Su Wolf. 104

img_5806

Come in una saga dove il primo film era già poco riusciuto, è arrivato sui nostri schermi il sequel del Fertility Day. Probabilmente sai già tutto sul tema: foto orrenda, largamente ambigua e “razzista”, o forse classista, o forse semplicemente tutto-sbagliato (non è che se ci fosse stato anche un ragazzo dalla pelle-non-bianchissima nella parte superiore super-pettinata e laccata, quasi ariana, le cose sarebbero cambiate molto, sia chiaro).

A me, però, interessa altro.

[Per leggere tutto abbonati a Wolf. Nell’abbonamento è incluso anche l’archivio]

Sponsorizzate

Che cos’hanno in testa i fautori delle strategie social quando promuovono un contenuto sui social (in particolare su Facebook)?

[Per leggere tutto abbonati a Wolf. Nell’abbonamento è incluso anche l’archivio]

Post-it / La Verità secondo Ferrara “il Grasso” / Social media e complicazioni / È il silicio, bellezza / À la guerre comme à la guerre / ItaliaOnline / Gearshift 2016 / Le 10 competenze trasversali più ricercate / di Pier Luca Santoro

[Per leggere tutto abbonati a Wolf. Nell’abbonamento è incluso anche l’archivio]

Su Wolf 103: analitica digitale e altre storie

Analitica digitale

Sul numero di oggi di Wolf, una delle grandi protagoniste è l’analitica digitale. Parliamo di adblocker, certo, ma anche di quelli che bloccano gli strumenti di analitica. Come Google Analytics, per esempio. Parliamo di Audiweb. E parliamo delle metriche di vanità (i numerelli delle condivisioni sociali) e di quel che succede se Facebook (per errore o per test?) “rompe” le sue API.

I post-it di Pier Luca Santoro, l’introduzione di Alberto Puliafito, un pezzo di Andrea Daniele Signorelli.

[Per leggere il numero 103 di Wolf. abbonati]

Sul numero 102

keyword - Sul numero 102 di Wolf

Il numero 102 di Wolf contiene: un sunto di argomenti di cui si è parlato nel nostro gruppo di discussione e di un paio di altre questioni interessanti, fra cui, per esempio, l’accelerata di Google sulle AMP e la schizofrenia che rende le SERP da desktop e da mobile due mondi separati, con qualche considerazione sul futuro.

Poi ci sono gli imperdibili post-it di Pier Luca Santoro. Quelli che il venerdì, ma solo il venerdì, trovi gratuitamente su DataMediaHub.

Infine, per rispondere alla richiesta (complessa) di uno degli abbonati di Wolf che ha partecipato anche al nostro primo corso SEO, ecco che affrontiamo un tema molto delicato: le keyword.

Per leggere il numero 102 e l’archivio di Wolf, abbonati.

Su Wolf. 101

wolf 101C’era una volta reported.ly
Lezioni di giornalismo, social media e vita vera imparate sul campo 
di Marina Petrillo

Fino a pochi giorni fa ho fatto parte di un progetto sperimentale diretto da Andy Carvin per First Look Media: reported.ly, la prima testata in tempo reale nativa dei social media. Eravamo una squadra di sei persone, poi siamo diventati cinque, e per 20 mesi abbiamo coperto in diretta 18 ore al giorno, distribuiti su quattro fusi orari diversi. Ci siamo concentrati soprattutto su diritti umani, conflitti, diritti civili negli Stati Uniti, crisi dei rifugiati, Medio Oriente, America Latina e Africa. In breve tempo siamo riusciti a costruire una community globale e abbiamo vinto un premio dell’Online News Association. La nostra esperienza si è interrotta perché First Look ha smesso di finanziarci, ma stiamo esplorando altre strade per riprendere il nostro lavoro.

Intanto, qui c’è quello che ho imparato.

