile.

Quel che si è visto a L’Aquila, per esempio, è stato uno spiegamento imponente di forzi e mezzi sia sul locale (manifesti 6×3, una rivista dedicata in quadricromia) sia sul nazionale e internazionale (il G8, operazioni di facciata e simili) che mostravano “l’eccezionale lavoro svolto”. Messi fortemente in dubbio dai giornalisti che lavoravano sul posto (con poca eco mediatica, tranne, a volte, da parte di quelle testate che campavano sull’antiberlusconismo), questi messaggi sono poi stati tragicamente sconfessati dai fatti (e da una relazione puntuale e precisa del Ministro Barca nel 2012, dove, sostanzialmente, si confermavano tutte le critiche mosse all’intervento della Protezione civile a L’Aquila. Fra le altre cose, 3 anni dopo, ancora non era chiaro come fossero stati impiegati gli 87 milioni di euro donati da privati! Ed è solo una marginalità, in confronto agli altri problemi).

Per la gestione delle emergenze, la protezione civile ha un suo documento che si chiama Metodo Augustus.

Nelle integrazioni al metodo in tema di comunicazione si legge una passo che può dar luogo a una duplice modalità comunicativa, a seconda di chi la applica, e che sembra quasi inquietante:

La popolazione è comunque sempre coinvolta nelle situazioni di crisi, sia emotivamente (teme di essere toccata dagli eventi, partecipa ai problemi di chi è coinvolto), sia fisicamente (se non ha subito danni, comunque è costretta a sopportare disagi). […] Se la sua controparte istituzionale sarà sufficientemente autorevole e determinata, la maggior parte dei cittadini sarà disponibile ad abdicare alle proprie autonomie decisionali, a sottoporsi a privazioni e limitazioni, ad “ubbidire” alle direttive impartite. […] Un chiaro piano di comunicazione […] permetterà una più agevole accettazione delle misure adottate. Non solo: qualora il precipitare degli eventi lo rendesse necessario, sarà più facile imporre una disciplina più ferrea e chiedere sacrifici più duri. […] E inutile perdersi in dettagli poco importanti, per esempio parlare della reazione incontrollata di una piccola parte della popolazione, quando la comunità si è comportata, in generale, in maniera corretta.

A L’Aquila è stata applicata questa parte in tutto il suo significato deteriore. La popolazione è rimasta per mesi e mesi (forse anni) in uno stato drammatico di incertezza, che questa campagna non ha fatto che coprire.

Uno dei manifesti 6x3 che si vedevano a L'Aquila
Uno dei manifesti 6×3 che si vedevano a L’Aquila alcuni mesi dopo il terremoto: slogan e scarse informazioni.

Il lungo preambolo è necessario per sgomberare il campo dagli equivoci e per chiarire cosa si debba intendere per comunicazione in emergenza.

Schematizzando, ecco come penso si dovrebbe immaginare la comunicazione in emergenza

Emittente: le istituzioni preposte (la Protezione civile)
Ricevente: la popolazione colpita dall’evento catastrofico e sopravvissuta
Canale di comunicazione: tutti quelli realisticamente utilizzabili dalla popolazione sopravvissuta all’interno, per esempio, del cratere sismico (dal volantinaggio a internet)
Informazione: dev’essere precisa, omogenea, priva di fronzoli e orpelli, rinunciare al catastrofismo ma anche alla rassicurazione fatalista, deve contenere tutti i dettagli essenziali al breve e medio periodo. Deve evitare di alimentare potenziali conflitti all’interno delle vittime
Codice formale: la forma linguistica dev’essere quanto più possibile chiara, semplice, diretta, evitare gli slogan e contenere tutto quanto vuole sapere la popolazione

Giornalismo in area d’emergenza

Un progetto giornalistico che copra un contesto emergenziale deve tener presente due fattori fondamentali:

  • la popolazione è in uno stato di shock
  • anche i giornalisti locali possono essere in stato di shock

    Cosa deve evitare il giornalismo in area d’emergenza

  • evitare di alimentare il complottismo (non significa non coprire le storture, che vanno, anzi, denunciate con documentazioni inoppugnabili)
  • evitare di riportare voci che si susseguiranno ad una velocità spropositata
  • non esagerare con l’emotività
  • non fidarsi ciecamente delle informazioni istutuzionali
  • evitare di concentrarsi sulla spettacolarizzazione (per esempio, ricordo l’inaugurazione delle case di Onna o lo spettacolo di Benigni nella caserma della Guardia di Finanza a L’Aquila)
  • evitare di trovare le magagne ad ogni costo, magari perdendo la visione d’insieme (sempre sull’esempio dell’Aquila, ricordo l’ossessione di alcune testate che mi chiedevano di documentare le “case di Berlusconi che cadono già a pezzi”, quando invece il problema era più ampio e complesso e riguardava la scelta scellerata di delocalizzare, fare interventi definitivi in emergenza e distruggere il tessuto sociale)
  • evitare di creare confusione nelle terminologie usate a caso (leggo già adesso la battaglia container vs. new town: i moduli abitativi removibili non sono cointainer. E la scelta di delocalizzare o meno deve essere lasciata alle comunità locali)