[Per leggere tutto, abbonati a Wolf]

Post-it
di Pier Luca Santoro

Le conversazioni sono notizie / Articoli à la carte / Algoritmo / Cherry picking / Adblock plus lancia una piattaforma di advertising / La doppia morale dei media / Mai dare la fedeltà [del cliente] per scontata

[Per leggerli, abbonati a Wolf]

Facebook ha bisogno di buoni contenuti
Tutto il resto è bolla
di Alberto Puliafito

Un po’ come la bolla di Adwords che, nei primi anni 2000 ha portato a comprare annunci su pagine che non contenevano un bel niente se non annunci pubblicitari per far soldi (più di quanto costasse portarci la gente sopra), si potrebbe pensare che – da tempo, mica solo da oggi – Facebook consenta di fare lo stesso. Solo che le bolle scoppiano e dovremmo imparare dagli errori del passato.

[Per leggere tutto, abbonati a Wolf]

Wolf. 100

L'immagine è gentilmente offerta da Andrea Barnaba, abbonato di Wolf. Siamo anche questo: una comunità di persone che condividono esperienze di lavoro.
L’immagine è gentilmente offerta da Andrea Barnaba, abbonato di Wolf. Siamo anche questo: una comunità di persone che condividono esperienze di lavoro.

 

Cosa c’è su Wolf oggi?

Fai quel che dici che si dovrebbe fare / di Alberto Puliafito
Che cos’è Wolf
Wolf: Filosofia e strumenti
Post-it / Una selezione ragionata delle notizie di oggi su media, giornalismi e comunicazione da non perdere.
Buttare via i soldi / Non possiamo più permetterci neppure di avere la Piva / Social Tv / FreelanceCamp 2016 / Presenza sui social / Real time marketing / Sfatare un mito / di Pier Luca Santoro
Il metodo OKR: intervista a Francisco Mello / di Alberto Puliafito (feat. Andrea Coccia)

Abbonati a Wolf.

Note

Fare quel che dici si dovrebbe fare
di Alberto Puliafito

Quando abbiamo deciso di fare Wolf, un mattino bello freddo fatto di caffè e cappuccini, un mattino in cui Slow News e DataMediaHub si sono incontrati, l’idea era semplice: secondo noi predichiamo bene. È il momento di razzolare meglio. In altre parole, di fare un prodotto editoriale B2B dedicato all’analisi dei media, al giornalismo, alla comunicazione, al web marketing, offrendo quello che secondo noi manca. Un prodotto a pagamento, per abbonati. Lo abbiamo pensato. Abbiamo lanciato un crowdfunding su Produzioni dal basso per partire (l’analisi del crowdfunding, con trasparenza sui dati, sui tassi di conversione, sulle fonti di traffico alla landing page della campagna, è diventata il contenuto del primo numero di Wolf riservato ad abbonati). C’è stata la spinta alla campagna, l’ansia di non arrivare – lo sai, quant’è difficile, in Italia, ottenere quei pochi link pubblici di sostegno che fanno la differenza? – la felicità nel constatare che avevamo addirittura superato l’obiettivo che ci eravamo prefissati. Abbiamo raggiunto 150 sostenitori (che oggi sono cresciuti in valore assoluto, nonostante il naturale turnover) e tre abbonamenti aziendali. 34 settimane dopo, abbiamo fatto l’invio del primo numero ai sostenitori, la crescita lenta degli abbonati ci ha portati a festeggiare il numero 100. Che è un numero un po’ speciale e dunque è gratis.

Chiariamoci: è gratis perché ci serve (anche e soprattutto) come content marketing. Per ringraziare pubblicamente la nostra comunità di lettori e per avere un contenuto da mostrare a chi lettore non è.

Nei contenuti gratis, in questo contesto di sovraccarico informativo che non genera valore, da queste parti crediamo poco o niente. Qualche giorno fa, Maurizio Goetz l’ha scritto come avrei voluto scriverlo io sul suo profilo Facebook.

Per 34 settimane ci siamo sentiti, mandati mail, abbiamo cercato di offrire visioni differenti, consulenze agli abbonati scritte in pubblico sotto forma di tutorial o guide reali (niente roba tipo: i 5 trucchi per…). Abbiamo cercato di selezionare notizie che non girassero già troppo e che fossero di valore. Ogni numero di Wolf ci costa lavoro per pensarlo, confezionarlo, realizzarlo, sempre diverso. Ogni numero ci soddisfa col dubbio. Perché il polso della situazione, quello che ci indica se la strada è corretta o se dobbiamo cambiare, migliorare, ce lo danno soltanto i pareri, i commenti, le interazioni con le persone vere con le quali facciamo vere conversazioni (anche dal vivo): gli abbonati, che per il momento si radunano sul gruppo di Facebook ma a breve porteremo anche qui, con un forum dedicato. Perché per noi l’algoritmo è il lettore.

AP

Che cos’è Wolf

Wolf. è una pubblicazione sotto forma di newsletter a pagamento, dedicata a professionisti della comunicazione. Significa: a giornalisti, a social manager, ad operatori di marketing online. A tutti coloro che lavorano, insomma, con i contenuti, il pubblico, la comunicazione in senso lato.
È edita da Slow News.
È fatta dallo staff di Slow News e di Data Media Hub.

I due autori principali (diciamo così, i resident) di Wolf sono Alberto Puliafito (che svolge funzioni di editor) e Pier Luca Santoro.

Wolf ospita spesso autori “guest” (fra cui Mafe De Baggis, Andrea Daniele Signorelli e altri).

Wolf propone: notizie, analisi, guide, consulenze. Ma anche conversazioni a tema, eventi dal vivo e di formazione.

Quali sono i cardini della filosofia di Wolf?

La nostra filosofia è molto pratica e i punti principali che la costituiscono sono anche strumenti di comprensione e, soprattutto, di azione e di lavoro.

– Wolf ha sviluppato un modello di business per il giornalismo del futuro (in Italia ha avuto poca eco. Se ne sono interessati, però, come accade spesso, all’estero. Su Wan-Ifra, per esempio, con intervista ad Alberto Puliafito).

– L’economia delle soluzioni parziali per alcuni, che poi il primo passo per progettare la propria permanenza all’interno dei servizi offerti dalle OTT (Google e Facebook) senza esserne dipendenti, e per progettare, contemporaneamente, un’exit strategy quando diventerà necessaria.

– La necessità di rallentare come fuga dal sovraccarico informativo (che è diventato anche un evento al Festival del Giornalismo di Perugia e che si sta sviluppando in un progetto di respiro internazionale insieme a Peter Laufer)

– Non si ricerca volume ma si ricerca valore (il valore “paga”. Il volume no)

– Le nicchie sono un luogo dove si può offrire un servizio sostenibile: viva le verticalità. E le loro comunità di riferimento, con i loro bisogni e i servizi che richiedono.

– I social non sono piattaforme di distribuzione, così come non lo sono i motori di ricerca. 

– Per capire i social e i motori di ricerca e, in generale, tutti i servizi di cui possiamo pensare di usufruire per il nostro lavoro (e tutte le tecniche che ne conseguono: fare SEO, tentare di aumentare la portata delle condivisioni sfruttando l’algoritmo di Facebook e via dicendo) è necessario capire la convenienza specifica.

– Gli eventi dal vivo (incontri, corsi, workshop), che mirano anche a rivedere il concetto stesso di formazione. Nel primo corso SEO di Wolf, andato esaurito, abbiamo, per esempio, offerto una selezione di testi propedeutici e chiesto ai partecipanti di fare anche un lavoro prima del corso, inviandoci domande e dubbi per migliorare la giornata formativa e per svilupparla meglio secondo le esigenze di chi ne fruiva. Poi abbiamo condiviso dati, account Analytics, competenze e conoscenza.

– L’importanza dello studio, dell’analisi e della formazione su fonti certe e autorevoli e sulla base di esperienza personale, del mettere in discussione le convinzioni, testarle, definire degli obiettivi, misurare i risultati, fuggire dai percorsi autoconfermativi, migliorare.

– La fuga dalla fuffa.