    Cosa può e deve fare il giornalismo in area d’emergenza
  • informare correttamente fuori e dentro il cratere
  • dare alla popolazione gli strumenti per capire correttamente cos’è successo e cosa succederà
  • ricordare alla popolazione colpita che l’intervento della Protezione civile è limitato al ripristino delle condizioni per la ripresa della normale vita sociale ed economica del territorio e non può in alcun modo prendere decisioni sul lungo periodo, che spettano, invece, alle comunità locali (esiste già un modello virtuoso di gestione del post-sisma, in Italia. È il modello-Friuli. È quello che va studiato e applicato)
  • invitare la popolazione a pretendere informazioni chiare, tempestive, puntuali e con un chiaro svolgimento temporale nel breve e medio periodo
  • invitare la popolazione a essere protagonista diretta della ricostruzione
  • conoscere bene i poteri di protezione civile e il potere derogatorio conseguente alla dichiarazione dello stato d’emergenza
  • leggere attentamente tutte le ordinanze e le deroghe che vengono imposte dalle medesime
  • ricordare che un contesto come quello di una catastrofe è terreno naturale (purtroppo) per le inflitrazioni mafiose, verificare le white list delle ditte ammesse a lavorare anche nell’immediata gestione dell’emergenza (un esempio banale? Verificare le forniture dei bagni chimici) e poi, a maggior ragione, nelle operazioni di messa in sicurezza e di ricostruzione
  • invitare le istituzioni a chiarire le modalità dei bandi per la ricostruzione
  • se tutto procede per il meglio, come ci si augura, il giornalismo può essere un ottimo supporto alle istituzioni, e le istituzioni possono, con la trasparenza Il crateree la correttezza delle informazioni, trovare nel giornalismo un ottimo canale di divulgazione
  • giornalismo e istituzioni, però, anche in un contesto come quello di un cratere sismico, non sono portatori dei medesimi interessi
  • è auspicabile favorire anche la nascita di esperienze giornalistiche locali. A L’Aquila nacque il Cratere, un foglio ciclostilato, e Angelo Venti lavorava sia su internet sia con il ciclostile con il suo Site.it. Alcuni giornalisti aquilani hanno poi creato il bellissimo progetto Newstown
  • è fondamentale studiare. Bisogna conoscere la legge istitutiva della Protezione civile, i tentativi di modifica, il potere di deroga e tutta la terminologia. Per esempio, è molto importante sapere quali sono i compiti della protezione civile, quanto può durare uno stato d’emergenza, cosa comporta, cosa fa parte dell’emergenza e cosa no (la ricostruzione, per esempio, non fa parte dell’emergenza)

Architettura dell’informazione

Anche l’architettura dell’informazione deve essere progettata accuratamente: ci vuole una mappa, una struttura non ridondante, poche pagine di un sito, chiare. Quel che vogliono sapere le vittime di un terremoto è, generalmente e chiaramente, superato l’immediato:

– quanto tempo rimarranno in tende e alberghi
– che tipo di risarcimento avranno
– quando inizierà la ricostruzione

Una questione politica e culturale

Non possiamo dimenticarci che la gestione di un’emergenza è una questione politica. Così come lo sono la previsione e la prevenzione e la messa in sicurezza prima dell’emergenza. Ecco perché il giornalismo non può accontentarsi di lavorare con le istituzioni, nemmeno dopo un terremoto devastante: le istituzioni potrebbero agire con correttezza o potrebbero assumere decisioni e atteggiamenti deleteri per le popolazioni locali (esattamente come possono decidere di prevenire con piani anche decennali o di abdicare a questo ruolo e intervenire a cose fatte).

In un territorio come quello italiano, una delle prime forme politiche di prevenzione sarebbe senz’altro la diffusione di una concreta cultura per la gestione dell’emergenza. La comunicazione dovrebbe dunque operare anche prima delle catastrofi, in “tempo di pace”.

È in “tempo di pace” che si costruisce, si pianifica, si previene.

Note
– Sul tema avevo aperto un sito, poi rimasto non aggiornato, che si chiamava shockjournalism (giornalismo come reazione allo shock, non giornalismo shockante, per carità)
– Ho scritto un libro: Protezione civile Spa. Quando la gestione dell’emergenza si fa business
– Ho girato un film documentario, Comando e controllo.

Il backlink che ho dato al progetto terremotocentroitalia.info è anche a scopo SEO. Se il sito non si”piazza” su Google e se non raggiunge masse critiche, diventa uno sforzo inutile. Al tempo stesso, se si piazza bene e raggiunge il suo scopo, sarà molto importante che sia costantemente aggiornato, chiaro, ben strutturato. Spero che queste righe possano essere utili allo scopo.

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AP

Come aumentare la reach su Facebook: le pagine verticali

Alcune delle pagine verticali aperte da Buzzfeed su Facebook
Alcune delle pagine verticali aperte da Buzzfeed su Facebook

C’è un solo modo, ora come ora, di fare engagement seriamente e di aggirare le progressive chiusure di rubinetti della “reach” (la portata delle proprie condivisioni) che seguono ad ogni cambio dell’algoritmo di Facebook.

Il modo è puntare sulle verticalità.

Il modello è chiaro ed è quello dei pubblici di nicchia. Bisogna aprire/gestire pagine verticali, fortemente tematiche, il cui pubblico sia facilmente individuabile e che sia facile da servire con contenuti di qualità, pertinenti e ad alto tasso di partecipazione e coinvolgimento.

Inseguire il generalismo è assolutamente controproducente sulle piattaforme come Faceboo e genera “mostri” di pagine che si occupano di tutto e che mostrano tutta la loro schizofrenia soprattutto quando, per massimizzare l’engagement si devono mescolare contenuti bassi o bassissimi a contenuti che parlano di tragedie, con il risultato di disorientare il pubblico e di beccarsi tonnellate di insulti che peggiorano il percepito della pagina generalista stessa.

Il tutto va fatto seguendo la solita regola dell’economia delle soluzioni parziali (diversificare le fonti di traffico e di introito), utilizzando una profonda conoscenza della convenienza specifica di tutti i servizi e le tecniche di promozione che si possono utilizzare per i propri contenuti (SEO, social e via dicendo) e, nel frattempo, costruendosi il proprio “stadio Altre "verticalità" di Buzzfeed su Facebookdi proprietà” (si veda in merito l’apposita analisi riservata agli abbonati di Wolf).

Non è solamente una costruzione teorica. Lo fanno quelli che puntano veramente sull’innovazione coerente con la propria missione editoriale e i propri contenuti. Basta cercare su Facebook quante pagine verticali ha aperto Buzzfeed per convincersene. La stessa cosa è alla portata di qualsiasi publisher. Meglio ancora se ha già delle tematiche verticali pronte.

Altre “verticalità” di Buzzfeed su Facebook

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Gawker chiude: ucciso dalla guerra fredda della Silicon Valley

Gawker chiude - Peter Thiel ha vinto la sua battaglia
L’immagine su Gawker.com che accompagna il pezzo di commiato del fondatore, Nick Denton.

 

Si dice, nella tradizione popolare, che in punto di morte, il malato abbia qualche sussulto di lucidità: è una di quelle cose che dicono le vedove o i figli che hanno seguito i loro genitori al loro capezzale. È impossibile dire se sia una percezione di chi osserva o se sia un fenomeno scientificamente provato.

Bene, nella notte fra il 22 e il 23 agosto (esattamente fra le dieci e le undici ora italiana), connettersi a Gawker.com e osservare quel che succedeva era un po’ come assistere a quegli ultimi istanti di lucidità di un malato terminale. Solo che gli ultimi sussulti di Gawker non sono stati rantoli sommessi, riflessi involontari o vocalizzazioni incomprensibili. La morte di Gawker è stata accompagnata, come in un trapasso medicalmente assistito, da una serie di pezzi lucidi, testimonianze che,se lette con attenzione, aiutano a capire una delle dinamiche più importanti di questo inizio secolo: la guerra fredda della Silicon Valley. Anche questa, come tutte le guerre fredde, si combatte su più fronti. Uno di questi fronti vede alcuni esponenti della Silicon Valley combattere contro (o con) i media. E Gawker.com è la prima vittima di questa guerra. Già: Gawker.com non è stato accompagnato alla morte perché malato. Gawker.com è stato ucciso.

abbonati a wolfIeri sera, mentre osservavo questa morte in diretta e ne scrivevo per Wolf, in uno dei numeri riservati agli abbonati, non ho resistito e ho scritto anche una mail a Tom Scocca, Executive Features Editor di Gawker Media.

Erano le 22.41 ora italiana. La mia mail diceva, semplicemente:

«Ciao Tom, sono un giornalista italiano. Ho appena finito di leggere il tuo pezzo “Gawker Was Murdered by Gaslight” e ti scrivo per chiederti se saresti disponibile per una breve intervista sulla triste sorte di Gawker e sulla battaglia di Peter Thiel contro Gawker» .

Ho scritto a Scocca anche su Twitter e ho aspettato.