Il metodo OKR: un’intervista a Francisco Mello
di Alberto Puliafito (feat. Andrea Coccia)

abbonati a wolf Quando ho approcciato il metodo OKR per la gestione del lavoro, con definizione di obiettivi e risultati chiave ho pensato che fosse perfettamente coerente con il lavoro che stavamo facendo su Wolf. Con la necessità di recuperare – senza fuffa – le buone pratiche, di impostare il lavoro nelle piccole realtà e nelle grandi aziende in maniera trasparente. Con obiettivi chiave. Con risultati misurabili, chiari. Con il giusto entusiasmo per il lavoro che si fa.

Mi sono chiesto perché in Italia non si trovasse letteratura in merito. E, purtroppo, temo di averlo capito. Poi ho deciso di intervistare Francisco Mello, autore di un libro che si intitola The Ultimate Guide to OKRs (*), per farmi spiegare alcune cose sul metodo e sulla sua filosofia. L’intervista è un ottimo approfondimento per avvicinarsi agli OKR, iniziare ad applicarli, scoprire che sono puro buonsenso e che valgono ad ogni livello di organizzazione.

Come ti sei avvicinato al metodo OKR? Quando lo hai provato per la prima volta?

Il primo contatto che ho avuto con il metodo OKR è stato leggendo High Output Management, un libro scritto da quello che di fatto è il fondatore di Intel Andy Grove. Subito dopo ho scoperto il punto di vista di Google sul metodo OKR, un approccio leggermente diverso da quello di Grove. È stato in quel momento che, a Qulture.Rocks, abbiamo messo insieme i due approcci per il nostro management interno.

La matrice di Covey per la gestione del tempo, rivistaLa matrice di Covey per la gestione del tempo, rivistaÈ un metodo utile anche per le piccole startup, per i business privati o per la pianificazione personale?

Credo che gli obiettivi siano utili in ogni aspetto delle nostra vita. Il processo del pensiero che ti porta a definire quali siano i 3 o i 5 obiettivi prioritari per la tua vita, per il tuo lavoro, per òa tua squadra o per la tua azienda è un processo molto complicato. Simile a quello che Jack Dorsey di Twitter chiama “editing”. Per arrivare ad avere questi 5 obiettivi prioritari, devi affrontare e superare un sacco di rumore di fondo. È importante il focalizzarsi su queste cinque priorità, perché devono essere ottenute prima di dedicarsi a qualsiasi altra cosa. È qualcosa che ha a che fare con la matrice di Covey per la gestione del tempo. E da ultimo, è scientificamente provato che aumentano le performance: obiettivi specifici e ambiziosi possono fare di un performer medio un ottimo performer. È tutto connesso, alla fine.

Quali sono i principali errori che si fanno implementando il metodo OKR?

Ce ne sono un sacco, Per me, il più grande errore è essere troppo perfezionisti. Io credo fermamente che si arrivi alla perfezione con la ripetizione, un’idea che mi sono messo in testa lavorando su Scrum e altre metodologie veloci. Ci sono aziende che approcciano agli obiettivi e al metodo OKR con una cascata di pregiudizi: come posso pianificare questa cosa fin nel più piccolo dettaglio e, nello stesso tempo, pianificarla in un colpo solo? Il caos è garantito.

Quali sono le principali difficoltà nell’implementare l’OKR?

La disciplina che serve per fare del metodo un valore. Come fare ginnastica o mangiare sano, l’OKR diventa efficace grazie alla disciplina e all’esecuzione: devi stabilire degli obiettivi, monitorarli costantemente e poi ristabilirne, in un ciclo infinito. Programmare e non affrontare gli obiettivi non basta, è come comprare un libro sulla dieta e non seguire i suoi precetti ogni giorno. Se riesci a ottenere disciplina, tutto il resto lo imparerai, magari ripetendolo, se serve.

Leggendo il tuo ebook ho avuto l’impressione che in qualche modo questo metodo è un approccio filosofico all’organizzazione del lavoro. Che ne pensi?