Alle 23.29, quando era già stato pubblicato anche il commiato del fondatore di Gawker, Nick Denton, mi arriva una risposta di una riga:

«Grazie per avermi scritto. Non so cos’altro ho da aggiungere, in realtà, ma di cosa volevi parlare?».

Stupito della gentilezza e dalla velocità, cose alle quali in Italia siamo poco abituati, mi sono messo a buttare giù qualche domanda e alla fine, esattamente un’ora dopo, inviavo il tutto a Tom. Alle 4.23 ricevevo tutte le risposte.

Ora è il momento di mettere insieme i pezzi e di raccontare tutta la storia. Una storia in cui non è il caso di santificare martiri o glorificare eroi – anche se tutte le guerre ne hanno –, ma bisogna chiamare le cose col loro nome. Questa, lo abbiamo detto, è una storia di guerra. E il campo di battaglia non è solo internet, o l’informazione, o la Silicon Valley. Il campo di battaglia è il mondo.

Cos’è Gawker? – Gawker nasce nel mese di dicembre del 2002, fondato da Nick Denton (ex collaboratore del Financial Times) e da Elizabeth Spiers. Per sua stessa natura, diventa pIl logo di Gawkerresto un sito molto popolare. Si auto-definisce «La fonte quotidiana di notizie e gossip sui media a Manhattan». Si occupa, in buona sostanza, di cose che interessano una certa sovrabbondante massa di pubblico: notizie pruriginose che riguardano le celebrità. Ma anche notizie che provengono da lavoratori del mondo dei media, inviate anonimamente alla redazione. Critiche al mainstream giornalistico, storie su New York, gossip sulle celebrità e sugli imprenditori della Silicon Valley, gaffe, errori, leak o reportage realizzati indipendentemente sono al centro del lavoro di Gawker, che diventa il sito di punta di Gawker Media – una media company con sede alle Caiman, come ha appreso Quentin Tarantino quando avrebbe voluto far causa alla società per aver diffuso la sceneggiatura di Hateful Eight (e come fa notare Fortune, che ironizza sul fatto che il fondatore di Gawker ha spesso bacchettato le tecniche “bizantine” delle varie società della Silicon Valley per poi usarle allo stesso modo, almeno in apparenza, per il controllo societario. In una guerra non ci sono bianchi e neri: i grigi sono importanti. Tutta la storia di Fortune su Gawker è qui, ed è già stata emendata almeno un paio di volte, come chiarifica la nota conclusiva. Ma questa è un’altra storia).

Nel 2015 Gawker fa una svolta e comincia a dedicarsi di più anche alla politica. Sembra quasi una specie di tentativo di ripulirsi nell’immaginario collettivo, dopo che in molti hanno biasimato alcune scelte del sito. Eppure molti che fanno carriera a Gawker provengono da giornali illustri o finiscono per andare a lavorarci, dimostrando come il sito sia una formidabile palestra. Questi i siti nella galassia Gawker Media: Deadspin, Gizmodo, Jalopnik, Jezebel, Kotaku, Lifehackers (tutti e sei venduti a Univision) e, appunto, Gawker.com, chiuso da oggi, 23 agosto 2016.

Perché Gawker.com ha chiuso? Perché la Gawker Media è fallita, ha dovuto mettere tutti i siti in vendita, è stata acquisita da Univision e l’acquirente ha deciso di non aggiornare mai più il sito-bandiera.

Fin qui nulla di strano: sappiamo che, soprattutto nel mondo digitale, le società falliscono facilmente. Ma la Gawker Media era in buona salute finanziaria e, secondo le stime di Business Insider, valeva 250 milioni di dollari. Aveva avuto – come tutte le pubblicazioni – un po’ di rogne legali. Per molti aveva spesso “passato il segno” (qualunque cosa questo significhi) violando la privacy di questa o quella personalità, infastidendo questo o quel personaggio famoso. Lo stile di Gawker era duro, senza compromessi, per molti intollerabile: probabilmente in un paese dalla querela facile come l’Italia sarebbe morto presto o forse, semplicemente, non sarebbe mai nato. Spesso, fra i commenti e i commentatori di questa vicenda si legge una teoria secondo la quale a Gawker se la sono andata a cercare.

Su Politico hanno pubblicato un elenco delle ultime dieci cause intentare a Gawker.

Scaramucce, in confronto all’attacco frontale subito dalla compagnia newyorkese ad opera di un personaggio famoso anche in Italia: Terry Bollea, meglio noto come Hulk Hogan.

Hulk Hogan vs Gawker
Hulk Hogan in un’immagine del 2005, di pubblico dominio, tratta da Wikipedia

Hogan contro Gawker – Cosa c’entra l’ex wrestler dal biondo baffone con questa storia? Semplice. Nel 2006 Hulk Hogan ha un rapporto sessuale con Heather Clem (all’epoca moglie di Bubba the Love Sponge, dj radiofonico). L’amplesso fra i due viene filmato e messo su dvd dal marito di Heather Clem (il quale, secondo Hogan, era consenziente al fatto che i due si unissero carnalmente)

Nel 2012, una copia in dvd dell’amplesso arriva in redazione a Gawker da fonte anonima. Il 4 ottobre del 2012, il direttore di Gawker dell’epoca, AJ Daulerio, pubblica un articolo descrittivo del video: praticamente un saggio. Ad accompagnare l’articolo, veniva incorporato un video montato di circa 2 minuti, estratti dalla mezz’ora del filmato integrale. Di quei 2 minuti, circa 10 secondi erano di sesso esplicito. Il resto, chiacchiere fra i due.

Uno screenshot che si trova su Google Images dal sex tape, rende l'idea della qualità del video e dell'inquadratura (fissa).
Uno screenshot che si trova su Google Images dal sex tape, rende l’idea della qualità del video e dell’inquadratura.

Lo stesso anno Hulk Hogan fa causa a Gawker. Prima  passa da una corte federale per ottenere un’ingiunzione di rimozione. Ma la richiesta viene respinta dal giudice James Whittemore, citando il Primo emendamento (ecco il documento ufficiale, in cui si parla del fatto che svariate immagini del video erano state già diffuse da altri media). Sconfitto ma non domo, Hogan si rivolge al tribunale della Florida. Qui ottiene una prima soddisfazione. Il giudice Pamela Campbell decide di ingiungere a Gawker di rimuovere il video e il pezzo. Gawker rimuove solamente il video, lascia online l’articolo, spiega il perché e linka un sito che ospita il video in questione.

L'istanza di rimozione di video e articolo da parte del giudice Pamela Campbell

La corte d’appello della Florida, però, accoglie l’appello di Gawker media e rigetta l’ingiunzione di rimozione del giudice, sostenendo che la pubblicazione del video era protetta dal Primo emendamento.

Schermata 2016-08-23 alle 22.34.37Nonostante questo, si va a processo, con il giudice Campbell che esercita tutte le azioni in suo potere per far sì che ciò accada.

Arriviamo così al 2016 e alle due settimane di processo, durante il quale Campbell prende una decisione piuttosto curiosa relativamente al filmato pubblicato da Gawker. Me lo faccio spiegare direttamente da Tom Scocca mi ha spiegato, chiedendogli chiarimenti a proposito di una frase del suo ultimo articolo per Gawker.com

A.P.: Hai scritto che «il giudice si è rifiutato di consentire che il materiale pubblicato venisse giudicato pubblicamente dalla corte». Puoi spiegarmi cosa significa?

T.S.: Anche se le critiche a Gawker che sono state diffuse sono molto ampie, l’unica cosa per la quale Hogan ha citato in giudizio Gawker era il breve estratto del sex tape – sfocato, lungo meno di due minuti e con circa nove secondi di rapporto sessuale – che Gawker aveva pubblicato.

Gran parte della discussione verteva sul fatto che Gawker aveva «pubblicato il sex tape di Hulk Hogan», come se avessimo uploadato l’intero video, invece di averne montato un breve frammento illustrativo per accompagnare un saggio sul video stesso. La questione, per il processo, era capire se fosse lecito aver pubblicato questo materiale (che altri tribunali avevano ritenuto notiziabile).

Ma il giudice, di fatto, ha deciso a priori che il video fosse così offensivo e inerente il privato [di Hogan] da poter essere mostrato alla giuria solo se tutto il pubblico avesse prima lasciato l’aula del tribunale.

Così, le due settimane del processo si sono svolte con la giuria che si sentiva dire quanto fosse terribile il video, senza averlo visto fino alla fine del dibattimento, quando è stato dato loro un DVD per vederlo in sede di delibera.

Il verdetto – Dopo le due settimane di processo, il 18 marzo 2016 la giuria ha deciso che Hulk Hogan aveva ragione e che doveva ricevere 115 milioni di dollari (di cui 55 per risarcimento danni e 60 per lo stress emotivo).
Robin Klein - Own work This image shows the inscription of the First Amendment to the U.S. Constitution (15th December, 1791) in front of Independence Hall in Philadelphia, Pennsylvania, United States of America.
Robin Klein – Immagine (tratta da Wikipedia, rilasciata sotto CC BY-SA 3.0) che mostra l’iscrizione del Primo Emendamento della costituzione degli Stati Uniti d’America (15 dicembre 1791) di fronte all’Independence Hall di Philadelphia, Pennsylvania, U.S.A.

 

Una cifra notevole, che metterebbe in ginocchio chiunque. E infatti mette in ginocchio Gawker. Che però annuncia l’intenzione di ricorrere in appello. Nonostante questo, si deve ricorrere alla bancarotta e vendere. Mi faccio spiegare anche questo passaggio da Scocca.