Ci sono tanti modi di arrivare a compiere gli obiettivi. Alcuni dall’alto verso il basso, altri dal basso verso l’alto. Alcuni sono collegati a un compenso, altri meno. Qualcuno è pubblico, altri sono privati. In questo senso, il metodo OKR appartiene al gruppo più largo delle teorie cosiddette Y del management e della organizzazione del lavoro: se dai a qualcuno obiettivi difficili, questi verranno perseguiti perché tutti vogliono ottenere grandi risultati, per motivazioni intrinseche ed estrinseche; e se comunichi normalmente e apertamente, chi lavora sarà più performante perché conoscerà perché sta facendo quel che fa. E così via. Quindi sì, direi che gli OKR sono una parte dell’approccio filosofico al lavoro e alla organizzazione.

Il metodo OKR mi dà l’impressione di essere in fondo un approccio basato sul buon senso. Sto semplificando troppo?

No, per niente. Se parti dal presupposto che gli obiettivi migliorino la performance, tutto il resto è basato sul buon senso nel metodo OKR.

Determina obiettivi in modo da renderli il più misurabili possibili, seguili e monitora i loro avanzamenti, risolvi i problemi, pulisci la tua lista e ricomincia.

Fai in modo che questi obiettivi siano allineati alla tua visione per l’azienda e alla strategia che hai pianificato per ottenere i risultati che vuoi.

Sono cose semplici.

Sai di qualche azienda giornalistica o editoriale che usa questo metodo?

Non che io sappia, ma si può usare di certo.

Il compenso deve sempre essere separato dagli obiettivi e dai risultati chiave? Anche nel caso di un team di vendita?

No, non sempre.

Il rischio vero nel mischiare troppo queste due cose [quanto vengono pagate le persone e i risultati che ottengono, ndr]  è uccidere la vena creativa nelle persone.

Se capiscono che ottenere il 90 per cento dei loro obiettivi significa ottenere il 90 per cento dei potenziali bonus, stai sicuro che ti perderai in difficili negoziazioni su come determinare obiettivi più bassi per fare in modo che la gente possa ottenerne percentuali maggiori e fare più soldi.

Facendo in questo modo eviterai che chi lavora badi ai propri OKR anche se portandoli a termine lavorerebbero nell’interesse migliore della società (“Io? A lavorare sulla parte di riorganizzazione del sito? Manco per sogno. Mica mi pagano per quel che esula dalla mia OKR”). Quindi, le aziende che legano entrambe direttamente sono su una strada che trasforma l’aspetto soggettivo del decretare chi produce più risultati in un processo matematico, e così non è e non sarà per le prossime mille vite.

Nel caso di team di vendita, le OKR e le quantità di vendita si sovrapporranno tanto e alla fine il compenso sarà decisamente correlato al raggiungimento dell’OKR. Ma alla fine, il mio punto di vista è che i venditori sono più naturalmente ed estrinsecamente motivati e lavoreranno bene con bonus, ricompense e competizione. I professionisti creatici, invece, sono più motivati intrinsecamente e saranno frustrati dai limiti e dalla decisione di legarle tra loro.

Quale metodo suggerisci per agire? Una volta che abbiamo definito gli Obiettivi e i Risultati Chiave (Objects and Key Results, OKR), hai qualche pratica da suggerire per organizzare e pianificare il tempo e il lavoro? Come arriviamo a realizzare questi obiettivi?

Fai le cose in ordine di priorità.
Non ti lamentare.
Lascia perdere la competizione.
Le basi si dimenticano sempre.

Puoi spiegarmi come funziona la piattaforma OKR Qulture.Rocks? È disponibile in italiano?

Qulture.Rocks è una piattaforma di management performativo che ha la missione di aiutare la gente a crescere e a ottenere risultati sempre migliori. Ci riusciamo attraverso tre principali tipi di lavoro: obiettivi e OKR, feedback continui e conversazioni one to one tra manager e sottoposti che legano tutto insieme. In fondo è quel che fa GE, Adobe, Juniper Networks, Spotify e le altre aziende che stanno cercando di portare più significato nel lavoro.

Esistiamo in inglese, portoghese e spagnolo. Non abbiamo trovato nessun cliente italiano che ci aiuti a tradurre la piattaforma. Ma se siete voi questa azienda (a proposito, John Elkann ci sta leggendo, vero?) battete un colpo e noi saremo molto lieti di farlo.

AP (e AC)

Post-it
di Pier Luca Santoro

Il 100 è un numero speciale che in molte culture si lega, da sempre, alla rappresentazione di Dio. Il valore simbolico del 100 deriva dal significato magico e divino del 10 che nel 100 trova la sua massima espressione. Già i Pitagorici consideravano il 100 come un numero divino perché è il quadrato di 10 ovvero il numero perfetto. Infatti, secondo la concezione astronomica dei Pitagorici, 10 erano i pianeti. 100, infine, è anche un numero semiperfetto, un po’ come Wolf che ci sforziamo di migliorare ogni giorno provando a mettere al centro l’unica cosa veramente di valore: l’interesse del lettore, degli abbonati a questa iniziativa editoriale. Grazie dell’attenzione, davvero.

Ciò premesso, la consueta selezione ragionata delle notizie di oggi su media, giornalismi e comunicazione da non perdere. Fatemi, fateci sapere se secondo voi è all’altezza della ricorrenza. Grazie.

Buttare Via i Soldi – On Air da qualche giorno lo spot della nuova campagna televisiva per Vivident Xilit. Storytelling davvero penoso e la celeberrima Time Warp di Rocky Horror Picture Show rivisitata, storpiata cambiandone il testo. Infatti sulla fanpage del celebre brand di gomme da masticare i commenti sono critici [e nessuno risponde, ancora una volta]. Quando lavoravo in azienda facevo i test di likeability sia sullo storyboard che, dopo averlo girato, sullo spot della campagna che mi apprestavo a lanciare. Se il “nuovo che avanza” significa buttare via i soldi meglio tornare alle basi, ai fundamentals della professione, che evidentemente si sono persi per strada in questo caso [e non solo, ovviamente].

Non Possiamo più Permetterci Neppure di Avere la Piva – Secondo i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, nel mese di luglio 2016 [ultimo dato disponibile] sono state aperte 37.512 nuove partite Iva e, in confronto al corrispondente mese dell’anno precedente, si registra una flessione dell’8.4%. La distribuzione per natura giuridica mostra che il 68.4% delle nuove partite Iva è stato aperto dalle persone fisiche; il 25.5% dalle società di capitali, il 5.2% dalle società di persone. Rispetto al mese di luglio 2015 si rileva un calo del 13.6% di aperture per le società di persone, mentre per le società di capitali il calo è stato dell’-8.8% e per le persone fisiche del -7.6%. Una tendenza che conferma, purtroppo, i dati del 2015 che ha registrato una flessione del 10.7% rispetto al 2014.

Social TV – Nielsen ha diffuso i dati di Social Content Ratings, per la misurazione della Social TV che include le interazioni su Facebook e Twitter relative a tutti i programmi televisivi mandati in onda sulle principali emittenti italiane. Nel mese di agosto Nielsen ha rilevato 6 milioni di autori unici sui due social network e un totale complessivo di 22.5 milioni di interazioni tra contenuti originali [post e tweet) e attività di engagement [commenti, condivisioni, like, retweet, citazioni, ecc]. Per quanto riguarda il mese di agosto, caratterizzato dalle Olimpiadi di Rio, il 7 agosto è risultato il giorno con il volume più alto di attività sulle due piattaforme con 900mila autori unici che hanno effettuato 1.6 milioni di interazioni, grazie ai primi ori conquistati dagli atleti azzurri. Inoltre, i Millenials mentre guardano la TV, nel 66% dei casi usa Internet e per il 58% è sui social. Infine, Il 62% dei Millennials guarda programmi TV per poter poi partecipare alla discussione sui social media. Cambiano i mezzi ma non le dinamiche di relazione tra le persone?