A.P.: «Probabilmente è perché non so esattamente come funzioni in USA, ma non ho capito cos’è successo all’appello. Può essere rigettato dal giudice del processo in qualche modo? Il verdetto è immediatamente esecutivo?»

T.S.: «Questo caso è stato insolito per l’ammontare della somma stabilita in sede di giudizio: così ampia da mettere la società [Gawker Media] immediatamente fuori dal mercato. E lo stato della Florida è insolito, negli USA, perché richiede che un imputato civile versi una parte dell’intera somma (fino a 50 milioni di dollari), prima che possa ricorrere in appello.
Il giudice del processo originale non ha il potere ufficiale di respingere il ricorso. Ma in questo caso, al di là di ricorrere in appello rispetto alla decisione del processo, Gawker Media stava anche provando ad appellarsi alla dimensione del verdetto, sulla base del fatto che era così grande che avrebbe interferito con la nostra capacità di sopravvivere abbastanza a lungo per presentare l’appello generale.

Per presentare questo appello d’emergenza, ci serviva che il giudice del processo accettasse di sospendere temporaneamente il giudizio, in modo che Hulk Hogan non potesse svuotare i nostri conti mentre chiedevamo alla corte d’appello di impedire ad Hulk Hogan di svuotare i nostri conti. 

Il giudice del processo ha il potere di rifiutare questa richiesta e così ha fatto, cosa che ha costretto la società a dichiarare subito il fallimento.

Dopo che il fallimento si è concluso e la vendita dei beni di Gawker media a Univision si è completata, al guscio vuoto della società sarà quindi consentito di proseguire con l’appello ad un tribunale superiore.

Ma più che una vittoria, nel caso, ciò che accadrebbe sarebbe un incremento della rendita degli azionisti quando la società si scioglierà per sempre».
Un pezzo del Tampa Bay Times che parla del giudice Pamela Campbell

Il giudice – Il giudice protagonista di questo processo, come dicevamo, è Pamela Campbell, nominata nel sesto circuito giudicante della corte della Florida dall’ex governatore Jeb Bush il 27 settembre 2007, poi rieletta senza opposizione nel 2014 (il mandato scade il 4 gennaio 2021). Su Tampa Bay Times, giornale che, orgogliosamente riporta, sotto la testata, “vincitore di 12 premi Pulitzer”, c’è un articolo in cui si parla di questo caso, del fatto che Nick Denton ha annunciato che Gawker ricorrerà in appello e del fatto che il giudice Campbell si è vista annullare in appello ben 22 verdetti negli ultimi quattro anni (in tutti e 22 casi per errori del giudice, secondo la corte d’appello). Circa sei volte la media dei suoi colleghi di Pinellas County nel medesimo periodo. Questo non significa nulla di per sé, chiaramente. È solo un (interessante) dato numerico.

Su Death and Taxes non ci vanno leggeri, descrivendo il giudice Campbell. Il pezzo comincia così: «Pamela Campbell è il motivo per cui tutti, in questa nazione, hanno bisogno del Primo Emendamento» [Il Primo Emendamento recita: «Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti», ndr].

Certo: si potrebbe semplicemente dire che qualcuno non ama l’azione del giudice nei confronti dei media in generale e di Gawker in particolare, da questi pezzi. E ancora non siamo entrati nel vivo della questione.

Cioè: cosa diavolo c’entra la Silicon Valley? A parte il fatto che Gawker se ne occupava, ovviamente. Perché è da qui che bisogna partire.

Peter Thiel
Peter Thiel, Berlino, Germania, 19 Marzo 2014, Hy! Summit – Foto di Dan Taylor. www.heisenbergmedia.com – CC BY-SA 2.0 (modificata con un crop verticale)

Peter Thiel contro Gawker  Il 19 dicembre del 2007, un anno dopo l’amplesso filmato fra Hulk Hogan e Heather Clem e nove anni prima dei fatti che stiamo raccontando, su Gawker.com appare un pezzo che avrebbe decretato la rovina della media company. Il pezzo si intitolava Peter Thiel is totally gay, People. Un outing nel titolo, un pezzo che parla (forse in maniera furba, ma comunque convincente) del fatto che i venture capitalist, in genere, sono uomini bianchi eterosessuali. E dell’ipocrita finta apertura mentale della California che conta.
Thiel è, per la cronaca, uno dei tre co-fondatori di PayPal. Non un venture capitalist qualunque. Attualmente siede anche nel board di Facebook, di cui è stato il primo investitore esterno. Nel suo curriculum c’è di tutto: dalla produzione del film-commedia “Thank you for smoking” alla filantropia, dalla scrittura di saggi in cui si sostiene che libertà e democrazia non sono compatibili (!) all’attività politica: è uno dei delegati di Donald Trump. E nella convention repubblicana ha detti di essere «orgoglioso di essere gay». Ma evidentemente quel pezzo del 2007 non gli è andato giù: il 19 dicembre del 2007 ha giurato tremenda vendetta contro Gawker e ha deciso di distruggerlo.

Il 24 maggio 2016 Forbes fa uno scoop sul tema e rivela che Thiel sta finanziando segretamente la causa di Hogan contro Gawker. Il miliardario non commenta. Ma il giorno dopo , il 25 maggio 2016, Thiel conferma tutto in un’intervista al New York Times. 10 milioni di dollari spesi contro l’odiato sito: «una delle cose più filantropiche che ho fatto», dice Thiel. La cosa è di per se sconvolgente, a pensarci bene.

E secondo Thiel tutto sarebbe stato fatto in nome della privacy. Un concetto che il miliardario ha ribadito anche in un pezzo d’opinione che gli è stato pubblicato ancora una volta sul New York Times.

A.P.: «La privacy è solo un pretesto per Thiel? Quali sono, secondo te, le vere ragioni della sua battaglia contro Gawker?»

T.S.: «Chiaramente è solo un pretesto. Fra i suoi investimenti in Facebook e il suo lancio di Palantir, gli affari principali di Thiel violano la privacy in una scala che fino a qualche tempo fa era inimmaginabile.

Il sostenitore del disegno di legge sul “revenge porn”, che ha citato nel suo articolo del New York Times, ha detto in seguito che Thiel non aveva mai manifestato alcun interesse o sostegno per tale disegno di legge prima di iniziare il suo attacco a Gawker».

La vera ragione, come Thiel non ha potuto esimersi dallo scrivere nel suo pezzo sul New York Times, è che Gawker (e in particolare Valleywag [il blog di Gawker sulla Silicon Valley, chiuso nel 2015 ma ancora online, ndr]) aveva deriso e criticato la nuova classe di plutocrati dell’industria tecnologica cui lui stesso appartiene».

Su questa apparizione di Thiel come opinionista sul NYT non sono riuscito proprio a farmi un’idea precisa e ho chiesto lumi al collega.

A.P.: «Che cosa pensi dello spazio che il New York Times ha dato a Thiel? Hanno qualche legame o si tratta di una precisa ed indipendente scelta editoriale?»

T.S.: «Non posso credere che ci sia qualche legame nascosto. È stata solamente una scelta sciocca e infida che il giornale ha fatto spontaneamente».

 

Silicon Valley; specifically, the North First Street area of San Jose, looking southbound down Interstate 880 towards downtown San Jose. Photographed by user Coolcaesar on 1 June 2014.
Silicon Valley, per la precisione, l’area North First Street di San Jose, fotografata da Coolcaesar. Immagine croppata. CC BY-SA 3.0.

La guerra fredda della Silicon Valley – Ricostruita per sommi capi questa vicenda intricata, è il momento di concludere con le ultime domande che ho posto all’Executive Features Editor di Gawker Media. Mi interessava uscire dal caso specifico e parlare, più in generale, dei possibili sviluppi di questa vicenda, delle conseguenze che potrebbe avere.

A.P.: «Pensi che Thiel (o altre persone come lui) andranno avanti in questa battaglia contro i giornali? È solo l’inizio?»
T.S.: «Non ne ho idea. Thiel è riuscito a distruggere Gawker e non so cos’altro vorrà fare. Ma se Thiel avesse avuto un minimo di normale e umano senso della misura, integrità o decenza, si sarebbe fermato molto tempo fa. Ora non so a quali condizioni potrebbe decidere di fermarsi».
A.P.: «Ho notato che in Italia i giornali non hanno praticamente coperto la notizia della chiusura di Gawker e in pochi hanno parlato della causa di Hogan: sono rimasto abbastanza sorpreso dalla cosa. Pensi che i giornalisti, nel mondo, abbiano capito perché questa storia è importante e quanto sia pericolosa come precedente?»
T.S.: «Non credo che ci sia stata una reale comprensione, persino negli U.S.A., di quanto sia pericoloso questo precedente».
A.P.: «Mi capita spesso di leggere articoli sulle società della Silicon Valley che non contengono alcun tipo di pensiero critico al loro interno (faccio un esempio molto semplice: tutte le volte che Facebook annuncia un cambio di algoritmo, moltissimi giornali semplicemente riportano o parafrasano il post ufficiale di Facebook. Solo pochi giornalisti spiegano ai loro lettori a cosa serve l’algoritmo di Facebook e perché viene cambiato, per scopi commercial). Pensi che in generale il giornalismo sia servile, nei confronti delle società della Silicon Valley?»
T.S.: «La Silicon Valley è geograficamente lontana dai tradizionali luoghi dei media statunitensi, e la sua industria è sempre sembrata qualcosa di magico e astruso, così si è sviluppata senza quel tipo di copertura puntuale cui erano abituate altre industrie. Così, coloro che si trovano ai vertici di quell’industria sono molto permalose, e la stampa non ha sviluppato l’abitudine di sfidarli».
A.P.: «Che cosa pensi dell’acquisizione del Washington Post da parte di Bezos? Pensi che ora il Post sia meno libero? E cosa accadrebbe se Zuckerberg o Thiel o qualcun altro nella Silicon Valley seguisse l’esempio di Bezos?»
T.S. «Quando Bezos si è comprato il Post mi sono preoccupato, sì, perché Amazon è una società enorme, profondamente coinvolta nelle vite delle persone a molti livelli, e non c’è modo per il giornale di scriverne liberamente, con il contraddittorio che ci vorrebbe. Ma le persone ricche hanno sempre comprato i giornali e li hanno sempre usati per proteggere i loro interessi negli affari e per portare avanti la loro linea politica, in tutta la storia del giornalismo. Qualsiasi costrizione possa imporre la proprietà di Bezos al Post, almeno il fatto che ne è il proprietario è cosa nota a tutti e la sua influenza è diretta. E altri giornali possono scrivere ancora di Amazon.
Peter Thiel non ha avuto l’onestà di fare le cose in questo modo. Ha scelto, invece, di finanziare una campagna legale contro una pubblicazione in segreto, con l’obiettivo di distruggere quella pubblicazione. Se avesse seguito l’esempio di Bezos, sarebbe stato un bene. Gawker starebbe ancora pubblicando e Peter Thiel starebbe pubblicando cose in disaccordo con Gawker, e il mondo potrebbe scegliere fra loro. Ma Thiel ha avuto paura di sostenere apertamente la propria causa, il che rende la sua scelta solamente una strategia vile e corrosiva».