FreelanceCamp 2016 – Si è tenuta il weekend scorso l’edizione 2016 del FreelanceCamp. Molti gli speech interessanti sui diversi argomenti che interessano chi come il sottoscritto [sin ora, ma a breve “grandi novità”] fa il freelance. Dovendo sceglierne tre, si segnala in particolare quello di Nicola Bonora: “Fallire è un po’ morire e un po’ no”, quello di Osvaldo Danzi: “Ho perso lavoro, ora faccio il freelance. Sbagliato”, e quello di chiusura dell’evento, di Marco Brambilla e Alessandra Farabegoli: La manutenzione del freelance. Per imparare e riflettere.

Presenza sui Social – Si continua ad avere prevalentemente un’idea assolutamente errata, a mio avviso, della presenza aziendale sui social con la maggior parte delle imprese che, nella migliore delle ipotesi, la interpretano come aprire – ed alimentare – la propria fanpage, ed eventualmente gli altri canali social, invece di considerarlo, come dovrebbe essere semplicemente un punto di partenza. Sul tema sono sicuramente due casi di eccellenza quello di Gianni Morandi e, più recentemente, di Enrico Mentana. Dovendo identificare le cause del successo, oltre all’autenticità ed un linguaggio molto diretto, sicuramente il sapiente utilizzo dell’ironia [anche per smontare i vari troll] è una delle caratteristiche distintive di entrambi. Abbandonare le velleità prettamente promozionali, rispondere e avere un tono di voce amichevole ed alla bisogna ironico sono elementi da tenere in considerazione per migliorare la propria presenza sui social.

Real Time Marketing – Qualche giorno fa, in occasione della Giornata del Perdono, bel “botta e risposta” tra diversi brand dell’automotive raccolti nella fanpage di Quattroruote. Come riportava tempo fa Brafton, esistono tanti modi per fare real time marketing, e volendo impostare una strategia di real time marketing, lo studio di Altimeter sul tema è sicuramente un buon punto di partenza. Come prima regola, personalmente non ho dubbi: cavalcare l’onda con intelligenza e non avere paura di schierarsi, così come fa Ceres che lo applica in maniera continuativa ad ogni occasione.

Durata media visita sulla pagina
7’38”: il dato medio di tempo speso da lettori su una pagina in cui si racconta la storia di un border collie.

Sfatare un Mito – E’ fortemente radicata la convinzione che in Rete non siano opportuni articoli lunghi. Ma davvero non li legge nessuno? A vedere i dati, che son sempre meglio delle pur rispettabili opinioni, sembrerebbe addirittura il contrario. Infatti, la lunghezza media dei testi posizionati in prima pagina su Google è di 1.890 parole [Milleottocentonovanta parole! Mica male, eh?]. La gente non legge quando: il design dei contenuti non è curato, quindi quando si trova di fronte un layout poco appetibile; il contenuto testuale è scritto male, presenta refusi, non ha capo né coda, o peggio. Tutto il resto è sovrastruttura, fuffa o comunque giustificazioni di un lavoro scadente. Sapevatelo!

I dati d'accesso della pagina sul border collie, che ha oltre 6mila parole (scritte per esseri umani) e un ottimo posizionamento su Google.
I dati d’accesso della pagina sul border collie, che ha oltre 6mila parole (scritte per esseri umani) e un ottimo posizionamento su Google.

PLS

Se questo numero speciale ti è piaciuto, abbonati a Wolf. Avrai accesso a tutto il nostro archivio.

Note

Wolf. è il frutto del nostro lavoro. Se vuoi inoltrare occasionalmente questa mail, puoi farlo. Ma, per favore, se c’è un interesse di gruppo per i nostri contenuti, contattaci. Siamo a disposizione per pacchetti di abbonamento di gruppo. Ricordati che, se vuoi, puoi scriverci anche impressioni, richieste di approfondimenti, domande che riguardano questo e altri temi. Siamo a tua disposizione per rispondere e se le tue domande saranno di interesse generale, le useremo per arricchire questa newsletter.
Segui i nostri progetti editoriali, contattaci per workshop, consulenze, corsi. Ci trovi su slow-news.com o su datamediahub.it. Se stai cercando servizi per comunicazione d’impresa, Communication Factor[Y] ti aspetta.

(*) Il link rimanda al programma di affiliazione di Amazon UE.