A.P.: «Pensi che i miliardari della Silicon Valley siano una minaccia reale per il giornalismo e per i giornali?»

T.S.: «Credo che Peter Thiel abbia stabilito che lo sia, senza alcun dubbio».

Silicon Valley tech
E adesso? 
– E adesso proviamo a tirare le fila del discorso. Primo: aspettiamo di vedere cosa accadrà in appello. Anche se questo non significherà in alcun modo un ritorno in scena di Gawker, qualora la decisione del processo dovesse essere ribaltata, sarebbe un segnale importante.

Secondo: le risposte di Scocca sono molto interessanti per tutti i giornalisti, ma anche per il pubblico di “non addetti ai lavori”.
Dovremmo trarne lezioni importanti e capire che questa dinamica è, probabilmente, la più importante storia che riguarda il giornalismo e il potere degli ultimi vent’anni o più. La privacy delle persone comuni non c’entra niente. Qui c’entra solo la privacy dei potenti, la loro libertà di continuare a essere quel che sono mentre le loro società fanno dei dati del singolo e delle masse sostanzialmente quello che vogliono.
Terzo: per rendere l’idea di cosa significhi questa vicenda per tutti e non solo per Gawker, penso che possa essere utile riprendere una storia raccontata da Elizabeth Spiers sul suo blog.
La storia è quella di Sam Biddle (già collaboratore di Gawker, guarda un po’, e proprio di Valleywag. Sarà un caso?): è stato querelato per aver scritto che un tale che dice di aver inventato le mail non ha inventato le mail. Potrebbe semplicemente essere rovinato, ora che Gawker è fallito.
Spiers chiude così:
«E se per caso sei un giornalista e pensi “questo non mi sarebbe mai successo perché non avrei mai pubblicato un estratto da un sex tape” o “non avrei mai rivelato l’omosessualità di qualcuno” o “non sono antipatico e fastidioso come tutti quelli di Gawker, be’, chiediti se avresti scritto una storia come questa».

Aggiungo. Se per caso pensi che se la sono andata a cercare, ricordati che il giornalismo che ti piace – o che ti dovrebbe piacere – probabilmente è sempre quello che se la va a cercare. Non ne condividi i metodi? Non ne condividi i contenuti? Be’, prima guarda e leggi tutto, poi continua, se vuoi, a non condividerli: è questo il bello del pluralismo di voci, ed è meglio che ce ne siano tante, in giro. Perché se cominciano a chiuderne una, poi l’effetto-valanga è assicurato. Infatti, il post di Thiel sul New York Times chiarisce che è solo l’inizio. E, come scrive Tom Scocca nel suo post di commiato:

«Se vuoi scrivere storie che potrebbero far arrabbiare un miliardario, hai bisogno di lavorare per un altro miliardario o per una società miliardaria. La legge non ti proteggerà. Non c’è libertà in questo mondo, senza potere e soldi».

Probabilmente è la guerra fredda della Silicon Valley che è appena iniziata.

E c’è un’altra brutta notizia: quello del giornalismo è solamente uno dei tanti fronti caldi.

A.P.

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